Camminare. Festival Social Walking

 

Presentazione di “Camminare. Festival del Social Walking” che, giunto quest’anno all’ottava edizione, si svolgerà anche quest’anno – il 4 e 5 maggio – nel Parco Nord Milano. Posizionato presso la Cascina Centro Parco, il village ospiterà alcune delle sezioni del festival e rappresenterà il punto di partenza le esperienze di cammino nel Parco. Laboratori di didattica ambientale, stands, spazio libri, momenti benessere, appuntamenti all’interno dei grandi spazi del Parco Nord Milano, parco periurbano metropolitano situato nella periferia nord di Milano. La Cascina Centro Parco, sede dell’ente parco, è facilmente raggiungibile a piedi, in bicicletta e con i mezzi pubblici da Milano e dai comuni limitrofi della Città Metropolitana (M5 Bignami). E’ previsto un prologo del festival vero e proprio, durante il quale una sezione del festival offrirà una prospettiva unica sul mondo dei cammini, permettendo anche di scoprire luoghi insoliti della città. Trattasi di un trekking in cinque quartieri della città di Milano: Ortica, Porta Romana, Porta Venezia, Gorla, Bovisa. Non solo trekking urbani, ma anche presentazioni di libri, un film (“Resina” di Renzo Carbonera) e una mostra.  

Ospiti della trasmissione, oltre a Fabrizio Teodori di Viaggi e Miraggi che ha dettagliato il programma, anche Chiara Caporicci, referente di C.A.S.A. – Cosa Succede Se Abitiamo , un’associazione di promozione sociale e uno spazio per residenze d’artista e culturali, abitato e attraversato, a Frontignano di Ussita (MC) nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini a mt 1.350 slm. Ilaria Canali, di Ragazze in Gamba , la Community ufficiale della pagina della Rete Nazionale Donne in Cammino. E Stefano Mancuso, botanico e saggista italiano che insegna arboricoltura generale e etologia vegetale all’Università di Firenze.

Puntata in bicicletta

Una puntata a pedali dedicata a Mariateresa Montaruli. Giornalista e scrittrice prematuramente scomparsa, attraverso i suoi racconti e le descrizioni degli itinerari in Italia, ma con qualche puntata anche nel resto d’Europa, ha fatto scoprire a migliaia di lettori non solo i percorsi più suggestivi da fare in bicicletta, ma anche un tema, un’anima, una storia legata al territorio e una possibilità per tanti di fare vacanza pedalando. Durante la prossima edizione della Fiera del Cicloturismo (5-7 aprile, Bologna), pensando alle donne che promuovono le due ruote e il cicloturismo,  verrà assegnato il premio “Ho voluto la bicicletta”: la bicicletta non ha confini, può arrivare dappertutto donando a chi pedala salute, gioia, nuovi amici e tanto altro . Ce ne parlano Carmen Rolle, Paola Piacentini, Pinar Pinzuti e Roberto Peia.
La storia di Sanna Ghotbi e Benjamin Ladraa, due trentunenni svedesi che nel maggio 2022 hanno cominciato un lunghissimo viaggio in bicicletta che li porterà in quaranta paesi, per un totale di 48mila chilometri da percorrere. Il loro obiettivo è riportare l’attenzione del mondo sulla questione del Sahara Occidentale, il territorio africano occupato per l’80 per cento dal Marocco, ma rivendicato dal Fronte Polisario in nome del popolo sahrawi…
La Food Valley Bike : la ciclovia più appetitosa d’Italia. 80 km attraverso i luoghi del cibo. Da Parma si prosegue verso Mezzani, per esplorare l’Oasi Naturale Parma Morta, si continua per Colorno, dove si può visitare la splendida Reggia di Colorno, e si prosegue in direzione di Sissa Trecasali, per degustare la Spalla Cruda di Palasone, salume risalente al Medioevo. Altra tappa è Roccabianca con il suo castello e Zibello, dove addentare il prelibato Culatello di Zibello. L’arrivo è a Busseto, nella cui frazione Roncole è nato il maestro Giuseppe Verdi.
In bicicletta lungo le oltre 30 miglia di piste ciclabili di  St. Simons Island, la più grande isola barriera delle Isole d’Oro, nello stato americano della Georgia . L’isola si trova di fronte alle paludi di Glynn, rese famose dal poeta Sidney Lanier. Querce ricoperte di muschio fiancheggiano le tortuose strade dell’isola, creando un’immagine degna di un racconto di Faulkner…

Le geografie di Ricky Gianco

Una puntata di Onde Road realizzata per festeggiare l’ottantunesimo compleanno di Ricky Gianco (all’anagrafe Riccardo Sanna), mitico musicista, ma anche grande sostenitore di Radio Popolare. La nascita, a sua insaputa, a Lodi e il debutto vincente a un concorso musicale a Varazze nel 1954 all’età di 11 anni. La passione per l’America e l’immersione nella Swinging London, dove frequenta Paul McCartney e John Lennon (una coppia, Lennon/McCartney, a cui Ricky rispose con la coppia Gianco/Gian Pieretti). “Ora sei rimasta sola” e il Clan Celentano. La panchina scolorita di Nervi dove, quando si diventerà anziani, lei le avrebbe dovuto raccontarle la sua vita e l’inquinamento del fiume Po (“Il fiume Po che nasce dal Monviso / E dai ghiacciai, trascina piombo e pesticidi / Discende a valle e poi si abbraccia col Tanaro / E porta l’ammoniaca verso nuovi lidi / Un po’ più a valle il Po si incontra col Ticino / E corre ancora giù, giù verso il Panaro / Così si trova dentro il letto anche l’arsenico / Il Sesia e l’Oglio aggiungono il mercurio…”. L’università di Heidelberg o forse di Jena, non lo sa nemmeno lui (meglio chiedere a Gianfranco Manfredi). Quella volta nel carcere di Pavia dove, nei panni di novello Johnny Cash, manda in delirio i detenuti con una memorabile esecuzione di un jingle pubblicitario che evoca una idilliaca fattoria…

