A Kiev per costruire le ragioni della pace

L’idea di partenza ai più poteva sembrare solo un sogno: andare in un Paese dove le bombe continuano a cadere per affermare che non basta la resistenza armata contro l’invasore russo. E farlo in un momento in cui il letto del pacifismo è in secca rendeva quest’idea un azzardo. Il MEAN, “Movimento Europeo di Azione nonviolenta”, un’unione di oltre 40 organizzazioni, ci ha creduto e ha lavorato per mesi al fine di condurre in porto una prima iniziativa concreta: collegare le società civili ucraine e italiane, portando una ‘delegazione’ di quest’ultima a Kiev per parlare di pace proponendo azioni di pacificazione.

Una ‘delegazione’ formata da una sessantina di persone provenienti da mondi e culture diverse: dall’universo religioso a quello laico. In comune, per molti loro, un lavoro quotidiano per gli ultimi nelle periferie del Bel Paese. Soggetti del mondo del volontariato e movimentisti radicali. Agricoltori sociali e consiglieri comunali. Ricercatori e docenti universitari. Un giovane frate e un prete che da una vita in Calabria combatte la ‘ndrangheta. Insegnanti, librai e medici. Un europarlamentare del PD (Pierfrancesco Majorino) e Marianella Sclavi, sociologa e attivista di respiro internazionale.

Il loro vangelo (o libretto rosso, a secondo dell’appartenenza) sono le riflessioni di Alex Langer. Andare a Kiev era l’occasione per essere accanto agli ucraini aggrediti e martirizzati da troppe settimane. “Le mani che si stringono sono il nostro ponte” ha scritto Erri De Luca “La guerra è una terra desolata dove ogni minimo gesto di fraternità ha la sfacciata forza di negarla“. Una delle parole d’ordine adottate dal MEAN, giocando sul significato della parola inglese ‘arms’, è MORE ARMS FOR HUGS: più braccia per gli abbracci. E per rendere questo abbraccio ancora più intenso il primo atto dei pacificatori italiani, una volta arrivati a Kiev, è stato incontrare una delegazione ucraina e, assieme a loro, collegarsi con una quindicina di piazze italiane. Da Milano a Battipaglia, da Aversa a Manfredonia, da Nocera Inferiore a Pomigliano d’Arco (c’era anche un collegamento da Londra). In alcune piazze un drappello di persone, in altre alcune centinaia. Tutte avevano preparato un intervento, molte anche una canzone. MC della serata, da Kiev, Tetyana: una giovane signora ucraina che da anni vive a Benevento (è una soprano e, potenza della multiculturalità, insegna canto beneventano).

Nella seconda giornata, lunedì 12 luglio, la carovana dei pacificatori italiani è stata ricevuta in Municipio. Ad attenderli, nella Sala delle Colonne, la più prestigiosa dell’edificio, Visvaldas Kulbokas, Nunzio Apostolico in Ucraina, e l’ex pugile Vitali Klitschko, oggi sindaco di Kiev.

Ed è anche in nome di quella resistenza che i pacifisti sono venuti a Kiev. Per non lasciare soli gli ucraini e, per quanto possibile, cercare di dare loro un aiuto anche come società civile,  nel pomeriggio ci si è spostati in un museo dove ci si è divisi in gruppi di lavoro promiscui, formati da ucraini ed italiani. Sono state affrontate tematiche come il processo di partecipazione per discutere i negoziati possibili come società civile, giovani e recupero post traumatico, come proteggere i beni culturali, la (ri)nascita e il rilancio del turismo al termine della guerra.

 

Globalizzazione? Ma dai…

Un viaggio in compagnia di Alfredo Luis Somoza, un viaggio in cui  si parla del rapporto tra la globalizzazione e la geografia. Dell’esotismo della miseria “tutto compreso”, ovvero delle varie “isole dei famosi”. Di fake beach come Ocean Cay, la prima destinazione inventata sulla quale scaricare turisti senza impatto ambientale. Della storia dei Los Tigres del Norte e della poetica di Violeta Parra. E di due libri scritti da Alfredo: “Siamo già oltre? La globalizzazione tra fake e smart” (Edizioni https://ogzero.org/)  e “Un continente da favola” (Edizioni https://www.rosenbergesellier.it/ita/).

Nel primo Alfredo interpreta le dinamiche della globalizzazione smascherando le fake news in modo puntuale e documentato, indagando sui reali vantaggi della civiltà cosiddetta smart.
Davanti a uno scenario – confuso e pericoloso – va rivalutato il percorso intrapreso nei primi anni Duemila a Porto Alegre, in Brasile. I forum sociali mondiali di allora erano raduni molto eterogenei in cui movimenti sociali e forze politiche discutevano dei pro e contro della globalizzazione, rifiutando l’idea di chiudersi entro i propri confini. Ha prevalso invece un timore reverenziale, o complice, nei confronti delle lobby che ci hanno speculato, dimenticandone le ricadute negative.
Alfredo Somoza analizza gli scenari dell’economia neoliberista che erode i diritti, della lotta per la terra e l’ambiente: non tutto ci è stato ancora svelato perché spesso le notizie non riescono a guadagnare i titoli dei giornali, per censura o per conflitto di interessi.

