Geografie friulane di Pier Paolo Pasolini

Chi parte da Venezia, dopo un viaggio di due ore giunge al limite del Veneto e, per dissolvenza, entra nel Friuli… E’ cessata sulla Livenza la campagna dipinta da Palma il Vecchio e da Cima. Le montagne si sono scostate, a nord, e appiattite a colorare il cielo di un viola secco, con vene di ghiaioni e nero di boschi appena percettibile contro il gran velame; e il primo Friuli è tutto pianura e cielo. Poi si infittiscono le rogge, le file dei gelsi, i boschetti di sambuchi, di saggine, lungo le prodaie… Ma è specialmente l’odore – che fiotta dentro lo scompartimento svuotato – a essere diverso. Odore di terra romanza, di area marginale…”. E’ un estratto da “Un paese di temporali e di primule”, un’antologia di scritti di Pier Paolo Pasolini (1945-51). Un’ottima lettura per chi oggi, in occasione del cinquantesimo della morte del poeta, volesse percorrere quelle geografie friulane che per Pasolini erano la patria di un’umanità arcaica e innocente. A Casarsa della Delizia, paese natale della madre, dopo averci trascorso per anni le vacanze estive, visse dal 1943 al gennaio del 1950, dopo essere sfollato da Bologna in seguito all’8 settembre. Ed è in questo borgo sul confine tra la bassa e l’alta pianura, equidistante dall’arco alpino e dal mare Adriatico, che nel locale cimitero riposa in compagnia dei suoi familiari. Incollata alla sua tomba, quella della madre. Qualche metro più distante, le spoglie del padre e del fratello Guido Alberto. Casa Colussi, la casa materna, oggi è sede del Centro Studi Pier Paolo Pasolini. Nell’ottobre ’44 il pericolo dei bombardamenti che minacciavano Casarsa costrinsero il poeta e la madre a sfollare a Versuta, una frazione tre km a sud-est. Andarono a vivere nella stanzetta di un casolare adiacente alla piccola chiesa e quando presero atto che i ragazzini di Versuta non potevano recarsi a lezione nei vicini paesi decisero di aprire una scuola popolare. Pier Paolo usò come aula scolastica, per i più grandi, la stanzetta dove si svolgeva la quotidiana vita domestica, mentre Susanna con i più piccoli occupò una cantina al pianterreno. Poco lontano, in mezzo alla campagna, c’era uno di quei casolari – casèl – utilizzati dai contadini come ricovero per gli attrezzi che, nelle belle giornate, divenne un’aula scolastica in cui Pasolini teneva lezione ai suoi allievi. Oggi è un rudere coperto d’edera in mezzo a una vigna.  La didattica alternativa che Pasolini adottò per i ragazzi di Versuta la esportò anche nella scuola media statale di Valvasone dove insegnò dal 1947 all’autunno 1949.  Innamoratosi della laguna di Grado, nel 1969 decise di girarvi alcune scene del film Medea, una pellicola che aveva come protagonista Maria Callas. E in compagnia del grande soprano (ma anche di altri attori, gente del cinema e amici), dopo aver navigato tra lingue di sabbia, isole e isolette, si spingeva spesso sino a Mota Safon, un ‘casone’ piantato in mezzo alla laguna, isolato e fuori dal mondo, frequentato tutto l’anno da numerosi cigni, e in inverno anche da anatre e germani reali.

Sono tutte mete che visiteremo con gli ascoltatori di Radio Popolare dal 3 al 6 marzo (qui i dettagli del viaggio).  Altra meta di questo viaggio sarà il Palazzo del Fumetto di Pordenone, dove incontreremo DavideToffolo dei Tre Allegri Ragazzi Morti, autore di una graphic novel su Pasolini. Il viaggio si chiuderà con un’incursione ad Aquileia ed alla caserma Piave di Palmanova, scenario di una delle più feroci repressioni antipartigiane.

turismofvg.it

 

Lisbona e Algarve orientale

Tino Mantarro, autore di “E Lisbona sfavillava. Mosaico urbano in forma di reportage” (Bottega errante Edizioni), ci parla della luce di Lisbona. Una luce eccessiva, onnipresente, di un nitore che quasi ferisce gli occhi. Così unica che i portoghesi che vivono all’estero ne provano subito nostalgia. Il rapporto tra questa luce e gli azulejos, le famose piastrelle di ceramica decorate, e la loro genesi. Alcuni dei più affascinanti miradouro, i punti panoramici dove guardare Lisbona dall’alto.

In Algarve sbarchiamo all’aeroporto di Faro, meta di economici voli low cost. Ad attirare maggiormente l’attenzione in questa città sono i più di 500 edifici della metà del secolo scorso, la più alta concentrazione nell’Europa meridionale. Apparentemente davanti a Faro sembra che ci sia  solo il mare. Ma c’è qualcos’altro che non è così evidente a prima vista: l’insieme di isole che compongono il Parco Naturale di Ria Formosa e che fungono da barriera tra la costa e le acque dell’oceano. Come una trapunta patchwork, la riserva di Ria Formosa unisce zone di paludi, dune, banchi di sabbia, corsi d’acqua dolce, banchi di limo… ognuno con la sua particolare comunità biologica. Oltre alla pesca, tra le attività tradizionali delle popolazioni della Ria vi sono l’estrazione del sale e la raccolta di molluschi e bivalve, con cui, con arte e sapienza, sono stati create deliziose specialità gastronomiche, come le amêijoas à Bulhão Pato (vongole cotte con aglio, olio d’oliva e coriandolo) o l’arroz de linguerão (riso con cannolicchi).  Da ovest a est si susseguono lingue di sabbia e una serie di piccole isole dai lunghi arenili poco frequentati. Tra queste Culatra, dove la comunità locale ha deciso di prendere in mano il proprio futuro. Per farlo cerca di introdurre un sistema decentralizzato di produzione di energia elettrica e lavora per salvaguardare uno spirito comunitario che metta al centro dello sviluppo il benessere dei residenti. Ne parliamo con Diana Nunes di pt4u.pt , un’agenzia che organizza escursioni di turismo responsabile all’interno del Parco Naturale di Ria Formosa.
Tornati sulla terra ferma, proseguendo verso oriente, si incontra una serie di realtà che meritano di essere scoperte. Come Olhão, una cittadina abitata da pescatori, dove due edifici in mattoni rossi, sormontati da cupole verderame, ospitano un mercato per la frutta, la verdura e la carne e un altro  destinato al pesce. Tavira, un borgo costruito su un’urbanistica serrata, con strade strette con porte e sbarre di legno che lasciano passare l’aria e ci ricordano il suo passato di medina musulmana. Qua e là si trovano tracce di antiche moschee, fortezze e un ponte che, anche se si dice sia romano, in realtà fu costruito quando nella regione si parlava arabo. Il paesaggio bucolico delle saline e paludi della Reserva Natural do Sapal de Castro Marim e Vila Real de Santo António, che oggi occupa quella che quattro secoli fa era una terra di nessuno. Una terra bella e pacifica, ora abitate da cicogne, svassi e fenicotteri.

visitportugal.com/it

Dove si suona?