rickygianco.com

ANDAROCCO: Andalusia + Marocco

Siviglia, la città delle tapas: un raro esempio di legge ad personam adottata felicemente dal popolo. Ad istitualizzarle fu un monarca del XIII secolo, Alfonso Fernández, detto il Saggio. A causa di una rara malattia era obbligato a mangiare a tutte le ore ed a bere un po’ di vino. Una necessità che lo portò ad imporre per regio decreto che non si servisse vino senza cibo. E’ anche la città d’Europa con il maggior numero di  strade dedicate alla Madonna: 48 tra vie e piazze. Ma nell’Alcazar ha eretto un monumento a un monarca musulmano di tanto tempo fa, la cui stele  recita: “La città al suo re Almutamid Ibn Abbad. 900 anni dopo”. Per ammirare questa città meticcia dall’alto basta salire sul Metropol Parasol, una gigantesca struttura fungiforme, non a caso  ribattezzata dai sivigliani Las Setas: i funghi. Sei ‘funghi’ che si stagliano per una lunghezza di 150 metri e un’ampiezza di 75, alti 30 metri ciascuno. I loro ‘cappelli’ sono dei grandi tetti oscillanti, dal diametro che varia dai 20 ai 30 metri, che si incrociano tra loro, formando sopra la piazza un’unica onda d’ombra. Sono percorsi da una lunga passerella che, dopo una passeggiata nel cielo urbano, regala scorci fantastici su Siviglia.
La ribelle e anarchica Marinaleda è una cittadina a poco più di 100 chilometri da Siviglia, nel cuore dell’Andalusia, una piccola comunità rurale con meno di 3000 abitanti, una regione dove la disoccupazione è di casa e la povertà è stata spesso sovrana. Un borgo dove da qualche lustro si sperimentano forme di autogoverno, di economia collettivista e democrazia partecipativa di ispirazione socialista. Motore economico della comunità è l’azienda agricola collettiva El Humoso che impiega la maggior parte della popolazione locale. Un progetto nato nel 1979 quando gli agricoltori della zona avevano perso la terra e il tasso di disoccupazione superava il 60%. Lo storico sindaco Juan Manuel Sánchez Gordillo, allora trentenne, iniziò e guidò una serie di proteste, occupazioni e scioperi che sono durati circa un decennio, chiedendo e ottenendo l’accesso ai campi abbandonati. Successivamente il governo locale ha acquistato migliaia di metri quadrati di terreno, ha fornito materiali da costruzione, piani architettonici e assistenza gratuita da parte di costruttori professionisti per garantire anche un tetto agli abitanti del villaggio.
Oggi Tangeri vive di container e digitale, ma non ha dimenticato la sua anima vintage. Per sincerarsene basta addentrarsi nel labirinto di vicoli e piccole piazze della medina, che essendo stati costruiti man mano che ne è sorta la necessità sono totalmente privi di una logica topografica. In compenso sono pieni di bancarelle e negozi che vendono prodotti artigianali e per sapere dove andare qualcuno dovrebbe inventare un GPS: Global Power Shopper. Più eleganti i negozi delle strade all’europea Ville Nouvelle, che si estende irregolarmente a sud-ovest della medina. Afrori della Tangeri che fu si possono sorseggiare assaporando un profumato tè alla menta al Cafè Champs Elysèes o ubriacandosi allo speakeasy di El Morocco Club , un seducente bar-ristorante nella kasbah.
Asilah, 40 km sotto Tangeri: un miscuglio di forme geometriche degne di Paul Klee. Era un antico porto fortificato che stava sbriciolandosi sotto il sole quando nel 1978 il fotografo Mohammed Benaissa e l’artista Mohammed Melehi invitarono alcuni pittori a realizzare murales sui logori bastioni portoghesi del XIV secolo. Erano i prodromi di un festival che ha segnato la rinascita di Asilah: a fianco di musicisti di flamenco e di poeti il Moussem culturel international d’Asilah invita graffittari che affrescano i muri del villaggio che così ogni anno, per dodici mesi, offre scorci cromatici nuovi.