Nel secondo volume, “Un continente da favola. Trenta leggendarie storie latinoamericane”, ci regala la conferma che l’America Latina è una miniera inesauribile di storie impossibili, romanzesche, drammatiche, incredibili, epiche. Storie di persone comuni che la vita, la geografia, la cultura di quel mondo, sconvolto dalla Conquista e arricchito dai tanti meticciati, ha trasformato in vite spesso leggendarie, contribuendo a creare e alimentare un mito che ancora oggi resiste vivissimo nell’immaginario. Il volume presenta trenta ritratti di personaggi noti o sconosciuti, dal mondo della musica, della cucina e delle telenovelas, ai rivoluzionari ed eroi di ieri e di oggi, fino alle figure più folli o inquietanti.

Liverpool, non solo calcio e Beatles…

Per anni Liverpool è stato il suo porto. E’ li che ha costruito la sua ricchezza. Quando smise di commerciare in carne umana nera (per più di un secolo più del 40% dell’intera tratta europea degli schiavi fu gestita dai mercanti di Liverpool), si mise a spedire carne umana bianca e divenne il porto d’imbarco per milioni di emigranti che lasciavano la Gran Bretagna e l’Irlanda. Ma dopo la seconda guerra mondiale la rivoluzione dei containers  portò via migliaia e migliaia di posti di lavoro per gli scaricatori. Poi venne la globalizzazione, e infine Margaret Tatcher che, dove passava, non lasciava un’industria in piedi per il prossimo secolo. Tra il 1971 e il 1995 Liverpool ha perso 200mila posti di lavoro, in gran parte industriali… Poi una lenta rinascita, che si porta come dote la gentrificazione di alcuni quartieri. E’ il caso del Baltic Triangle , una vecchia area industriale che, quando Liverpool era una fiorente città commerciale, ospitava merci  prima che venissero trasportate su navi dirette al Nord America e ai Caraibi. Quegli edifici e quei magazzini ora ospitano artisti, registi e giovani imprenditori. E’ una delle zone della città più ricche di murales. Tra questi anche quello più visitato: un lavoro che porta la firma dall’artista locale Paul Curtis che ritrae le ali del Liver Bird, il simbolo della città di Liverpool (un uccello mitico, mezzo cormorano e metà aquila). Non ci sono molte persone che, dopo averle incrociate, possono asserire di non aver scattato una foto in piedi davanti alle due ali. In Jamaica Street, all’angolo con Jordan Street, sempre nel  Baltic Triangle, c’è il murale dedicato a Jurgen Klopp.  È stato creato in due giorni nel giugno 2020 dall’artista di Liverpool Caleb. Il dipinto mostra il sorriso raggiante di Klopp accanto alle parole “We are Liverpool 2020!” e il solito Liver Bird che stringe il trofeo della Premier League. In effetti la squadra di calcio guidata da Klopp è una delle attuali “ricchezze” della città. Per capirne il perchè procuratevi “Lettere da Liverpool” di Stefano Ravaglia . Non è una guida vera e propria, ma un escamotage per entrare nell’anima di una città. Lettere da Liverpool è il racconto della storia sportiva, unica e irripetibile, del Liverpool Fc : le vicende calcistiche della squadra del Mersey sono sempre state fortemente collegate agli aspetti culturali e politici della città e dei personaggi che l’hanno attraversata. Protagonisti assoluti delle rivoluzioni sociali contemporanee lo sono stati anche i Beatles, l’altra grande icona cittadina. D’obbligo un salto prima a The Cavern e poi a Strawberry Field , l’ex orfanotrofio che ispirò una celeberrima canzone ai Fab Four. Ma la musica di Liverpool non è solo quella dei Beatles, e per sincerarsene basta fare un salto al The British Music Experience , uno spazio che presenta mostre interattive, artefatti e cimeli sulla storia della musica rock e pop britannica, con un particolare focus su quella di Liverpool.

 

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Finalese

Il territorio del Finalese è uno dei luoghi più caratteristici del ponente ligure, caratterizzato dal blu del mare e dal verde di una vegetazione che si trasforma velocemente da mediterranea ad alpina. L’entroterra è formato da una serie di altipiani calcarei, sorretti da enormi pareti verticali bianchissime e separati tra di loro da valli profonde e strette. Un ambiente selvaggio e spettacolare il cui tratto distintivo sono grandi pareti di roccia calcarea (la cosiddetta “Pietra di Finale“), oggi  frequentate da appassionati del climbing provenienti da tutto il mondo. Da mezzo mondo, grazie alla conformazione del territorio e a una grande varietà di sentieri, che da mille metri di quota conducono alla spiaggia, a Finale Ligure arrivano anche cultori della mountain bike. Centinaia di Km di percorsi in fuoristrada, dai più facili ai più impegnativi. Gli appassionati di Freeride trovano diversi servizi di Bike Shuttle per le risalite motorizzate. Chi invece ama pedalare trova decine di percorsi enduro o XC dove sperimentare la propria abilità in sella. Acquistando la For You Card i cultori di queste discipline sportive, oltre a beneficiare del territorio, contribuiscono a raccogliere risorse necessarie per programmare la manutenzione dei sentieri e delle falesie. Attività outdoor che con saggezza sono state sviluppate senza danneggiare la natura che li circonda (per esempio sono state proibite alcune vie di arrampicata che disturbavano la nidificazione di alcune specie di uccelli) e gli agricoltori locali che continuano a coltivare una antica vocazione rurale (oltre ad una viticoltura eroica, nel finalese sono stati tramandati di generazione in generazione le coltivazioni di tre preziosi frutti: l’arancia pernambucco, il chinotto di Savona e la mela Carla). Il rispetto per la natura è evidenziato anche  da Mario Nebiolo, un artista acrobatico locale autore della Via Ferrata degli Artisti, sulla Costa dei Balzi Rossi a Magliolo (lavora su pareti di roccia sfruttandone le pieghe e i volumi, mettendo in evidenza figure umane che “escono” con le sue pennellate lievi)… Il Finalese è anche una delle più rilevanti aree archeologiche della Liguria, come testimonia il Museo Archeologico del Finale, ubicato all’interno delle mura del centro storico di Finalborgo. Tra i reperti che custodisce il più intrigante è rappresentato dai resti del “Giovane Principe”, un cacciatore vissuto 28000 anna fa, in piena età paleolitica. Sono stati trovati nella caverna delle Arene Candide, sita all’interno del promontorio della Caprazoppa, che separa Finale Ligure Marina da Borgio Verezzi.