Con Giordano Casiraghi sfogliando il suo “Che musica a Milano. Luoghi e ritrovi storici raccontati dai protagonisti della scena” (ZONA, 2014)” ripercorriamo locali storici, club, bar, trattorie, night, cabaret, ritrovi alternativi, teatri, palazzi dello sport, palchi a cielo aperto dove si poteva ascoltare musica dal vivo a Milano. Linda Lucini evoca la leggenda del Folk Studio di Roma, l’ennesimo locale che ha abbassato le serrande per sempre. Percorriamo le geografie dei ‘defunti’ locali della swinging London e a Liverpool incontriamo un ragazzo di Treviso che lavora nel locale che, adottandone il nome, è sorto nelle immediate vicinanze dello storico Cavern che aveva ospitato i primi Beatles. Strage di locali anche a Reykjavik in Islanda. L’ultimo è stato il Kex, che ha abbassato le saracinesche l’ultima volta alla fine dello scorso agosto. Tra le vittime illustri, spesso frequentati da star locali come Bjork e Sigur Ros, citiamo il Sirkus, il Nasa e il Factory: tutti e tre sono stati sostituiti da alberghi. A Berlino hanno chiuso storici locali come il Watergate, il tempio della musica elettronica. Dopo la caduta del muro, nel 1989, furono tantissimi gli edifici convertiti in club. La fama del Tresor o del Berghain, locali ricavati da vecchi scantinati o da edifici industriali abbandonati, si è rapidamente diffuso anche fuori Berlino. Con i voli low cost, i turisti arrivavano in massa, anche solo per il fine settimana. La scomparsa di diverse compagnie aeree low cost, tra cui Air Berlin, e la speculazione immobiliare hanno ridimensionato tutto.

Negli ultimi anni, parallelamente alla crisi dei locali per i giovani artisti in cerca di farsi conoscere, il business vola in compagnia dei cosiddetti headliner, ovvero i grandi artisti in grado di richiamare un pubblico di massa. Per loro non è un problema andare in tour, perché riescono tranquillamente a sostenere i costi degli spostamenti, cosa che i musicisti di medio livello faticano a fare. Le multinazionali come Live Nation, avendo sotto contratto le star internazionali, riempiono stadi, arene e palasport. Il loro fatturato ha raggiunto i  22.7 miliardi di dollari.  I locali più piccoli, come detto, faticano ad arrivare a fine mese, anche quando i concerti sono esauriti. Lo dimostra il fatto che solo nel Regno Unito ben 125 locali hanno abbandonato la musica dal vivo nel 2023. Nel 2024 la moria è continuata. La causa va ricercata, oltre   ai postumi del Covid, nell’impennata dei prezzi degli affitti e dell’energia.

Che fare? Direbbe Lenin. In Francia, per difendere i piccoli locali, hanno creato un fondo centralizzato di circa 20 milioni annui a cui i locali, gli artisti e i promoter possono attingere. C’è anche un secondo fondo finanziato da un prelievo  sul valore lordo dei biglietti venduti nelle grandi sedi dei concerti. In Inghilterra ci stanno pensando gli artisti. Lo scorso febbraio la metal band britannica degli Enter Shikari ha deciso di donare una sterlina per ogni biglietto venduto per il loro spettacolo in una arena. I Coldplay, una band che è arrivata al successo mondiale grazie alla frequentazione dei piccoli club, hanno deciso di fare di più: il 10% dei guadagni dal tour inglese del prossimo agosto andrà al Music Venus Trust, un’organizzazione di beneficenza che mira a proteggere e migliorare i locali musicali del Regno Unito. E in Italia? Tranquilli: nessuna legge difende i piccoli locali e nessun artista ha per ora pensato di fare qualcosa… In attesa che qualcosa si muova  è in corso una raccolta di testi, immagini, brevi video per raccontare la storia del nostro “club del cuore” e dei tanti club di musica live che per molti di noi – musicisti, gestori o semplici appassionati – sono stati o continuano ad essere “casa”.
Vanno inviati a danielabonanni52@alice.it

Asturie e Cantabria

Tra le 108 statue sparpagliate per la città di Oviedo, nelle Asturie , salta agli occhi quella di un uomo circondato da valige che ha gli occhi rivolti verso la cattedrale. Intitolata Il ritorno di Williams B. Arrensberg, ma meglio nota come la statua del viaggiatore, è un monumento ai tanti migranti che lasciarono la Spagna. Il Nord del paese, in particolare le regioni delle Asturie e della Cantabria , ospita un ricchissimo patrimonio architettonico e culturale legato alle storie degli indianos. Ovvero i migranti partiti per le Americhe, di solito del Sud e Centrale, e ritornati con delle piccole fortune che usavano per costruire ville incredibili, ma anche servizi per i villaggi che avevano lasciato in cerca di un futuro migliore.
Un patrimonio diffuso che oggi viene valorizzato anche grazie a fondazioni e musei. E’ il caso dell’Fundación Archivo de Indianos – Museo de la Emigración – Inicio,  ubicato  nella villa a tre piani “Quinta Guadalupe” di Colombres. Una casa di ispirazione cubano-messicana costruita a inizio novecento per Iñigo Noriega Laso, un personaggio davvero particolare che vantava un’amicizia niente meno che con il presidente del Messico.  Tra le perle delle Asturie, una regione bellissima, incastonata tra le montagne e l’oceano, doverosa una tappa a Lastres: un vecchio villaggio di pescatori abbarbicato sulle scogliere, dove una vecchia casa di indianos è stata trasformata in un hotel-ristorante.
Proseguendo il viaggio in Cantabria verso Santander, si possono ammirare la sua pacifica baia, i suoi musei e i suoi alberi che puzzano (di cui la nostra guida, Clara, ci ha svelato il segreto). Un’altra sosta obbligatoria è Comillas. Questo villaggio di pescatori in mezzo al nulla è diventato, grazie a un altro indiano, il marchese Antonio López López, che ha fatto fortuna a Cuba, uno dei luoghi di villeggiatura preferiti dall’aristocrazia spagnola. Prima città del paese a dotarsi di elettricità, Comillas ospita sia la villa del Marchese, il Palazzo Sobrellano – il primo esempio di modernismo catalano in Cantabria -, che il primo seminario pontificio fuori dal Vaticano.  Uno dei simboli della città è  una delle ville costruite intorno al palazzo e voluta da Maximo Diaz, anche lui indianos. Era cognato del marchese e si fece costruire, nientemeno che da Antonio Gaudí, una casa musicale eclettica, coloratissima e pazzesca, nota come Il Capriccio.
In questo viaggio tra Asturie e Cantabria non può ovviamente mancare l’esplorazione gastronomica. A partire dal sidro, che ci viene versato – o meglio, escanciado – dal cinque volte campione del mondo di escancio Salvador Ondé nella storica sidreria di Oviedo Tierra Astur.
O dal vermuth locale. Niente a che vedere con il nostro, come ci spiega Leticia Vila Gonzàlez del Baruco de Anero, un baretto frequentatissimo nel weekend che preserva la ricetta tradizionale. Per quanto riguarda i dolci imperdibile il Carbayon, uno dei simboli di Oviedo, diventato centenario proprio quest’anno. Il consiglio è di assaggiarlo nella pasticceria dove è nato, in compagnia dell’erede della storia familiare di Camilo de Blas . Impossibile poi lasciare la Cantabria senza assaggiare le sue famose acciughe. L’indirizzo giusto è il mercatino settimanale di Comillas, dove si possono degustare quelle di Aron, acciugaro per tradizione familiare.