Ricordando Giuseppe LIBERO Spagnuolo

Giuseppe “Libero” Spagnuolo se ne è andato una decina di giorni fa. Era l’ultimo e unico abitante di Roscigno Vecchia, frazione affascinante, magica e spettrale del comune di Roscigno, nel Parco nazionale del Cilento. E’ un borgo nel cuore degli Alburni che fu sgomberato agli inizi del ‘900 per via di due ordinanze del Genio Civile per la minaccia di una frana che si credeva potesse radere al suolo l’intera cittadina. Da allora tutto è rimasto uguale. La piazza dedicata a Giovanni Nicotera, su cui si affacciano le basse case, decorate con bei portali, dei contadini e degli artigiani. Una fontana dalle larghe vasche e una chiesa settecentesca dedicata a San Nicola di Bari. Giuseppe ci viveva  circondato da una comunità di gatti: lui era il sindaco virtuale di questa Pompei del XIX secolo. Per ogni visitatore aveva un aneddoto da raccontare e una fede politica da ostentare: sono passati più di centocinquant’anni dall’Unità d’Italia, ma lui continuava ostinatamente a dichiararsi filo borbonico. “Dal Regno delle Due Sicilie” ripeteva con il suo vistoso accento “siamo passati non all’Unità d’Italia, ma ad assurd’Italia”. In questa puntata di Onde Road lo ricordiamo proponendo una selezione di quanto registrato durante alcune nostre visite a Roscigno Vecchia.  Riproponiamo anche l’incontro con la signora Margherita, una storica abitante di Craco (Matera): la più nota “città fantasma” italiana. Il suo centro storico si spopolò a partire dal 1963, a causa di una frana, fino a diventare quasi disabitato nel 1980 quando, in seguito al terremoto in Irpinia e in Basilicata, furono disposte le ultime ordinanze di sgombero. Negli ultimi anni Craco è diventata una meta turistica sempre più conosciuta: accoglie ogni anno migliaia di turisti, che hanno la possibilità di passeggiare tra le strade del borgo abbandonato e ammirarne i monumenti. Una bizzarria: le case che si possono vedere nel centro storico, benché inagibili, sono ancora oggi di proprietà delle persone che vi abitavano. Chi viveva nella città vecchia prima del 1963 può tornare a visitare la propria abitazione due volte l’anno, ottenendo un permesso dal comune.

La Cina di Marco Polo e di padre Matteo Ricci

Marco Polo, un uomo che fu scopritore di terre e divoratore di distanze, nel 1300 si sposò con      , patrizia veneziana, dalla quale ebbe tre figlie: Fantina, Belella e Moreta. Scritti apocrifi però raccontano che fu da adolescente che Marco Polo ebbe un vero e proprio colpo di fulmine. Lei era Hao Dong, figlia dell’imperatore Kublai Khan, nipote di Gengis Khan. Marco Polo restò alla corte Khan per molti anni e quando ritornò a Venezia pare che portò con sè la ragazza. A Venezia, la giovane asiatica, pare non avesse una vita invidiabile. Nascosta e al riparo dalle malelingue viveva in solitudine abbandonata all’unica passione che poteva farla sentire viva: la canzone. Nel 1298, quando Marco Polo fu catturato dai genovesi, la sua famiglia raccontò alla fanciulla che era morto. Per la tristezza la giovane si gettò dalla finestra della casa dei Polo, morendo nel canale. Che il fantasma di quella poveretta si aggiri ancora tra le calli della zona è una leggenda. Che durante gli scavi del teatro Malibran, edificato sulle rovine delle case dei Polo, siano stati ritrovati i resti di una donna asiatica e di alcuni oggetti di manifattura orientale, è una realtà… In occasione dei settecento anni dalla morte di Marco Polo, al netto di questo scampolo gossipparo, abbiamo deciso di visitare virtualmente alcune delle città da lui conosciute durante i suoi viaggi. Grazie a Ermanno Orlando (autore di “Le Venezie di Marco Polo. Storia di un mercante e della sua città”, Le edizioni del Mulino) abbiamo fatto tappa a Costantinopoli, a Tabriz e a Trebisonda (avendo la conferma, per quanto riguarda la città turca sul Mar Nero, che quella vissuta da Marco Polo era ben diversa da quella visitata dal sottoscritto qualche anno fa). Un lavoro, quello di Ermanno Orlando, che ci fa capire perché Italo Calvino, nel suo Le città invisibili, fa dire a Marco Polo “Ogni volta  che descrivo una città dico qualcosa di Venezia”…
Margherita Redaelli, autrice di “Il mappamondo con la Cina al centro”, edizioni ETS, ci introduce alla figura di padre Matteo Ricci (1552-1610), gesuita, matematico, cartografo e sinologo (visse in Cina dal 1582 sino alla sua morte), che grazie alla sua cultura umanistica , riuscì a farsi mediatore tra due grandi civiltà seguendo un piano teorico prestabilito, a cui sono riconducibili le varie manifestazioni della sua attività.