Val di Funes

Incuneata fra la grande arteria autostradale della Valle dell’Isarco a ovest, la Val Gardena a sud e la Val Badia a est, la piccola Val di Funes è una vera oasi di pace e tranquillità, non a caso inserita nel circuito delle Alpine Pearls , l’associazione che raggruppa 20 località di 6 paesi alpini e che punta a ecosostenibilità e qualità dell’offerta. In valle sono state fatte delle scelte precise, mettendo al bando i grandi numeri, che non sopporterebbe, e la schiavitù dello sci. In una parola, riconoscimento del limite. Si è invece coltivato uno sviluppo turistico molto discreto affiancato da una fiera tradizione contadina.  Nel 1975 alcuni gruppi spontanei sensibilizzati anche dal padre di Reinhold Messner riuscirono a raccogliere settemila firme contro la creazione di un comprensorio sciistico da collegare con la Val Gardena, decisione subito seguita, nel 1978, dalla creazione del Parco naturale Puez-Odle, i cui confini rimangono lontani dal fondovalle, per consentire l’utilizzo dei prati e dei boschi senza inutili e controproducenti restrizioni, che avrebbero rischiato di portare all’abbandono della vita contadina da parte delle nuove generazioni, come accaduto in molte altre vallate alpine. Azioni che hanno generato uno spiccato indirizzo verso la mobilità dolce che ha ulteriormente impreziosito le grandi distese di boschi della valle e i suoi pascoli perfettamente curati, attraversati da una fitta rete di sentieri che si spingono sino al maestoso versante settentrionale delle Odle. Oggi la Val di Funes (composta dalle frazioni di San Pietro, Santa Maddalena, San Valentino, San Giacomo, Colle e Tiso) è un vero gioiello naturale, con i piedi ben saldi nel presente e uno sguardo lungimirante al futuro. Basti pensare che la totalità dell’energia elettrica necessaria in valle è prodotta in loco da tre piccole centrali idroelettriche e un impianto fotovoltaico (un surplus viene venduto al gestore nazionale), mentre due impianti di teleriscaldamento a biomassa riscaldano gli edifici, e tutte le abitazioni (comprese le malghe in quota) dispongono di un cablaggio in fibra ottica. E’ la pratica del turismo mite, una definizione  appropriata per dire quando non si stravolgono un paesaggio e una cultura solo per fare cassa.

Tra le tappe imperdibili nella valle una escursione sino ai 1.996 mt della malga Geisleralm , proprio sotto le Odle, e vicino alla baita di Messner.  La piccola chiesa barocca di San Giovanni e la palazzina di caccia del Trecento , dove si può soggiornare. Il negozio Naturwoll : prende la lana dell’autoctona pecora occhialuta di Funes, la Villnösser Brillenshaft, così chiamata per il pelo nero intorno agli occhi, come una mascherina, e la lavora nel modo più naturale possibile con macchinari che hanno duecento anni. Le pecore con gli occhiali Oskar Messner, titolare del ristorante Pitzock , dopo aver contribuito a salvarle dall’estinzione, le alleva. Mentre Carmen Obexer, ai visitatori del suo giardino, insegna l’utilizzi delle erbe e dei fiori della valle. Günther Pernthaler infine può raccontare come lui e la sua famiglia riescano a vivere in totale ‘autosufficienza’, a stretto contatto con la natura e con ciò che essa offre.
Info:
www.eisacktal.com
www.valleisarco.info
www.villnoess.com

Fischia il vento

“La resistenza ebbe le armi e le canzoni. Impossibile  pensarla senza le une o senza le altre. In quelle canzoni c’erano i vent’anni dei partigiani, la loro freschezza e la loro esuberanza. I fascisti cantavano canzoni allegre nell’apparenza e orrende nei concetti, canzoni pruriginose e morte… Il canto fu riscattato dai partigiani, la canzone si fece arma di liberazione, di denuncia, di verità, e accompagnò la lotta per monti e per valli, azione per azione…”. Così scrive Alessio Lega, autore di “La resistenza in cento canti” (ed. Mimesis). Sottoscriviamo in toto. Ed è per questo che in vista del 25 aprile raccontiamo la storia di Felice Cascione, il partigiano che scrisse “Fischia il vento“.

“Da intorno e sotto aumentarono le insistenze e quello allora intonò ‘Fischia il vento, infuria la bufera’”. Lo scriveva Beppe Fenoglio, ne «Il partigiano Johnny». E Guido Somano, nel diario «Taccuino alla macchia», il 13 febbraio ’44: «Cantano una canzone che non ho mai sentito e che è bellissima e dice… fischia il vento urla la bufera». Era la prima canzone partigiana, diventata poi l’inno delle Brigate Garibaldi. Si racconta che venne intonata, la prima volta, a Curenna di Vendone, vicino ad Albenga, nel Natale 1943. Ma in forma ufficiale fu eseguita ad Alto, nel piazzale della chiesa, nell’Epifania ’44.