La foresta e il suo Principe

“L’Avez del Prinzep metteva le vertigini, come un precipizio al contrario. L’abete più alto d’Europa, meta di pellegrinaggi da parte di scienziati, di curiosi e di amanti di riti propiziatori, era una specie di monumento identitario per gli Altipiani Cimbri, come la Mole per Torino, la Torre pendente per Pisa, il Colosseo per Roma”. Sono le parole con cui Marco Albino Ferrari inizia a raccontarci la storia del Monte Bianco degli alberi, non a caso conosciuto come il Principe (Avez del Prinzep  per i cimbri). Questa del Principe sembra una fiaba, ma non lo è. È una storia vera. Una storia di vita, di morte e di vita.  C’era, in quell’abete bianco,  cresciuto per oltre 250 anni sull’altopiano di Lavarone, un elemento immateriale che aveva a che fare con gli abitanti dell’Altopiano, gli eredi degli antichi Cimbri. Era alto 54 metri e aveva una circonferenza di 5,6 metri. Il Principe – «alla cui ombra amava sostare Sigmund Freud e che certamente è stato ammirato anche da Robert Musil», ci ricorda Rigoni Stern nel suo Arboreto salvatico non era solo un monumento della natura o l’albero dei primati, non era solo meta di incessanti pellegrinaggi da parte di escursionisti, botanici, curiosi e amanti di riti propiziatori delle selve. Lo si avvistava a chilometri di distanza, perché la sua chioma policormica – ovvero composta da sette punte distinte – svettava sul mare verde che la circondava. Un forte vento l’ha schiantato il 12 dicembre 2017. Una notte di vento furioso e l’antico gigante dalle radici possenti schiantò. Anche oggi, in località Malga Laghetto (Lavarone) si può ammirare quello che resta dell’Avez del Prinzep. Quel grande ceppo però non bastava a rispondere alle domande dei locali. Che fare, ora? Come utilizzare il suo nobile legno? Come fare per tener accesa la memoria del Principe? Si indissero diverse assemblee pubbliche. La sala sempre gremita. Mani alzate che chiedevano di parlare. Proposte, suggerimenti: mai un’idea all’altezza. Finché all’ultima assemblea capitò per caso un musicista. Chi l’aveva visto? Cosa lo aveva portato lì? Quel legno così pregiato – suggerì – dobbiamo affidarlo a un maestro liutaio che ne faccia un quartetto d’archi. I costi saranno ingenti, certo… Bisognerà prevedere tempi lunghi per la stagionatura e per il liutaio. Ma che saranno cinque o sei anni per degli oggetti destinati a vivere secoli. Noi suoniamo violini di trecento anni, e così questi del Principe potrebbero suonare per secoli…
Alla puntata ha partecipato anche Luigi Torreggiani, giornalista e dottore forestale, che dopo averci evidenziato come noi tendiamo a vivere le foreste (ma vale anche per le montagne) come sfondi, aliene alla vita quotidiana di noi umani. E della “Strategia Forestale Nazionale” di cui si è dotata l’Italia per governare i propri boschi per i prossimi vent’anni.

La storia del Principe, compresa la sua incredibile rinascita, è raccontata da Marco Albino Ferrari nel libro “Il canto del Principe – Storia di un albero” (Ed. Ponte alle Grazie).

Trento, capitale europea del volontariato 2024

La competizione per diventare capitale europea del volontariato è stata per la prima volta lanciata nel 2013 dal Centro Europeo del Volontariato (CEV) di Bruxelles con lo scopo di rafforzare e promuovere le attività di volontariato a livello locale. La finalità ultima è quella di spingere le città europee ad interrogarsi sul ruolo del volontariato per la comunità e di premiare le città che più esprimono i valori europei attraverso la promozione del volontariato e la sua pianificazione per il futuro. Lo scorso 3 febbraio, ospite d’onore il Presidente della repubblica Sergio Mattarella, ha inaugurato l’anno di Trento Capitale europea e italiana del volontariato. Per tutto il 2024 la città di Trento, coinvolgendo il volontariato formale e informale e gli enti e gli attori attivi in questo settore, ha sviluppato un percorso partecipato facilitando la creazione di tavoli di lavoro che avevano l’obiettivo di fare sistema e trasformare il 2024 in un grande laboratorio di pratiche per una comunità che cresce grazie al volontariato. Per fare un primo bilancio di quest’esperienza abbiamo incontrato Maria Antonia Bellini, del Servizio Welfare e Coesione sociale del Comune di Trento, che ci ha anche illustrato il progetto Attivati! , l’app del volontariato in Trentino.  Giulia, una studentessa di un liceo cittadino, e Valeria, una mamma, ci raccontano le loro esperienze di ‘volontariato partito dal basso’. La prima ci racconta l’attività di volontariato in una casa di riposo, e Valeria dell’idea, avuta con altre mamme, di organizzare una sorta di doposcuola per i bambini stranieri compagni di classe dei loro figli. Mauro Dossi ci racconta il lavoro di volontariato dell’Associazione Il Melograno di Brentonico (TN), che – tra le tante iniziative –  in Burundi ha permesso a una cooperativa di donne di produrre formaggio con il latte delle loro mucche, utilizzando la caldera di Agitu  (la pastora e casara etiope vittima di femminicidio che viveva nella Valle dei Mocheni).
A Trento sta per chiudersi “Records“, la prima delle tre mostre del progetto “Anelli di congiunzione” , un percorso espositivo triennale che, attraverso linguaggi diversi e innovativi, permetterà di immergersi nei Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano Cortina 2026. Il progetto, che si colloca all’interno dell’Olimpiade culturale 2026, è volto ad approfondire la storia, il presente e il futuro dei Giochi guardandoli attraverso tre focus. Tre anni, tre temi: la misurazione, la tecnica, il territorio. Ne abbiamo parlato con Giuseppe Ferrandi, direttore del Museo Storico / Gallerie 