Le geografie di Fabrizio De Andrè

Son passati venticinque anni da quando Fabrizio De André se n’è andato. Un soffio.
Per ricordarlo abbiamo deciso di percorrere, insieme alle sue canzoni, le sue geografie. Ovviamente siamo partiamo da Genova, la sua città. E altrettanto ovviamente volendo ripercorrere le geografie genovesi di Faber non bisogna partire da antichi palazzi nobiliari, che nella città della Lanterna non mancano. Si deve i raggiungere la città vecchia, quella che Faber  ha fotografato con questi versi con i versi de La città vecchia. Fabrizio era un tifoso del Genoa calcio. Un legame nato nel 1947, quando allo stadio vide la squadra perdere contro il Grande Torino: “Mi piace il Genoa” sentenziò “perché ha i colori come le tute degli operai del comune”.
 Mi sento più contadino che musicista. Questo è il mio porto, il mio punto d’arrivo. Qui voglio vivere, diventare vecchio”. Sono le parole che Fabrizio De André dedica alla sua Sardegna, l’isola che ha amato profondamente e dove si è consumato uno dei momenti più drammatici della sua vita.
Sull’isola, insieme alla cantante e futura moglie Dori Ghezzi (la sposerà 14 anni dopo), Faber compra nel 1975 la tenuta dell’Agnata, un appezzamento di terra semi abbandonato con il tipico “stazzu”, il casale gallurese in granito, circondato da una foresta di querce sempreverdi, a pochi chilometri da Tempio Pausania e da Nuraghe Majori. “La vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi: ventiquattro mila chilometri di foreste, di campagne, di coste immerse in un mare miracoloso dovrebbero coincidere con quello che io consiglierei al buon Dio di regalarci come Paradiso”.
“Ah, che bell’ ‘o cafè, pure in carcere ‘o sanno fa co’ a ricetta ch’a Ciccirinella, compagno di cella, c’ha dato mammà”. Lui stesso definì Napoli la sua patria morale, l’unico altro posto dopo Zena e la Gallura dove avrebbe potuto vivere. E con Don Raffaè, la sua canzone partenopea più famosa, eredità della lezione dialettale appresa dai poeti Salvatore Di Giacomo e Libero Bovio, ha lasciato alla città del Vesuvio un componimento che i giovani napoletani studiano anche fra i banchi di scuola.
L’America per De Andrè era primariamente l’America dei nativi come testimonia l’album L’indiano.
Ma anche quella ‘umana’ raccontata nelle poesie di Edgar Lee Master.
L’ultima tappa non può che essere a Staglieno, il cimitero di Genova. Ospita anche Faber. Per chi volesse portargli un saluto: entrare dall’ingresso laterale (sul lato sinistro rispetto all’entrata principale), imboccare sulla sinistra il viale degli Eroi caduti di tutte le guerre; oltrepassare l’archivolto della Galleria Montino e proseguire sino al cartello segnaletico del campo 22 chiaramente  visibile sulla sinistra del viale che si sta percorrendo. La tomba della Famiglia De Andrè è proprio all’altezza di questo cartello. La si riconosce perchè è semplice e al suo interno c’è una chitarra.

Track list

De Andrè_Quello che non ho

De Andrè_La città vecchia

Baccini & De Andrè_Genova blues

De Andrè_Monti di Mola

De Andrè_Hotel Supramonte

De Andrè_Don Raffaè

De Andrè_Fiume Sand Creek

De Andrè_La collina

Joy Division_Love Will Tear Us Apart

De Andrè_Anime salve

Oriente cubano

Un parzialissimo resoconto del recente viaggio nell’Oriente Cubano con gli ascoltatori di Radio Popolare.  Prima tappa, un’escursione sulla Sierra Maestra, alla Comandancia General de La Plata, il luogo dove Fidel Castro decise di installare, nel 1958, il Comando dei Barbudos e le apparecchiature di Radio Rebelde. Da allora, si pianificò tutto da lì: le missioni di guerriglia e i messaggi al popolo cubano. Una camminata guidati da Husmani durante la quale ci ha raccontato storie fantastiche. Come quella delle foglie del cupey, una delle tante piante incontrate nella selva. Foglie che Carlos Manuel de Cespedes, il padre della patria cubana, utilizzava al posto dei fogli di carta per alfabetizzare i cubani. Husmani ne ha raccolta una e ci ha scritto “Viva Italia y Cuba. Amigos”.
A Baracoa abbiamo incontrato Alejandro Sebastiàn Hartmann Matos, l’historiador della città (figura che a Cuba gestisce il piano di sviluppo di una città, combinando trasformazione urbana e progetti culturali). Ci ha ricordato che Baracoa significa “luogo dell’acqua” perché è ricca di fiumi. Proprio per merito di questi fiumi e della posizione geografica privilegiata, oggi Baracoa conserva un micro-clima unico che va conservato e tutelato e che l’ha resa nota per essere l’area dove si produce il miglior cioccolato del mondo (anche se caffè e frutta non sono da meno). La conferma che l’historiador non esagerava è arrivata con l’escursione alla Boca de Yamuri, situata, come dice il nome, alla foce del Río Yumurí. Risalendo il fiume, prima in barca e poi a piedi, siamo accompagnati da Ruben Cesar Cintra, Shakira per gli amici. E’ lui a raccontarci che molte delle piante e degli alberi che qui si incontrano posseggono proprietà medicinali. Nel corso dei secoli, e grazie alle radici indigene e africane della regione, la gente del posto ha sviluppato una profonda conoscenza di questa vegetazione.  La foreste è un rifugio permanente per svariati animali e senza essere dei fondamentalisti del birdwatching ci si rende subito conto della grandiosità della fauna volatile: sono state censite più di 60 specie di uccelli, tra cui il tocororo (una vera e propria icona cubana perché il suo piumaggio ha i colori della bandiera nazionale: bianca rossa e blu). E’ anche la patria della polimita (Polymita picta), una specie di chiocciola che vive sugli alberi. Conosciuta come “lumaca dipinta”, per via dei colori brillanti della sua conchiglia, è considerata uno dei molluschi più belli del mondo ed è una specie endemica in pericolo a causa della perdita del suo habitat e della cattura dei suoi esemplari. Un’escursione, quella con Shakira, che termina con un pranzo sulla spiaggia… Partendo da Baracoa sulla nostra guagua giallorossa abbiamo caricato Ansel, un 25enne che partiva per “il viaggio”. E’ il figlio di Margarita, la padrona della Casa Particular dove abbiamo soggiornato. Noi lo abbiamo portato da Baracoa a Santiago. Da lì con un volo raggiungeva il Nicaragua. Poi contrattando con i passatori doveva attraversare il Centro America cercando infine di entrare negli Stati Uniti. A Santiago si è incamminato con uno zaino in spalla e una borsa di plastica in mano. Davanti a lui un sogno e un grosso punto di domanda, più grande del suo sogno…
Che ne sarà invece del sogno del socialismo cubano? Ne parliamo con Alfredo Somoza, giornalista e collaboratore di Esteri…