Felice Cascione era un medico e per questo motivo il suo nome di battaglia fu ‘U megu‘. Nacque a Porto Maurizio (Imperia) il 2 maggio 1918 e morì in uno scontro con i fascisti sulle montagne del cuneese nel 1944. Quello che c’è stato in mezzo ce lo racconta Donatella Alfonso, autrice del libro “Fischia il vento. Felice Cascione e il canto dei ribelli” (ed. Castelvecchi).  Gli studi di Medicina e l’adesione al Partito comunista, lo sport e la scelta di unirsi alla Resistenza . La genesi della canzone che scrisse pochi giorni prima di essere ucciso. Fischia il vento, un simbolo della lotta partigiana, venne composta da Cascione sulla melodia del canto popolare sovietico Katjusa, suggerito dal partigiano Ivan, che era tornato dalla campagna di Russia. Dopo la morte di Felice, la canzone iniziò a diffondersi spontaneamente, fino a diventare l’inno più cantato della Resistenza. Donatella Alfonso ci ha procurato anche le voci di due partigiani che erano in montagna con Cascione: Miro Genovese, che militava anche nella stessa squadra di pallanuoto di U megu, e Carlo Trucco, il partigiano Girasole, che portò sino a Cuba “Fischia il vento”, facendone dono a Camilo Guevara.

…a mollo nell’acqua

E’ dopo aver letto “Acqua – Una storia fantastica” (ed. Bookabook), un romanzo di Marcello Duranti, che ho deciso di fare una puntata fatta di servizi che avessero come filo conduttore l’acqua.. – La storia di “Sodade”, una canzone resa famosa da Cesaria Evora, che parla della nostalgia per la propria terra patita dagli emigranti che hanno dovuto lasciare Capo Verde. La cover di questa canzone interpretata da Peppino di Capri (che in una intervista ci racconta come è nata)..

– Una bellissima canzone di Ivano Fossati dedicata alla “Guerra dell’acqua”.

– Un omaggio ai pescatori pugliesi composto da due canzoni (“Il pescivendolo” di Matteo Salvatore e “Rime Patate e Cozze” dei Bari Jungle Brothers) e una chiacchiera sul molo di Bari con un pescatore barese.- La strana teoria di “Omero nel Baltico“: l’ambientazione dell’Iliade e dell’Odissea secondo questa teoria non si sarebbero svolti nel Mediterraneo orientale, come si è sempre creduto, ma nei mari dell’Europa settentrionale (Mar Baltico e nord Atlantico).

– Il centro storico di Bressanone è un gioiello architettonico costituito da innumerevoli scorci pittoreschi, vicoli intricati ed edifici sontuosi. Il nucleo più antico si trova al di là del fiume Isarco ed è raggiungibile attraverso il Ponte Aquila. L’Isarco è da sempre croce e delizia della città. L’“oro blu”, come qui viene affettuosamente chiamata l’acqua, è infatti onnipresente e la sua abbondanza è motivo di grande orgoglio per i brissinesi. Proprio per questo, ogni anno a maggio, Bressanone e dintorni sono teatro del Water Light Festival. Per la manifestazione, artisti e artiste locali e internazionali creano installazioni luminose in diversi luoghi d’acqua della città, offrendo squarci suggestivi sul complesso mondo di questa preziosa risorsa.

.- Umberto Pelizzari, apneista italiano che ha realizzato 16 record mondiali, uno dei pochi sportivi al mondo che non ha mai fallito un tentativo di record alla prima occasione, ci racconta perchè secondo lui l’apnea, oltre che uno stato del corpo, è anche uno stato dell’anima.  “Spesso” dichiara  “mi chiedono cosa c’è da vedere laggiù. Forse l’unica risposta possibile è che non si scende in apnea per vedere, ma per guardarsi dentro. Negli abissi cerco il mio io. Sono immensamente solo con me stesso, ma è come se mi portassi dentro tutta l’essenza dell’umanità. È il mio essere umano che supera il limite, che si cerca fondendosi col mare, che si immerge in se stesso e si ritrova”

Sarajevo, 30 anni dall’assedio

Trenta anni fa, il 5 aprile 1992, a Sarajevo i cecchini iniziarono a sparare su una folla di dimostranti che manifestava per la pace. Cominciava l’assedio della città, e una nuova guerra nel cuore dell’Europa. In Italia, migliaia di persone si mobilitarono per dare il proprio sostegno alle vittime, portare aiuti, ospitare i profughi. La vittoria dei nazionalisti ha però lasciato una difficile eredità, cambiando profondamente il volto della Bosnia Erzegovina e dell’Europa.

Fa impressione parlare di questo anniversario proprio in questi giorni, quando siamo alle prese con un’altra guerra nel cuore dell’Europa. L’anniversario dell’assedio di Sarajevo coincide con la feroce guerra scatenata da Putin, risvegliando gli spettri della barbara e sanguinaria guerra scatenata da Slobodan Milosevic e dal famigerato generale Ratko Mladic: “Ieri non è mai stato così simile ad oggi”, si legge nella locandina di un evento che si è celebrato a Milano in occasione dell’anniversario. Ma spesso e volentieri, come ha scritto Leonardo Coen sul Fatto Quotidiano,  noi rimuoviamo ciò che è successo ieri e l’altro ieri. Memoria scomoda, quella dei conflitti di civiltà, delle carneficine in nome dell’etnia, le distruzioni vendicative delle secessioni, l’onnipotenza dei sovranismi. Che esorcizziamo ogni volta, ripetendo come un mantra l’ipocrita appello: “Mai più”. E invece, è “sempre più”. Vaglielo a dire, oggi, agli abitanti di Mariupol, o a chi è scampato al massacro di Bucha, che certe cose non dovevano più succedere.