Il pranzo della domenica

Il libro“Il pranzo della domenica – Viaggio sentimentale nella cucina delle nonne” (Sellerio Editore) è un’immersione nei sapori, nei profumi e nelle storie che si celano dietro ogni piatto della tradizione. DonPasta , ovvero Daniele De Michele, cuoco e narratore appassionato, ci guida alla scoperta di un mondo fatto di gesti antichi, di ricette tramandate da generazioni, di legami familiari e di radici profonde. Un giro d’Italia, dalle colline dell’Irpinia alle campagne mantovane, dalle montagne siciliane ai caruggi di Genova. DonPasta non si limita a raccogliere ricette, ma scava nel passato condiviso, cogliendo l’essenza antropologica di ogni pietanza, il suo legame con la terra, la storia e l’identità di un popolo. Un omaggio alla cucina italiana come patrimonio culturale e affettivo, un inno alla condivisione e alla convivialità, alle tradizioni che ci legano al passato e ci proiettano nel futuro. Un libro che ci ricorda che il cibo è molto più di un semplice nutrimento: è memoria, è identità, è amore. Ed essendo DonPasta un gourmet -deejay per ogni tappa c’è un brano musicale perché condire un piatto con una bella canzone dà più gusto. Come quando si usa il sale, il pepe o le spezie.
Il musicista, scrittore, giornalista, ciclo-inviato e cicloturista Guido Foddis ci racconta di quando in occasione del Giro d’Italia , inviato della fantomatica rivista culinaria “Mangia Piano”, tentò di trovare ogni sera una famiglia che lo invitasse a cena nella località della tappa di quel giorno. Questa avventura, raccolta nelle pagine di “Un giro a sbafo” (Ediciclo Editore) Guido ce la racconta dalla Tanzania, dove in questi giorni sta seguendo un progetto di IBO Italia , una organizzazione non governativa di cooperazione internazionale.
Il ‘contadino biologico’ Riccardo Finotti ci parla di alcuni piatti dimenticati della Valtellina, come la dumega e la cadolca. Il primo veniva cucinato quando si ammazzava il ciun, il maiale. Tutte le parti che non venivano utilizzate per la preparazione dei salumi erano messe a cuocere in un paiolo con l’aggiunta di orzo e verdure (in realtà la dumega è un cereale locale un po’ diverso dall’orzo, con i chicci un po’ più allungati). Il secondo piatto, la cadolca, risale a quando i vecchi contadini si riunivano, la sera, nel tepore della stalla, a pregare, a raccontare nuove e vecchie storie mentre le donne lavoravano la lana, confezionavano calze o ricamavano. Tra un pater e l’altro passavano, in una ciotola scavata nel legno, del vino allungato con il latte appena munto. Se volete provarci anche voi ricordatevi di mescolare lo zucchero con il vino, aggiungervi il latte prestando attenzione che questo non diventi acido e servire in una coppa di legno…

Viaggio nelle geografie lorchiane di Granada

Granada non è solo l’Alhambra. Certo, l’Alhambra, la vetta dell’architettura musulmana, è uno dei luoghi più magici che la penisola iberica possa regalare ai propri visitatori. Ma Granada non è solo l’Alhambra. La sua posizione geografica è invidiabile: a mezz’ora dalla città c’è un comprensorio sciistico sito all’interno del Parco Nazionale della Sierra Nevada, e la costa (Motril) dista solo un’ora di macchina. Ha dato i natali a numerose personalità, tra cui spicca il poeta, drammaturgo e regista teatrale Federico Garcia Lorca. Un viaggio  tra le sue geografie non può che iniziare dal Centro Federico Garcia Lorca , un moderno edificio nel centro storico di Granada che ospita numerose sale di esposizioni, un teatro, una biblioteca e l’ampio archivio dell’autore e della sua fondazione. E’ anche sede di numerose attività come opere di teatro e danza, concerti di musica, presentazioni e molto altro… La tappa successiva è la casa natale di Lorca a Fuentevaqueros, distante una ventina di chilometri da Granada. Federico nacque il 5 giugno 1898 nella casa della maestra del villaggio, sua madre, Doña Vicenta Lorca, la seconda moglie del padre di Lorca. Con l’aiuto della sorella del poeta la casa è stata ricostruita fedelmente, con molti oggetti originali. Il vecchio fienile è diventato una sala espositiva ed oggi questa casa offre una vasta collezione di fotografie, manoscritti, pubblicazioni, curiosità. Pochi chilometri e si arriva a Valderrubio, dove si può visitare la casa di Bernarda Alba , fonte di ispirazione di una delle sue opere più conosciute e più rappresentate.  Per pranzo si può tornare in città e puntare sul  ristorante Chikito. Originariamente era un bar chiamato Alameda ed era il ritrovo dell’intellighenzia locale che praticava la “tertullia”, un’espressione locale traducibile con “chiacchierate colte”.  In questa tertullia leteraria Federico lesse le sue prime poesie e tenne discorsi antologici. Lui e il suo gruppo di amici erano conosciuti come “El Rinconcillo” (il piccolo angolo) per via del posto in cui si sedevano nella sala. Qui o in uno dei tanti ristorante di Granada si possono degustare svariate specialità locali, per digerire le quali basta inerpicarsi lungo le strette strade lastricate del Sacromonte, il quartiere gitano famoso per le sue case-grotte scavate nella roccia: una sorta di Matera in salsa iberica. In quelle grotte oggi riecheggiano le note della Zambra, la festa che accompagnava il canto e il ballo durante le cerimonie nuziali gitane, la cui origine risale. La sua origine rimanda ai rituali nuziali moreschi che qui avevano luogo nel XVI secolo. Tappa fondamentale per capire l’essenza del duende, un termine intraducibile (nel dialetto andaluso, duende può significare folletto ma anche broccato e stoffa pregiata). Nel saggio “Il duende. Teoria e gioco” , che risale al 1930, Federico Garcia Lorca scrive che il duende è “…un potere e non un agire”, “un lottare e non un pensare”. Il poeta sentì dire da un vecchio maestro di chitarra che  “…non sta nella gola” ma “sale interiormente dalla pianta dei piedi” e si ritrova come intima cifra di ogni atto di genio; “…si sa soltanto che brucia il sangue, che prosciuga, che respinge tutta la dolce geometria appresa, che rompe gli stili”. E’ quella cosa che ogni artista vorrebbe per sé, e che i toreri a volte mostrano nei loro movimenti, ma anche i pittori, i musicisti, i ballerini di flamenco, i poeti.Lorca chiude il suo saggio chiedendo: “Ma dov’è il duende?”  Dopo una serata sul Sacromonte osiamo rispondergli: tra la musa e un angelo, nelle pieghe del pensiero.
L’ispano-americanista Irina Bajini ci suggerisce  un paio di libri ‘insoliti’ dedicati a Federico Garcia Lorca da mettere nello zaino prima di un viaggio a Granada:  la graphic novel “Federico” di Ilu Ross (Ed. Ventanas) e il giallo “La canzone del cavaliere” di Ben Pastor , con un incredibile Federico mutante…

spain.info   turgranada.es  andalucia.org

VALLE di SCALVE

“La «crisi idrica globale» è un argomento di grande successo, in questo avvio di terzo millennio. Ma la risposta al problema resta inadeguata: anziché alla comprensione della crisi, si lavora alla sua spettacolarizzazione. Le star di Hollywood ci invitano a elargire generose donazioni, come singoli consumatori. Le multinazionali dell’acqua in bottiglia e della birra portano avanti campagne pubblicitarie basate sulle loro politiche di sostenibilità. Le associazioni benefiche si rendono intanto conto di avere bisogno di «soldi veri», cioè di ottenere degli utili da ciò che fanno…”. (da “Sete” di Filippo Menga, ed. Ponte alle Grazie).