Mad Chester

Un viaggio virtuale in una delle geografie musicali più intriganti degli ultimi decenni: quello della Manchester che fu, la mitica Mad_chester.  Un viaggio nel tempo che inizia dall’ormai ex G-Mex Centre: oggi ribattezzato Central Convention Complex, oggi centro congressi. Basta spostarsi di pochi metri per raggiungere un altro edificio dalla marcata impronta vittoriana: la Free Trade Hall. Forse la vera culla della musica di Manchester, dove Bob Dylan fu chiamato «Giuda» negli anni Sessanta perché usò gli strumenti elettrici e dove nel 1976 i Sex Pistols iniziarono a diffondere il verbo del punk al di fuori di Londra ispirando, si narra, i Joy Division, i cui membri della band erano tra il pubblico. In quello che adesso è un hotel di super lusso (della vecchia struttura è  stata mantenuta solo la facciata), sono passate le più importanti band della scena locale. La Free Trade Hall sorge nel punto dove il 16 agosto del 1819 l’esercito inglese rivolse i propri fucili contro una folla di 60mila manifestanti, «colpevoli» di chiedere più democrazia e giustizia sociale. A differenza della Free Trade Hall, è ancora attivo l’adiacente Ritz, luogo dell’esordio assoluto in pubblico degli Smiths (per i fans di questa band tassativo raggiungere l’angolo tra Coronation Street e St Ignatius Walk, dove si trova il Salford Lads Club, celebre grazie alla quarta di copertina dell’album degli Smiths The Queen is Dead). Sempre nei paraggi, a Little Peter Street, c’era il Boardwalk, un popolare locale di musica dal vivo, attivo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90. E’ li che fecero il loro debutto dal vivo gli Oasis.  The Man From Delmonte, the Charlatans, Happy Mondays, Female Brothers e James, che suonarono la serata di apertura nel 1986, erano tra le tante band di Manchester che apparivano frequentemente al Boardwalk prima di acquisire riconoscimento internazionale o scomparire nell’oscurità. Il locale ha anche ospitato altri artisti tra cui The Stone Roses, Hole, Sonic Youth, Chumbawamba, Jayne County, Verve, Bob Mold e Rage Against the Machine. Il locale era anche conosciuto come il fulcro della scena musicale britannica C86 (dal nome di una compilation su cassetta pubblicata dalla rivista musicale britannica NME nel 1986). Quello che per tre lustri (1982-1997) è stato forse il locale più famoso del Regno Unito è l’Hacienda, locale che deve il suo nome all’internazionale situazionista. All’interno dell’enorme capannone dove originariamente venivano costruite barche, alla fine del secolo scorso non si contavano più i concerti e le pazze nottate di Mad_chester. Al suo posto è sorto un edificio dalla chiara impronta estetica post-industriale. Gli appartamenti, che non sembrano per nulla economici, realizzati al suo interno venivano venduti con questo slogan promozionale: «nel 1989 vivevi per andare a divertirti all’Hacienda, nel 2019 vivi all’interno dell’Hacienda». Alla gentrificazione resistono, non si sa ancora per quanto, due storici pub: il City Inn Road e il Briton’s Protection. Quest’ultimo lotta per sopravviere allo strapotere delle grandi multinazionali birrarie pronte a rilevarlo e a farne un locale alla moda, cancellando 200 anni e passa di storia.