Noi non vogliamo rimuovere nulla. Quando gli ucraini bombardavano i separatisti del Donbass era una guerra. E in quanto tale orrenda. I russi che invadono l’Ucraina è una guerra. E in quanto tale orrenda. Perchè le guerre come eredità, inevitabilmente, portano le Srebrenica e le Bucha. Noi non vogliamo rimuovere nulla di quello che sta succedendo oggi, e nemmeno di quello che è successo dal 2014 nelle regioni russofone dell’Ucraina. E non vogliamo rimuovere nemmeno quello che è successo a Sarajevo trenta anni fa. Con gli ascoltatori di Radio Popolare abbiamo organizzato più di un viaggio in Bosnia, dove la tappa di Sarajevo coincideva con una serie di incontri con chi quella guerra l’ha vissuta. E’ il caso di Kanita Fočak, architetto, interprete giudiziario per la lingua italiana e per la lingua bosniaco-croata-serba. Sarajevese di origine dalmate, con nonni veneziani, sposata in prime nozze con un serbo ortodosso, in seconde nozze con un mussulmano, madre di due figli, vittima diretta dell’assedio di Sarajevo che l’ha lasciata vedova. Oggi, recuperando una vecchia intervista, abbiamo pensato di farci aiutare da lei per non rimuovere quello che è successo 30 anni fa nella sua città, Sarajevo.

Vincenzo Mantovani recensisce “Un secolo in dieci giorni”, un  libro di Konstanty Gebert (ed. Feltrinelli) che parla dei dieci eventi che secondo l’autore rappresentano tutto il Novecento europeo.

Tra questi l’incendio della biblioteca di Sarajevo.

Idrovia Litoranea Veneta

Un viaggio sulle acque dell’Idrovia Litoranea Veneta, una via d’acqua realizzata dalla Serenissima Repubblica di Venezia negli anni del suo massimo splendore. Grazie ad un sistema di canali artificiali e sfruttando i corsi d’acqua (i fiumi Sile, Piave, Livenza, Lemene, Tagliamento, Stella e Isonzo) e le lagune (Venezia, Caorle, Marano e Grado) già esistenti, collega la Laguna di Venezia con la foce del fiume Isonzo. E’ un percorso  di grande interesse storico e naturalistico, lungo ben 127 chilometri. Non ci sono solamente i canali veneziani, con i loro eleganti palazzi ed il profumo di storia, a rendere meravigliosa la Litoranea, ci sono anche i tanti paesaggi che si incrociano durante la navigazione. A partire dalla conca di Portegrandi, una secolare chiusa della laguna veneziana da cui transitavano i traffici fluviali incanalati lungo il Sile. Lungo la navigazione si possono ammirare paesaggi mozzafiato: solo acqua, natura e uccelli lacustri. Barene, isolotti (imperdibile quello di Martignano, ribattezzato l’Isola della Conchiglie) dove crescono fiori endemici dai quali i produttori locali stanno tentando di fare il miele, riserve naturali come quelle delle Foci del Fiume Stella, raggiungibile solo via mare, o quella di Valle Canal Novo, costituita da una ex valle di pesca di circa 35 ettari.Un viaggio che come colonna sonora ha il silenzio. Luoghi che rimandano agli antichi villaggi dei pescatori e alla tradizionale attività di pesca dei loro abitanti. Si possono ammirare i Casoni, caratteristiche abitazioni dei pescatori in legno e canna palustre restaurati a regola d’arte da esperti impagliatori ungheresi del lago Balaton. Lungo il percorso sono domiciliati alcuni ristoranti raggiungibili solo in barca.  Ed è possibile imbattersi nei luoghi amati da Ernest Hemingway, che qui trovò ispirazione per alcune pagine di “Al di là del Fiume e tra gli alberi”. Geografie care anche ad un altro scrittore: Pier Paolo Pasolini, che amava frequentare la laguna di Grado a tal punto che  nel 1969 decise di girarvi alcune scene del film Medea, una pellicola che aveva come protagonista Maria Callas. E in compagnia del grande soprano (ma anche di altri attori, gente del cinema e amici), dopo aver navigato tra lingue di sabbia, isole e isolette, si spingeva spesso sino a Mota Safon, un ‘casone’ piantato in mezzo alla laguna, isolato e fuori dal mondo, frequentato tutto l’anno da numerosi cigni, e in inverno anche da anatre e germani reali. La navigazione avveniva a bordo dell’imbarcazione da pesca Edipo Re, che il pittore Giuseppe Zagaina metteva a disposizione del suo amico Pasolini. Oggi trasformato in un piccolo museo dall’Associazione Graisani di Palù , Mota Safon ospita una classica abitazione dei pescatori locali, costruita in legno e canne palustri, intessute secondo una tecnica antichissima. Un perfetto luogo fuori dal tempo che, non a caso, Pasolini scelse per fare da sfondo alla tragedia senza tempo di Medea…

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“Calze blu”, le libere viaggiatrici

“Alle donne per molti anni era stato impedito di viaggiare e nel caso in cui si fossero apprestate a questa esperienza avrebbero dovuto giustificarsi, motivando la propria scelta: seguire il marito (magari in viaggio di nozze o in missioni lontane, nel caso di mogli di religiosi o di militari), assistere un parente, necessità di risparmiare (…), bisogno di rimettersi in salute, arricchire la propria cultura, e nel caso di viaggi in zone remote della terra, migliorare le condizioni degli indigeni e contribuire alla loro civilizzazione. Fino alla seconda metà dell’Ottocento una viaggiatrice era parte di una minoranza e rappresentava un’anomalia e se viaggiava da sola era etichettata come un’eccentrica e il suo viaggio era giudicato una stravaganza, un’impresa bizzarra fuori dal comune. Le giramondo erano, ironicamente, definite ‘Calze blu'”. Carmen Rita Pantano.