E’ leggendo questo libro che ho deciso di fare una nuova puntata di Onde Road dedicata all’acqua. E per farla ho pensato a un viaggio nella Valle di Scalve : una valle, a confine tra la bergamasca e il bresciano, dove l’acqua da sempre ha pesantemente segnato la vita di chi l’abitava e la abita.  Lo certifica un altare vecchio di secoli (il dibattito sulle origine celtiche o romaniche è ancora aperto) in prossimità del torrente Vò, nelle cui adiacenze è stata rinvenuta una coppella, solitamente utilizzata per riti legati all’acqua. All’altezza di Ronco, dove il Vò si immette nel Dezzo (un fiume di soli 36 chilometri a cui si deve però l’esistenza della Valle di Scalve) c’è una vecchia sorgente dove l’acqua sembra sgorgare da un accesso che parrebbe portare all’ingresso di una miniera. Maurilio Grassi, guida escursionistica-ambientale e neo direttore del Museo Etnografico di Schilpario, racconta la storia della diga del Gleno. Ideata per sfruttare appieno l’energia prodotta dall’acqua, fu finanziata dalla famiglia Viganò, proprietaria di importanti cotonifici lombardi. Per ottenere il massimo dalla forza gravitazionale dell’acqua nella valle del Gleno, fu realizzata una diga ad archi multipli, all’epoca considerata una delle più moderne innovazioni ingegneristiche. Il bacino, posto ad un’altitudine di 1.500 metri, alimentava una prima centrale 400 metri più a valle e questa a sua volta consentiva il funzionamento di una seconda centrale. Nei mesi precedenti al crollo vennero ripetutamente segnalate perdite d’acqua alla base e nella muratura in calce dello sbarramento.  Alle ore 7.15 del 1° dicembre 1923, la Diga del Gleno crollò: sei milioni di metri cubi di acqua invasero la valle sottostante, colpendo per primo l’abitato di Bueggio, che venne totalmente distrutto, per poi proseguire e distruggere buona parte del paese di Dezzo. L’acqua raggiunse in seguito Angolo Terme e Darfo, in Valle Camonica, per finire la sua corsa nel Lago di Iseo. I morti di questo disastro non vennero mai contabilizzati con precisione, ma si stima che ci furono tra le 350 e le 600 vittime.
Un mini-trekking alla portata di tutti porta ad uno dei punti più affascinanti della Valle di Scalve: la Via Mala. Costeggiando dall’alto le acque del Dezzo, univa la Val d’Angolo, tributaria della bresciana Valcamonica, con la Val di Scalve, territorio delle Alpi Orobie Orientali. Una valle remota, da sempre contesa: dal punto di vista territoriale è bergamasca, mentre la gestione delle acque è della provincia di Brescia. Dall’alto si domina un paesaggio selvaggio, dove il tempo sembra essersi fermato. Scendendo dalle ripide pareti su cui poggia la vecchia via Mala ci si cala in un paradiso per pescatori. Ne parliamo con Gianluca Bonomi, guida di pesca, che ci introduce nel complesso mondo della pesca ‘no kill’ con la mosca. Adelino Ziliani, invece, ci racconta la storia , e le proprietà terapeutiche, delle acque di Boario Terme , storico centro termale frequentato, ai tempi, anche da Alessandro Manzoni…

Per approfondimenti consigliamo i seguenti volumi curati da Maurilio Grassi:
.- Calchere. L’industria povera della Valle di Scalve
.- Messaggi dalle rocce . L’arte rupestre della Valle di Scalve
.- I frerini della Valle di Scalve. Note sull’attività estrattiva locale preindustriale

DALLA VAL GRANDE AI NUOVI DESERTI ITALIANI

Il Parco Nazionale della Val Grande si estende nel cuore della provincia del Verbano Cusio Ossola, tra creste dirupate e cime solitarie, ed è parte del geoparco Sesia Val Grande , una più grande area di interesse geologico entrata a far parte della rete mondiale di geoparchi, patrocinata dall’Unesco. E’ l’area selvaggia più vasta d’ltalia, una wilderness a due passi dalla civiltà. Un santuario dell’ambiente dove la natura sta lentamente recuperando i suoi spazi, dove boschi senza fine, acque trasparenti e silenzi incontrastati accompagnano ogni passo del visitatore. Ma la Val Grande è anche storia. Il lungo racconto di una civiltà montanara narrato dai luoghi e dalla gente dei paesi che circondano quest’area fra Ossola, Verbano, Val Vigezzo, Valle Intrasca e Cannobina. Percorrendo i sentieri della Val Grande si scoprono i segni lasciati dall’uomo nei secoli passati quando la valle era meta di pastori e boscaioli, tracce di una vita faticosa, testimonianza della capacità di adattarsi a un territorio impervio e inaccessibile. La verticalità era il principale elemento di sopravvivenza: tutta l’economia della comunità montana era basata sugli spostamenti altitudinali stagionali, in base ai ritmi della natura. Ne sono testimonianza le ciclopiche opere di terrazzamento destinate alla coltivazione ed una fitta rete di strade e sentieri che segnavano i versanti vallivi collegando il fondovalle ai maggenghi e agli alpeggi. Su queste montagne, inoltre, è stata scritta una pagina importante della Resistenza italiana. Nel giugno del 1944 la Val Grande e la Val Pogallo furono teatro di aspri scontri tra le formazioni partigiane e le truppe nazifasciste (nelle adiacenze va visitata la Casa della Resistenza , un importante luogo di memoria). Di questo e molto altro ne parlano lo scrittore Marco Albino Ferrari, e Massimo Gocci, in passato presidente del Parco Nazionale della Val Grande. Invece la naturalista Valentina Scaglia ci racconta del suo commovente incontro con Gianfry, l’eremita della Val Grande. La bulimia naturalistica di una località come la Val Grande è ancora più apprezzabile se ci ricordiamo quanto stia soffrendo la natura nel resto dell’Italia. Una cruda testimonianza ci arriva da Deserti d’Italia, un’insolita guida turistica curata da Gabriele Galimberti. Come recita il sottotitolo del libro: “Paesaggi mozzafiato di cui il Bel Paese non avrebbe bisogno”, è un viaggio, corredato da impressionanti fotografie, tra le aree a rischio desertificazione nel Bel Paese. Un fenomeno che, contrariamente a quanto ci si aspetterebbe, non è presente solo al Sud (dove comunque le aree a rischio sono molto estese: 70% della Sicilia, il 57% della Puglia, il 58% del Molise e il 55% della Basilicata sono a rischio desertificazione), ma anche al Centro e al Nord, dall’Abruzzo all’Isola d’Elba, dall’Emilia-Romagna alla Lombardia.