Puglia Bike Wine

Montiamo in sella e andiamo a scoprire la Puglia dei vini, pedalando attraverso alcune delle sue più importanti Doc. Viaggiamo d’autunno, a novembre, per schivare il turismo di massa e il caldo feroce che stroncherebbero il piacere di abbandonarsi a buon calice (o a più di uno…!).
Punto di partenza è Putignano, a 40 km a sud di Bari, sull’atopiano collinare della Murgia. Da lì pedaliamo per una quindicina di chilometri fino a raggiungere Giovanni Aiello, “enologo per amore”.  Siamo alle pendici della valle d’Itria, in una zona carsica calcarea: sotto terra le grotte, sopra i trulli e in lontananza, a pochi chilomteri, l’azzurro del mare. È qui che Aiello, dopo aver girato il mondo, ha aperto la sua cantina in cui produce Primitivo di Gioia del Colle e Verdeca. I suoi vini si chiamano Chakra e hanno già collezionato una sfliza di premi prestigiosi.
Più a sud, a Crispiano, nell’aerea delle cento Masserie, visitiamo la Masseria Amastuola, una struttura che ospita un elegante wine hotel, una bottaia, una libreria e un ristorante. Intorno ci sono circa 170 ettari di terreno, per la maggior parte coltivati a vigneto, dove i i filari disegnano delle grandi onde, disegnate dal paesaggista Fernando Caruncho. In cantina troviamo più di dieci varietà di vino biologico.
Per i buon gustai, tappa d’obbligo è Il Panino di Marino – Na Dogghia d’Aneme (letteralmente un languorino di stomaco) a Noci. Qui incontriamo un mito della gastronomia pugliese: Notarnicola Marino, “domatore d’appettito”, come si definisce lui…
Altro incontro che lascia il segno  è quello con Paolo Belloni, fondatore dei Giardini di Pomona. Lo incontriamo nel suo conservatorio botanico, incastonato tra 3 città bianche (Cisternino, Locorotondo e Martina Franca): è lui a illustrarci la sua collezione di vecchie varietà di alberi da frutto, una delle più importanti d’Europa.
Proseguendo il viaggio verso sud approdiamo a Manduria, nel cuore della terra del Primitivo. Qui visitiamo il Museo della Civiltà del Vino Primitivo, all’interno della storica Cantina Produttori di Manduria, la realtà cooperativa vitivinicola più longeva della Puglia.
Arriviamo quindi in Salento, terra del Negramaro, per degustare i vini della Cantina Moros a Guagnano. È Claudio Quarta, fondatore della cantina, ad accompagnarci in questo luogo affascinante, in cui vino e arte si intrecciano intorno alla doc del Salice Salentino.
L’ultimo tratto dell’itinerario ci porta sul mare, lungo la costa, dalla splendida riserva naturale di Torre Guaceto fino a Brindisi. Pedaliamo con il vento in faccia, a un passo dalle onde, mentre in testa risuonano le voci incontrate. Amore, terra, storia, natura, emozioni e alberi, sono le parole che si ripetono nelle interviste. Le stesse che ritrovate nella musica che accompagna il nostro racconto.

by Paola Piacentini

Trentino: come vivere la neve rispettando la montagna

 

E’ tornata la neve. E con lei la stagione invernale di chi vuole divertirsi con lei. Da qualche anno si registra la rivincita di uno sci minore, di quelle discipline un po’ sottovalutate, spesso bistrattate, frequentate soprattutto dagli appassionati dell’escursionismo e dello “slow ski”. Quelli che in montagna non cercano la velocità, ma il silenzio e la contemplazione della natura. Per loro il Trentino è un’ottima destinazione.
Una meta è il bosco di Fai della Paganella dove è nato il Parco del Respiro , un luogo aperto a tutti, dove l’unico biglietto che si deve pagare è costituito da “un patto”: quello di rispettare il bosco, perché ognuno di noi è responsabile della sua bellezza, della sua pulizia e della sua salute, solo così lui ci potrà rigenerare e fare stare bene come nessun altro posto sa fare. 
Antonio Brunori ci parla delle foreste certificate PEFC (ovvero foreste gestite in linea con i più severi requisiti ambientali, sociali ed economici), come il  bosco di Fai della Paganella. E di come si pratica correttamente il forest bathing.
Manuel Corso ci racconta come vivere la natura, con una serie di attività alternative allo sci di discesa,  nel comprensorio di San Martino di Castrozza e Primiero: dalle ciaspolate guidati da guide alpine a passeggiate sulla neve in sella a un cavallo. O, più semplicemente, seguire le tracce degli animali selvatici nel Bosco di Paneveggio per ascoltare la ‘foresta dei violini’.
Alessandro Fantelli, direttore di Ursus Adventure , ci parla di astrotrekking, bushcraft, winter bike, sci alpinismo… tutte attività che si possono fare sulle nevi della Val di Sole .
E per una sciata senza sensi colpa? Gianni Baldassarri, direttore delle funivie di Pinzolo, ci parla del tentativo di non violentare la natura con gli impianti di risalita,  sviluppando proposte diversificate e sostenibili, più vicine alla naturalità dei luoghi. E’ il caso delle Funivie di Pinzolo, che puntano alla neutralità carbonica. Insieme agli impianti di San Martino di Castrozza infatti sono certificate Si Rating per la sostenibilità ambientale, sociale e governance (Campiglio Dolomiti skiarea.)