Questa puntata è dedicata alle ‘Calze blu’ di oggi. Lo facciamo con Iaia Pedemonte, autrice con Manuela Biolchini, autrice di “La nuova guida delle libere viaggiatrici” .  Una guida per tutte le donne che amano viaggiare in ogni stagione, libere e sicure, da sole o in compagnia. Una selezione di viaggi, mete ed esperienze con un’anima femminile, uniche e originali, in Italia e nel mondo, per single, amiche di valigia, mamme e famiglie, nonne e nipoti. Dall’India al Perù, dal Madagascar all’Iran, da Parigi all’Islanda, dal lato femminile delle città d’arte ai rifugi gestiti da donne in Italia. 50 “avventure umane”: cammini e percorsi ciclabili nella natura, percorsi alla ricerca del silenzio interiore, sfiziosi soggiorni enogastronomici, raffinati itinerari artistici e culturali, esperienze con le contadine e le artigiane nel Sud del mondo, workshop di tecniche ancestrali e perfino shopping intelligente (a titolo esemplificativo Luigia Salino di Insolitaguida ci racconta delle geografie letterarie che fa conoscere durante le sue passeggiate napoletane).

Renata Kostner Pizzinini, preziosa testimone di come si è sviluppato il turismo in Val Badia ed autrice di “Un capitolo di storia del turismo in Alta Badia“, un tomo di oltre 600 pagine scritto a quattro mani con Werner Pescosta (ediz. Uniun di Ladins Val Badia, 2019), e Marina Rubatscher, titolare di un allevamento di mucche, ma anche di un albergo, ci parlano del ruolo delle donne nell’offerta turistica di una splendida meta dolomitica come la Val Badia .

Cerco Adriano tutto l’anno

L’ingresso nel quartiere è salutato da tre murales dell’artista Pablo Pinxit. Il primo ritrae Adriano Celentano, il secondo Adriano Olivetti e il terzo l’imperatore Adriano. Il quartiere in questione non può che chiamarsi “Adriano”. Non tutti i quartieri dormitorio di Milano sono nati nel secondo dopoguerra, in un momento in cui la sensibilità urbanistica era vicina allo zero. Alcuni sono sorti anche molto tempo dopo: il quartiere Adriano rientra tra questi. Un tempo qui, proprio su via Adriano, sorgevano i capannoni della Magneti Marelli, una delle più grandi e prestigiose industrie lombarde, chiusa come come molte altre tra gli anni ‘80 e i ‘90. È proprio questa strada a dare il nome alla zona: parte direttamente da via Padova con un ponte sul naviglio della Martesana, per poi andare a nord verso Sesto San Giovanni. La prima parte di quartiere, che dà sul naviglio, è antica e fa parte di Crescenzago vecchia, anche a livello visivo: case di ringhiera, viette strette. Andando avanti la via si allarga – è stata allargata negli anni ‘60 – e si apre tutta la zona nuova. Questa zona è il Quartiere Adriano propriamente detto. E’ qui che, al civico 107, è attivo l’Adriano Community Center Magnete , il secondo dei Punti di comunità de Lacittàintorno : un progetto di Fondazione Cariplo che, in collaborazione con il Comune di Milano, cerca di coinvolgere gli abitanti dei contesti urbani fragili nella riattivazione e risignificazione degli spazi inutilizzati o in stato di degrado, per migliorare la qualità della vita e creare “nuove geografie” cittadine. Un innovativo community hub, nato con il lavoro della cooperativa Proges insieme a 28 soggetti, che propone un modello di integrazione unico tra spazi di cura – una parte della struttura è adibita, infatti, a residenza sanitaria assistenziale per anziani – e luoghi aperti di cultura, relazione e socialità. La futura Rsa è ora utilizzata come Hotel Covid gestito dalla cooperativa Proges (al momento sono 61 le persone accolte, e da novembre 2020 a oggi, ne sono passate 1.650; porte aperte anche ai profughi afghani). Tra le attività già attive dentro il PuntoCom ci sono i laboratori di robotica educativa di OFpassiOn ideati da Valeria Cagnina, giovane star della robotica. Mentre i lavori per i tre murales ‘adriani’ sono figli del progetto “Cerco Adriano tutto l’anno“, che attraverso una sorta di referendum ha fatto decidere agli abitanti del quartiere chi ritrarre. Ne parliamo con l’artista (nonchè abitante del quartiere) Eva Martucci di APIS

Una sera che sono andato al Quartiere Adriano per assistere a un concerto presso L’Adriano Community Center Magnete, l’edificio era totalmente immerso nella nebbia. Questo dettaglio mi consente di segnalare un bellissimo libretto dedicato proprio alla nebbia: “La fabbrica della nebbia. Piccolo viaggio sentimentale dentro quel che cancella e svela” di Gino Cervi (Ediciclo Editore, collana Piccola filosofia di viaggio)