Case di scrittori

Il castello di Saché, nella valle dell’Indre, è uno dei noti castelli della Loira. Honoré de Balzac vi trascorse brevi soggiorni in fuga dalla stressante vita della società parigina e dal consueto assalto dei creditori. In compenso vi ambientò più di un tomo, tra cui “Il curato di Tours” e “Il Giglio nella valle”. E vi compose altrettanti volumi. Qui Balzac gustava il vino equilibrato e generoso di Vouvray con cui sovente annaffiava i suoi irregolari pasti rablesiani. Era capace, dopo due o tre giorni di digiuno e di scrittura diurna e notturna, di deglutire anche cento ostriche e sei pernici in un solo pranzo. Un altro castello da visitare è quello dove vissero Voltaire e Gabrielle-Emilie de Breteuil. Sposata con il marchese di Chatelet, dal quale ebbe tre figli, era interessata agli studi scientifici, cosa piuttosto insolita per una donna del Settecento. Passione che la mise in rapporto con Voltaire: una conoscenza stimolante per le sue ricerche. Voltaire era considerato un uomo freddo, cinico e calcolatore, alieno alle passioni romantiche e implacabile fustigatore della mentalità del suo tempo. Lo scrittore pagò con frequenti soggiorni in galera la causticità delle sue opere. Fu proprio per sfuggire all’ennesima condanna che si rifugiò a Cirey (allora territorio del ducato di Lorena, indipendente dalla Francia). La dimora di campagna dei coniugi du Chatelet fu rinnovata e sontuosamente rifinita da Voltaire stesso, a proprie spese. Con l’amica Emilie, il filosofo mise a punto un rigoroso piano di studi da attuare nella villa, con orari esattamente definiti per l’attività intellettuale, le conversazioni, i pasti, il teatro e la musica. Non è mai stata chiarita fino in fondo la reale natura dei rapporti fra Voltaire e Madame du Chatelet. Una cosa però è certa: Voltaire non provò per nessun’altra persona un sentimento cosi profondo. Voltaire non ruppe con lei nemmeno quando, nel 1748, Emilie si innamorò del marchese Saint-Lambert e ne restò incinta Ed è certo che la morte della marchesa di Chatelet lo portò quasi alla disperazione. La casa di Samuel Beckett a Ussy-sur-Marne, 60 km dal centro di Parigi, è una abitazione spoglia, una sorta di “capanna arredata” con il telefono abilitato solo a chiamare e non a ricevere. Una villetta isolata, a tre chilometri dal centro. Più che una abitazione fu una cella monastica e qui Beckett si chiuse per scrivere la maggior parte dei suoi capolavori. Quando frequentava questa casa Beckett era sposato con Suzanne Déchevaux-Dumesnil. Però amava già Barbara Bray, giovane produttrice e redattrice inglese che aveva conosciuto a Londra, che per lui aveva lasciato la carriera alla Bbc e a 36 anni si era trasferita a Parigi. In Francia Barbara diventò protagonista della vita intellettuale dell’epoca con le sue traduzioni di Sartre, Robbe-Grillet, Genet e in particolare di Marguerite Duras, della quale era amica. Rimase al fianco di Beckett per quasi trent’anni: compagni intellettuali e anche innamorati. La casa oggi è in Rue Samuel Beckett. “To rue” in inglese significa soffrire, e quella per Barbara era la strada della sofferenza, del suo doloroso amore per Beckett. Un uomo che la amava, ma non aveva mai voluto separarsi dalla moglie. Per lui Barbara era diventata «la donna invisibile». In quella casa Beckett non invitava nessuno. A parte Barbara. Lei lo spronava a scrivere, gli suggeriva i libri da leggere, lo consigliava sulle traduzioni delle sue opere. A volte andava a vedere di nascosto le rappresentazioni dei suoi drammi a teatro, per fargli da «spia». Un’intesa totale, romantica e intellettuale. Dalla casa di Ussy, per la precisione dal suo tavolino in giardino, Beckett scriveva a Barbara e leggeva le sue lettere: se ne sono scambiate migliaia in quasi tre decenni di amore nascosto. Oggi 720 missive di Beckett a Barbara sono state pubblicate nella collana delle sue Lettere della Cambridge University Press: così tutti possono sapere quanto fossero vicini. Ed è grazie a queste lettere che Barbara Bray è un po’ meno la donna invisibile.
La casa nel Peloponneso di Sir Patrick Leigh Fermor, nella penisola del Mani (frequentata anche da Bruce Chatwin). Delle tre “dita” del Peloponneso, la penisola del Mani è il medio. La zona più ostile e selvaggia della penisola è l’esatta antitesi della Grecia classica.

Per approfondimenti su queste e altre case di scrittori consiglio “Le case dei miei scrittori”, l’ottimo libro di Évelyne Bloch-Dano (ed. ADD).