visittrentino.info

Storie dalla Vallmaggia…

La Vallmaggia è una valle svizzera nelle immediate adiacenze del confine con l’Italia. E’ percorsa dal fiume Maggia, a cui deve il nome,  e si sviluppa verso nord, per circa 50 km, tra Locarno e il Lago Maggiore. E’ la più grande delle valli della Svizzera italiana,  incredibilmente verde, con  boschi fitti che in estate offrono una piacevole ombra nella bassa valle. In autunno si assiste ad un’esplosione di colori, in particolare nella Valle di Lodano, le cui antiche faggete hanno ottenuto il riconoscimento di Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO.
Numerose le scoperte che si possono fare addentrandosi nella valle. A partire dalla Scalada Lónga, un autentico monumento della vita contadina del Ticino. Opera ciclopica frutto di ingegno e forza di volontà è un passaggio nelle gole di Campala, costeggiando Ri di Prato. “È davvero indescrivibile. Il sentiero prende d’assalto la roccia e pare una scala. Si compone or di pietra or di legno; talora vi si scorge la mano dell’uomo, tal’altra appare evidente il soccorso della natura” scriveva a fine Ottocento Federico Balli. E’ su questa Scalada Longa  che Chantal porta le sue mucche durante la transumanza, un’avventura raccontata con poesia da Mario Donati e Valeria Nidola in “Mucche in volo” (Salvioni Edizioni), splendido libro illustrato per ragazzi.
La Vallemaggia è stata a lungo terra di emigranti che in California hanno ricostruito paesi con lo stesso nome di quelli che avevano lasciato in Ticino. A riprova delle loro nuove fortune, i più fortunati, hanno costruito enormi magioni per ostentare le loro fortune americane. Un esempio sono i Palèzz fatti costruire a Someo da facoltosi emigrati in California tra il 1875 e il il 1892  (cinque sorsero in due anni). Ne parliamo con Giaele Cavalli e con Elio Genazzi, presidente dell’associazione che gestisce il Museo di Valmaggia a Cevio.
A trovare gli emigrati valmaggesi stabilitisi in California ci andò anche Emilio Balli, durante il suo giro del mondo effettuato tra il 1878 e il 1879. Un’avventura la sua raccontata nelle sale del Museo di Valmaggia con una mostra che rimarrà aperta sino ad ottobre 2024.
Il progetto è stato reso possibile grazie alla messa a disposizione e apertura dell’archivio di Emilio Balli, per anni accuratamente conservato tra le mura domestiche e alla preziosa collaborazione della Facoltà di geografia e ambiente dell’Università di Ginevra. Ispirato dalla lettura del libro, fresco di stampa (1872), di Julius Verne, “Il Giro del Mondo in 80 giorni”, Emilio Balli venne attratto dalle inserzioni apparse sui giornali di un viaggio attorno al Mondo per studiosi. Dotato di grande spirito pionieristico, non esitò ad iscriversi. La circumnavigazione durò 472 giorni e non fu priva di imprevisti…

Giro dei laghetti Naret – Valle del sasso nero

Radicepura Garden Festival… e non solo

Mauro Corona, scrittore e alpinista, apre Onde Road di questa settimana ricordandoci l’importanza di saper ascoltare le piante. E anche di saperci parlare.
Una persona che sicuramente sa parlare con le piante (…e le ascolta da sempre) è il Cavalier Venerando Faro. Settant’anni ben portati, lavora con le piante da quando era ragazzino. Non è quindi un caso se oggi sovraintende il parco botanico più grande d’Europa. E’ ai piedi dell’Etna, al centro del Mediterraneo. Per la precisione è a Carruba di Giarre, a pochi chilometri da Catania. Da un lato la maestosità imponente del Vulcano, dall’altro il limpido mare azzurro della costa jonica. E’ partito vendendo piantine che coltivava a casa girando con una moto ape. Oggi dà lavoro a quasi 400 persone. La sua tenuta è di 650 ettari: 50 di vigneto, 100 di agrumeto e circa 500 di vivaio. C’è spazio anche per un museo-giardino open air: si chiama Radicepura. 3000 specie di piante, 5000 varietà. Palmeti e cactacee di straordinaria bellezza, ma anche un orto botanico dove si coltivano centinaia di esemplari di piante mediterranee monumentali, definite le “piante madre”, dal cui seme vengono riprodotte tutte le altre piante. Questo dà la possibilità di avere una banca semi di alta qualità, senza patogeni, con certificazioni controllate e integrate. Tra le varie iniziative il Radicepura Garden Festival : un evento internazionale, con cadenza biennale,  dedicato al garden design e all’architettura del paesaggio del Mediterraneo che coinvolge grandi protagonisti del paesaggismo, dell’arte e dell’architettura, giovani designer, studiosi, istituzioni e imprese. Marta Palumbo della Fondazione Radicepura ci parla dell’edizione 2023 del festival (che il 3 dicembre decreterà il giovane paesaggista vincitore dell’edizione di quest’anno), mentre Linda Grisoli, autrice con Gordon Goh de “Alla mensa di Madre Etna”, ci racconta la loro creazione (un lavoro che celebra la ricchezza delle piante commestibili, raffigurando la grande interazione tra la selezione naturale e l’interferenza umana nel corso del tempo, che ha portato alla diversità ecologica di oggi). 
La giornalista Emanuela Rosa Clot, direttrice della rivista Gardenia, ci regala qualche indirizzo dove trovare giardini eccellenti. Tra questi il Giardino di Ninfa a Cisterna di Latina e il Great Dixter Garden nell’East Sussex (UK), un giardino sempre in movimento, grazie al capo giardiniere Fergus Garrett e al suo team che, lasciandosi ispirare dai comportamenti delle piante, cambiano e migliorano il giardino della casa che fu del giardiniere e scrittore di giardinaggio Christopher Lloyd (1921-2006).
Il poeta e scrittore Tiziano Fratus, infine, ci suggerisce due alberi imperdibili nell’area milanese: il taxodium distichum (noto come cipresso calvo) ai Giardini Montanelli di Milano e il ficus millenario  domiciliato nel Museo dei Bonsai di Parabiago.