Lungo le rive del lago Saimaa

Il lago Saimaa è un complesso di bacini lacustri collegati tra loro, con una superficie di 4.400 km2. Praticamente quanto l’intero Molise. Si trova nella Finlandia orientale ed è costituito da un susseguirsi di pozze e corsi d’acqua contrappuntati da migliaia di isole e isolotti. Nei mesi invernali è in gran parte ghiacciato e a tal proposito lo scrittore Tuomas Kyrö, autore di L’anno del coniglio , ha scritto che “grazie al ghiaccio invernale si può fare quel che solo Gesù ha fatto: camminare sulle acque”. Il tramonto, che da queste parti in inverno coincide con le prime ore del pomeriggio, può essere utilizzato per iniziare a prendere confidenza con i boschi, ovvero la realtà dominante di tutto il territorio che circonda il lago Saimaa.  Le guide di Saima Naturally organizzano delle escursioni nei boschi che circondano Lappeenranta e la vicina Imatra: un’oretta di camminata nella neve, con tappe per essere ragguagliati sulla vegetazione che si incontra e sosta finale sulle rive del lago per uno spuntino con thè caldo e makkara (würstel finlandesi) arrostiti sulla brace. Per chi vuole strafare c’è la possibilità di galleggiare sul lago semi ghiacciato protetto da sgargianti mute stagne. Anche dall’acqua si possono avvistare delle  casette di legno, circondate solamente da una fitta foresta di pini, abeti e betulle. Sono i famosi cottage finlandesi: i mökki. Come ci conferma Liisa Liimatainen, per anni corrispondente dall’Italia per testate finniche, un finlandese doc non può farne a meno. I finlandesi sono molto legati alla natura e amano staccarsi dalla vita quotidiana per passare un po’ di tempo nella quiete della foresta, a volte anche da soli. Talvolta i mökki non hanno una fogna, spesso manca la corrente elettrica ed i comfort sono ridotti al minimo. Quello che però non manca mai è la sauna, il più delle volte alimentata a legna. Così come non manca mai una tazza di caffè: i finlandesi ne sono tra i maggiori consumatori al mondo… altro che ‘na tazzulella a cafè. Altra grande passione è il tango che, nella versione finnica, come ci dice Mirco Mariani degli Extraliscio, ha una natura più rarefatta e posata rispetto a quello argentino. Elegantissima invece la musica diffusa nei locali dell’hotel Punkaharju . E’ un grande cottage tutto in legno, datato 1845, di color  rosa confetto con finestre decorate da trafori in bianco che creano un effetto zucchero filato. Una torretta panoramica consente di capire di essere ‘assediati’ dai boschi, tranne il lato fronte lago. E, poichè fino al 1906 i turisti arrivavano principalmente in battello a vapore, la facciata principale dell’hotel guarda il lago. La padrona di casa è Saimi Hoyer. Ex fotomodella, capelli rossi fiammeggianti, energia incontenibile, in un momento difficile della vita si è chiesta dove stava la bellezza e la risposta l’ha portata qui. Mostrandoci la fotografia di un hygrophorus camarophyllus, il suo fungo preferito, ci confessa che “adoro il suo profumo muschiato. E amo ancor di più questo lago, e non poteva che essere così dato che il mio nome, Saimi, deriva dal suo, Saimaa. Quando alloggio nel mio mokki, poco lontano da qui, per bere uso l’acqua del lago”. Recentemente una rivista scientifica ha scritto che quando l’acqua dolce finirà, per i laghi della Carelia si batteranno le potenze mondiali. L’augurio ovviamente è che non accada mai, e che Saimi, e i suoi ospiti, possano continuare a dissetarsi tranquillamente e  raccogliere funghi… 

 

 

visitsaimaa.fi                 gosaimaa.com                lakesaimaa.fi

visitlappeenranta.fi        hotellipunkaharju.fi

Sport e cultura a Crans Montana

Come risaputo Crans Montana è una rinomata stazione sciistica. Volendo provare un’emozione ‘olimpica’ si può testare la pista dove la Goggia ha vinto la discesa di Coppa del Mondo. E molte sue piste sono ‘colorate’ da murales firmati da stret artist di mezzo mondo (per questa street art senza streets andate qui: onderoad.radiopopolare.it/?p=4159).

Per una esperienza alternativa a Sion si può surfare all’Alaïa Bay (alaiabay.ch): la prima piscina di surf costruita nell’Europa continentale. Più di 8’300m2 dedicati alla pratica del surf, tutti i livelli inclusi. Lo spot ospita anche una scuola di surf, una fabbrica, un negozio di surf e un ristorante con una terrazza panoramica sul bacino. Ma da queste parti si può venire anche per rilassarsi e praticare immersioni culturali. Lo intuì anche il poeta Rainer Maria Rilke, che dopo un periodo nomadico si insediò nel piccolo maniero di Muzot, vicino a Sierre, dove trascorse gli ultimi cinque anni della sua esistenza ultimando, tra l’altro, la scrittura delle celeberrime “Elegie duinesi”. Se per conoscerlo meglio si può fare un salto alla Maison Pancrace de Courten dove ha sede la Fondazione Rainer Maria Rilke, per capire perché lo scrittore e poeta vallesano Maurice Chappaz sia una delle più autorevoli voci letterarie della Svizzera francofona basta leggere il suo pamphlet «Les maquereaux des cîmes blanches» («I magnaccia delle cime bianche»), nel quale nel 1976 puntò l’indice contro gli speculatori immobiliari e i politici corrotti. Fu un grande scandalo con una grande risonanza in tutto il Vallese. Chappaz merita però di essere conosciuto anche fuori dalla sua terra: la montagna e la natura costituiscono i suoi temi prediletti ed utilizza la poesia come arma per difendere l’ambiente, descrivendo le violazioni di cui è vittima. In difesa della cultura di una minoranza etnica, gli aborigeni austrialiani, si schiera “Breath of life”, una mostra in cartellone sino al 17 aprile alla Fondation Opale di Lens. La mostra ha l’ambizione di far conoscere ai visitatori lo yidaki, più comunemente noto con il nome di didgeridoo, strumento emblematico dell’Australia aborigena. Lo yidaki, che risale ad almeno 1.500 anni fa, è un marcatore culturale e spirituale intimamente legato alla storia e alla terra del popolo yolŋu. Installazioni immersive, concepite appositamente per questa mostra da artisti yolŋu, combinano sculture, suoni e video mapping, proponendo così un viaggio tra luoghi sacri e arte contemporanea.