Le geografie di James Baldwin

Ricorrono  100 anni dalla nascita di James Baldwin (1924-1987), autore prolifico, saggista, drammaturgo e romanziere che nella sua scrittura ha sempre intrecciato i temi dell’omosessualità, del razzismo e del blues. Originario di Harlem, dopo il diploma si trasferisce al Greenwich Village dove incontra lo scrittore Richard Wright che, resosi conto del suo talento, gli procura una borsa di studio per Parigi.  Nel novembre 1948, ventiquattrenne, Baldwin diede a sua madre gran parte dell’importo guadagnato con la borsa di studio e utilizzò il resto per trasferirsi a Parigi. Si innamorò della città, non solo per la sua bellezza e cultura, ma anche per la tregua che gli offrì dalla discriminazione razziale e sessuale vissuta negli Stati Uniti.  Baldwin a Parigi era per lo più solo, parlava solo inglese, aveva pochi dollari in tasca e niente in banca. Ogni mattina fuggiva dagli squallidi alberghi dove dormiva in favore dei caffè francesi, dove scriveva e poteva stare al caldo. “Appena mi sono alzato dal letto, ho portato taccuino e penna stilografica nella stanza al piano superiore del Café de Flore, dove ho consumato un bel po’ di caffè e, con l’avvicinarsi della sera, un po’ di alcol“. In quel locale scrittura e socializzazione andavano di pari passo. Qui incontrò famosi intellettuali francesi come Simone de Beauvoir,  Albert Camus e Jean-Paul Sartre. I bar e le discoteche permettevano all’espansivo Baldwin di ballare, cantare, ridere ed esplorare la sua sessualità in un ambiente favorevole. Un anno dopo essersi stabilito a Parigi, Baldwin incontrò Lucien Happersberger. Pittore svizzero, Happersberger aveva solo diciassette anni all’epoca, otto anni più giovane di Baldwin. Ma i due divennero presto amici intimi e amanti. La loro storia d’amore interrazziale e omosessuale era meno un tabù a Parigi di quanto lo sarebbe stata ad Harlem o in qualsiasi altro posto negli Stati Uniti.  Invitò Baldwin in Svizzera, a Leukerbad (la capitale del termalismo alpino), per soggiornare nel piccolo chalet della sua famiglia in modo che potesse concentrarsi sulla fine di Go Tell It On The Mountain.  Anche se la loro storia d’amore fu di breve durata e nel 1964 si fosse sposato, Happersberger rimase l’amore della vita di Baldwin e un amico che gli fu sempre vicino. Da quando si era trasferito a Parigi Baldwin era diventato cittadino del mondo. Oltre che a Leukerbad, viaggiò in tutta Europa, in particolare Francia, Turchia, Svizzera e Inghilterra. Andò più volte a Porto Rico e visitò Israele, Senegal, Unione Sovietica e molti altri luoghi.  Proprio come era avvenuto con il suo primo soggiorno a Parigi, Baldwin sentiva che il tempo trascorso all’estero lo aiutava a guarire le ferite inflitte  dalla discriminazione che sentiva negli States e gli permetteva di alimentare la sua attenzione alla complessità dell’esperienza umana. Visse all’estero gran parte della sua vita, sino alla sua morte nel  1948  a St. Paul de Vence, nel sud della Francia. Pur riconoscendo l’influenza della sua residenza all’estero su tutte le sue opere e sulla sua storia di vita, Baldwin si è sempre considerato uno scrittore  americano che vive come un “pendolare transatlantico”…

Alla trasmissione sono intervenuti Francesca Esposito, direttrice editoriale di Fandango Libri , che ha parlato della “Maratona Baldwin – Cento anni di amore e di lotta”, 42 iniziative a partire da una nuova edizione delle sue opere, presentazioni, eventi di musica e arte, festival, reading, gruppi di lettura e èprogetti nelle scuole. E il giornalista Davide Mamone da New York, che ha raccontato le iniziative in corso nelle città americane per il centenario della nascita dello scrittore.

Utilitarie

Come ci racconta Matteo Villaci, l’esperto di motori di Radio Popolare, le case automobilistiche non sono più interessate a produrre utilitarie. Eppure la dimensione e la cilindrata di un mezzo condizionano il nostro modo di viaggiare. Innanzitutto la moderata velocità permette di concentrarsi maggiormente sul paesaggio, scegliere percorsi alternativi evitando strade a forte scorrimento come le autostrade, attraversare borghi che altrimenti non si sarebbero mai incontrati, concedersi più tempo, apprezzare la lentezza di un’esperienza in qualche modo più intima alla ricerca di un approccio diverso al viaggio. Perché in questo modo tutto diventa elastico, un’auto lenta dà più spazio agli imprevisti, agli incontri fortuiti, e suscita simpatia nell’altro. Siamo costretti a lasciare a casa la fretta e il “tutto organizzato”: ci si può abbandonare alla sorpresa, all’inatteso, all’avventura.
Elisabetta Tiveron, scrittrice di luoghi e persone, per la collana «Piccola filosofia di viaggio» (edizioni Ediciclo), con il libro “Il talento delle utilitarie” racconta i pregi dell’errare su piccole auto, quelle che nascono già con una loro spiccata personalità, che impongono ritmi e sguardi diversi, che richiedono di lasciare a casa la fretta, amano le strade secondarie, sono tue complici, amiche, compagne.
L’ideale, a bordo di una utilitaria, è percorrere quelle che gli americani si chiamano Blue Highway. «Un tempo, sulle vecchie cartine d’America, le strade principali erano segnate in rosso e quelle secondarie segnate in blu. Adesso i colori sono cambiati. Ma subito prima dell’alba e subito dopo il tramonto – brevi istanti né giorno né notte – le vecchie strade restituiscono al cielo un poco del suo colore, assumendo a loro volta un tono misterioso di blu». E’ su queste Strade Blu che si svolge il viaggio di tre mesi di un solitario mezzo pellerossa che, rimasto privo del suo lavoro e della sua donna, va a ricercare un poco di interesse alla vita in un itinerario circolare che lo porta da Columbia, Missouri a Columbia, Missouri, attraverso le Caroline, il Texas meridionale, lo stato di Washington, il Montana e il New England. E ritrova, ricostruisce, riscopre, l’America periferica.
Ne è nato un libro imperdibile: “Strade Blu” di William Heat-Moon (Einaudi).
Tra le utilitarie mitiche un posto di tutto rispetto spetta alla Renault 4, detta Marie Chantal. Quando debuttò nel Grand Palais di Parigi, dissero che sarebbe stata l’auto di tutti. E quella R4 color amaranto, modello Export, acquistata nel 1971 da Filippo Bartoli, divenne di tutti. A partire dal momento in cui, il 9 maggio 1978, dopo 253.839 chilometri di vita, smise di respirare insieme al corpo che trasportava. Lui era l’uomo più importante d’Italia. Lei l’auto più venduta di Francia. Era nata a Billancourt, la fabbrica parigina che aveva modellato il volto di una nazione. Nelle sue officine avevano lavorato il leader cinese Deng Xiaoping, il fotografo Robert Doisneau, la filosofa Simone Weil, il cantautore Georges Brassens e persino Gusztáv Sebes, l’allenatore della Grande Ungheria. Ma non solo loro. Dentro quegli stabilimenti, germogliati nel giardino della madre di Louis Renault, si erano mosse altre esistenze destinate ad attraversare due conflitti mondiali, la Guerra fredda, il Sessantotto, la crisi economica e la lotta armata. Seguendo quel filo lunghissimo che lega un’origine a un epilogo, Piero Trellini in “R4 – Da Billancourt a via Caetani” (Strade Blu – Mondadori) ci trascina in un incredibile viaggio, dentro una storia che va vista dal basso, dove sono i fari delle auto a guidarci. Lungo il percorso ogni cosa si collega. Si rincorrono i pensieri di Henry Ford, Adolf Hitler, Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald, Clare Boothe Luce, George Marshall, Eduardo De Filippo, George Patton, Jean-Paul Sartre, Le Corbusier, Giangiacomo e Inge Feltrinelli, Sandro Pertini, Renato Curcio, Pier Paolo Pasolini, Henry Kissinger, Paolo VI, Aldo Moro e molti altri. Sarà la lenta trasformazione delle loro teste, attraverso una catena invisibile di anelli, a deviare la storia, portando quell’auto e quei pensieri a respirare la stessa aria e a intraprendere il medesimo tragitto…