Viaggi immaginifici

Un viaggio nel tempo e nello spazio grazie a due storie e tre libri. La prima storia ce la racconta il Principe Diofebo VI, ultimo discendente dei Meli Lupi, ed è quella di Donna Cenerina, il fantasma con cui convive nella Rocca di Soragna nel parmense. La seconda è quella del fantasma del Cavalier Luigi Toro che cavalca con la testa mozzata nel Villaggio Asproni, una delle tante miniere sarde. Diavoli, giovani segregate, bambine scomparse, streghe, leggende che affondano le radici nell’antichità, mummie e personaggi fuori dall’ordinario: tutto questo e molto altro è quanto raccolto nell’ “Atlante dell’Italia esoterica. Storie, luoghi, misteri” (ed. Mondadori) di Isabella Premutico, creatrice della pagina Instagram cult @ilmerdoscopo. Il libro è una collezione di storie e misteri provenienti da tutte le regioni d’Italia, dai piccoli borghi fantasma ai grandi castelli pullulanti di spettri (e di turisti), accomunati da un passato oscuro ed enigmatico. Una insolita guida che ci invita a non soffermarci sull’apparenza delle cose, dandoci invece la possibilità di restare sorpresi davanti all’inesauribile bacino di storie che si annidano negli angoli più sperduti o imprevedibili della nostra penisola. Invece grazie all’insolita guida della storica e divulgatrice Jennifer Radulović (“Milano immaginifica. Guida difforme della città”. ed. Palindromo) prende forma una Milano che si discosta dalle rappresentazioni manualistiche e giornalistiche cristallizzate: a cambiare è il punto d’osservazione sulla città. Per conoscere e scoprire il capoluogo lombardo nella sua interezza occorre infatti abbandonare le rassicuranti e vibranti strade della city, spostarsi di qualche metro, imboccare un percorso secondario e perdersi nell’ombra. Solo così si schiuderà la metropoli immaginifica che custodisce decine di misteri e di segreti. In questo libro si procede per tappe, si viaggia nel tempo e nello spazio e si ricompongono storie e vicende all’apparenza assai diverse, ma compromesse sempre con due concetti presenti dall’alba al tramonto: la bellezza e la paura. Grazie al lavoro della Radulović si scoprono storie incredibili, come quella del servizio comunale di autopsie gratuite ad uso della cittadinanza realizzato grazie a Prospero Moisè Loria sul finire del XIX secolo. O si impara la la genesi delle case  “a igloo” di via Lepanto, nelle adiacenze del Villaggio dei giornalisti alla Maggiolina. Il libro contiene in allegato un’utilissima mappa immaginifica di Milano. Vittorio del Tufo, infine, con la sua “Parigi magica” (ed. Neri Pozza) ci conduce dal monte del martirio a Montmartre a Bicêtre, il vecchio castello in rovina dove ancora risuonano i lamenti dei condannati a morte; dalla Senna alle fredde celle di pietra dove le vittime del Terrore trascorsero le loro ultime notti; dalle corti dei miracoli alla Tour Eiffel, che Guy de Maupassant definì una piramide allampanata e stecchita di scale di ferro… e lo fa riannodando i fili di mille esistenze di una città-mondo aperta al fascino della modernità, al richiamo del futuro e, nello stesso tempo, sprofondata nel baratro del proprio tumultuoso passato…

Alba, non solo tartufi e vino

Che Alba sia la capitale del tartufo è risaputo. Per una conferma basta visitare, dal 7 ottobre al 3 dicembre, la Fiera del Tartufo . Ed è altrettanto risaputo che le sue colline producono un ottimo vino. Ce ne parlano il trifolaio Stefano Pio e il viticoltore Massimo Penna, della Cantina Casanova .

Ma la capitale di Langhe e Roero è anche molto di più. E’ una città che affonda le sue radici nel Neolitico, assai prima dell’arrivo dei liguri che le diedero l’epiteto di “città bianca”. Un nome che fu ripreso dai romani non solo per il significato primario di albus, ma anche per l’aspettativa che il termine suscitava nelle genti, una città “splendente, prodiga”. Lucente. Come sembra oggi nei cunicoli illuminati da faretti gialli durante un’escursione nel suo sottosuolo. Marco Mozzone dell’Associazione Ambiente & Cultura ci racconta come scoprire le radici sotterranee della città in compagnia di un archeologo professionista (prenotazioni su ambientecultura.it).

Un disegno nel cielo, un contorno d’acciaio attraversato dall’aria che delinea il corpo e il volto di una bambina. Lei è “Alba“, una scultura che da un anno campeggia in piazza Michele Ferrero (l’autore è l’albese Valerio Berruti). Una statua tutta al femminile, voluta per la città di Alba, che non si è fatta sfuggire l’occasione di dare spazio a un monumento che rappresenta una piccola donna, abbracciando un necessario cambio di tendenza che vede le opere pubbliche celebrare quasi esclusivamente personaggi maschili.

Oltre ad ospitare reperti archeologici e nuove installazioni artistiche, Alba ospita rimembranze imperdibili di quella lotta partigiana che ha liberato l’Italia dal nazifascismo. In occasione dell’80esimo anniversario dell’8 settembre 1943, le immagini partigiane di Alba tornano in mostra insieme a documenti inediti dell’Archivio di Teodoro Bubbio. “Il vento e la terra – 80 anni di Resistenza”, la mostra realizzata dal Centro Studi Beppe Fenoglio espone a Palazzo Banca d’Alba (sino al 5 novembre) fotografie originali provenienti da fondazioni ed archivi privati, frutto della raccolta di ricordi da parte dei partigiani e delle loro famiglie. Durante le aperture nel weekend saranno presenti soci dell’ANPI per approfondimenti.

Carlo Borgogno della Libreria Milton , una libreria dove “l”uscita è libera e l’entrata liberatoria”, ci consiglia tre libri legati alla sua città da leggere, prima o dopo aver visitato la sua città.