Ritorno a Cuba

Cuba continua a cercare di sopravvivere nonostante una crisi da cui non riesce a risollevarsi.
Come ricorda Alfredo Somoza, la colpa è del blocco economico che la colpisce da decenni, ma responsabilità vanno ascritte a un governo che sembra incapace di apportare quei cambiamenti ad un sistema politico – economico che necessita di qualche ripensamento. Il risultato è un costante aumento del prezzo della benzina, la difficoltà nel reperimento i generi alimentari di prima necessità – dal pane fino al latte per neonati – e la fuga dal Paese di migliaia di persone.
Anna Gomarasca e il fotografo Gianluca Colonnese ci portano a Ciego de Ávila,  una cittadina nel cuore dell’isola dove, senza disboscamenti e deforestazioni, si produce il carbone vegetale. Una realtà che garantisce la vita a circa 3000 persone, più l’indotto. Dieci, cento, mille Ciego de Ávila darebbero una grossa spinta a Cuba per uscire dalla crisi…
Un default che si spiega anche con la decennale crisi dell’industria saccarifera, su cui ancora oggi pende il retaggio dello schiavismo. Ce lo ricordano le vicende di Esteban Montejo, un cimarrón (gli schiavi che fuggivano dalle piantagioni di canna da zucchero per rifugiarsi sui monti), nato e vissuto a Cuba fino a oltre cent’anni. La sua storia è raccontata in “Cimarròn. Biografia di uno schiavo fuggiasco” di Miguel Barnet, recentemente pubblicato in Italia per i tipi di Quodlibet. Barnet scrive: «Mi accorsi, già durante le prime interviste, che Esteban Montejo era una vita importante, anonima, quella della storia di Cuba, e che bisognava riscattarla». Edito originariamente nel 1966, e divenuto famoso in Italia grazie a Italo Calvino, è la fotografia di un rapporto di empatia e di rispetto reciproco, che è durato dal 1963 fin dopo la morte di Esteban e che ha rappresentato la fortuna di Barnet, ma anche la presa di coscienza da parte del cimarròn «del fatto che era un uomo con una vita importante», nonostante non sapesse quando, dove e da chi fosse nato.
Nonostante tutto Cuba continua ad essere un posto magico. A partire dai suoi colori. “Il colore a Cuba è tutto, sia quando c’è, che quando non c’è. Anche davanti a facciate di edifici scrostati, capisci che il colore brilla per la sua assenza, corrosa dagli anni”. Sono parole della fotografa Carolina Sandretto, autrice di “Cuba. Vivir con” (Silvana Editrice). Un libro offre un’affascinante esplorazione del mondo dei “solares”, gli alloggi popolari trasformati in spazi abitativi multifamiliari dal governo locale dopo la Rivoluzione Cubana del 1959. Un lavoro dove Carolina si concentra sulla figura umana e sul suo rapporto con lo spazio abitativo, inteso sia come luogo sia privato che pubblico. Più che un libro fotografico, un album di famiglia che rispecchia la complessità della società cubana contemporanea. 

Banksy, i migranti, la Palestina…

Ai primi di agosto Banksy ha disseminato di animali i muri di Londra, facendo nascere quello che è stato battezzato il “London Zoo”. Per alcuni critici con questa invasione di animali Banksy vuole trasmettere un messaggio: l’umanità si sta autodistruggendo, e dunque lascia il posto alle bestie. Molto probabilmente, in un momento storico drammatico come quello che stiamo vivendo, dove le luci sono molte meno rispetto alle ombre, Banksy vuole solo diffondere positività. In effetti quando vuole fare denunce il suo messaggio è esplicito. Si pensi al tema dei migranti che Banksy ha evocato, pochi giorni prima della nascita del London Zoo, al festival di Glastonbury, l’evento musicale più importante del Regno Unito. Durante il concerto degli Idles si è visto passare tra il pubblico un gommone con dei manichini, un’iniziativa con cui Banksy ha voluto ricordare i gommoni con cui le persone migranti cercano di attraversare tutti i giorni il mar Mediterraneo o il canale della Manica. Quello dei migranti è un tema caro a Banksy non da oggi. Basti pensare a quello che mise in piedi una decina di anni fa a Calais, una città del nord della Francia affacciata sulla Manica. Qui aveva la sua sede un enorme baraccopoli dove vivevano i migranti che dalla Francia provavano a raggiungere il Regno Unito. Quando se ne occupò Banksy, nel dicembre del 2015, era conosciuta come la “Giungla di Calais”.  Da una parte c’era una bella cittadina francese, con i suoi viali tirati a lucido e i negozi chic, le villette unifamiliari, la piazza, la splendida chiesa di Notre Dame. Dall’altra l’inferno di una favela di legno e stracci sotto il ponte dell’autostrada che porta al tunnel della Manica, sulle dune di sabbia vicino al mare. Un mondo altro distante quattro chilometri dal centro cittadino. Qualcuno, tra i migranti, s’avventurava in città, ma la maggior parte di loro restava nell’immenso spiazzo sulle dune in attesa del passaggio buono, del camion dove nascondersi e sbarcare in Inghilterra, a Dover, appena 50 chilometri più in là. Per i francesi erano solo un bubbone fuori città, per i migranti, afghani, eritrei, sudanesi, la sabbia di Calais era solo una sosta, inevitabile, ma nei loro pensieri del tutto temporanea. E proprio davanti alla spiaggia Banksy ha lasciato la sua prima opera made in Calais. Era lo stencil di un bambino con una valigia, che guardava in direzione dell’Inghilterra con un cannocchiale sul quale è appollaiato un avvoltoio. Seguirono altre opere, tra cui un murales raffigurante Steve Jobs, intitolato “Il figlio di un migrante siriano”. Nel dipinto Jobs aveva sulla spalla una sacca con gli effetti personali e in mano un vecchio computer della Apple. Un modo oroginale per ricordare che l’uomo che ha regalato al modo alcune delle più grandi innovazioni tecnologiche era il figlio di un migrante siriano, arrivato negli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale. Proprio come molti siriani che in quei giorni stavano a Calais per cercare di entrare nel Regno Unito (vedi articolo su The Guardian).
Un altro tema caro a Banksy è quello legato alla violenza israeliana contro i palestinesi. Significativa l’esperienza del Walled Off Hotel , “l’albergo con la vista peggiore al mondo”. Ha aperto i battenti nel marzo 2017 di fronte al muro di Betlemme, la cortina di cemento che dal 2002 divide Israele dai territori palestinesi. Doveva restare aperto un anno, invece è stato chiuso solo il 21 dicembre 2023, una chiusura dovuta ai continui attacchi israeliani alla Palestina, che ad oggi ha ucciso più di 40.000 persone a Gaza e centinaia nella Cisgiordania.