Interviste raccolte, in gran parte, da Margherita Redaelli. Un grazie anche alla nostra prof di sci, Marta Spadacini, per la scheda sulle piste di Crans Montana.

 Info:  valais.ch/it          crans-montana.ch/it

Viaggio nelle geografie di James Joyce

“A James Joyce piaceva che i libri fossero stampati il giorno del suo compleanno. Conosceva la povertà, l’estasi del fallimento, aveva problemi di vista, beveva. Alcune fotografie lo ritraggono con una benda sull’occhio sinistro: ha il profilo dandy, la giacca sdrucita, bianca, la cravatta a farfalla, questo corsaro della letteratura. Il 2 febbraio del 1922 è una data storica fin nel gheriglio della cifra – 2/2/22 – che sa di arcano, di apocalittico, una vasca fitta di demoni, Joyce faceva quarant’anni, la Shakespeare and Company, la libreria editrice parigina di Sylvia Beach, aveva pubblicato Ulysses” (Davide Brullo)

Nell’approssimarsi del centesimo di questa data – 2/2/2022 – Onde Road propone un viaggio nelle geografie di Joyce. Claudia Torresani, cultrice del pedale, ci porta in bicicletta tra le strade di Dublino. Partenza dal museo MoLi, il Museum of Literature Ireland : dedicato alla letteratura irlandese, custodisce la copia numero 1 del romanzo. Tappe presso la (ex) farmacia Sweny’s dove Leopold compra per Molly la saponetta al limone e a The National Museum, dove Bloom si nascose per evitare incontro con l’amante della moglie.  Pausa ristoratrice al pub Davy Byrnes , dove Leopold Bloom pranza con il famoso panino al gorgonzola, accompagnato da un bicchiere di Borgogna. La baia di Dublino è bellissima e con pochi minuti di treno si raggiungono piccoli borghi marinari che sono un incanto. Legato a Joyce c’è Sandycove, dove sono ambientate le scene iniziali del libro e in cui è presente la Martello Tower: nel romanzo ci abita Dedalus e Joyce ci trascorse realmente qualche notte nel 1904.

Per chi nell’immediato non riesce a raggiungere Dublino, Riccardo Cepach, direttore del Joyce Museum di Trieste  ci accompagna nelle geografie ‘giuliane’ dell’autore dell’Ulisse, un’opera intensa che Joyce concepì e iniziò a scrivere proprio a Trieste, sua città d’adozione dove visse per oltre un decennio. Va ricordato che in occasione di questo importante centenario Trieste ha in serbo numerose iniziative per rendere omaggio al profondo legame tra la città e l’autore. Enrico Terrinoni, anglista di pregio e joyciano di platino (dopo quella di una decina di anni fa, ha appena curato una nuova traduzione con testo inglese a fronte dell’Ulisse, edita da Bompiani) ci consiglia dove iniziare a leggere l’Ulisse: al cimitero acattolico di Roma, vicino alla tomba del poeta Shelley, dello scrittore Carlo Emilio Gadda o di Antonio Gramsci.

irlanda.com/joyce

Turismo Irlanda:  ireland.com/it-it

L’ospizio del Gran San Bernardo

Al Gran San Bernardo, una delle regioni più nevose dell’arco alpino, l’inverno non è solo una stagione, ma uno spazio insieme ludico e spirituale. Per chi ama la natura e il silenzio. Per sincerarsene basta armarsi di sci e pelli di foca (o di ciaspole) ed andarci. Se oggi collega Valle d’Aosta e canton Vallese, nei secoli ha unito regni e confederazioni, ed è stata una delle più importanti vie di accesso all’Italia dall’Europa occidentale. Ed è proprio sulla cima del colle, a 2.473 metri d’altezza, che si staglia l’Ospizio del Gran San Bernardo . Le sue fondamenta sono state costruite utilizzando i lastroni di pietra squadrati con cui i romani eressero, nell’anno 18 a.C, l’antico tempio dedicato a Giove, è stato aperto dall’arcidiacono d’Aosta Bernard de Menthon a metà dell’anno Mille e divenne la sede di una comunità religiosa fondata sul principio dell’ospitalità. Dopo ogni bufera, si scendeva sia sul versante italiano che su quello svizzero, alla ricerca di pellegrini o viaggiatori dispersi nella tormenta e, sino alla fine del secondo conflitto mondiale, l’ospitalità era totalmente gratuita.  Ancor oggi il nome del viandante non viene registrato e nella porta dell’ospizio non c’è una chiave. I padroni di casa, i canonici, non sono monaci: vivono in contatto permanente con il mondo esterno  e accolgono tutti a prescindere da quale sia la loro religione. D’altra parte il loro motto, ancor oggi leggibile su una parete del rifugio, è “Hic Christus adoratur et pascitur”: Qui Cristo è adorato e nutrito. Chi arriva qui adesso non lo fa più per necessità, salvo poche eccezioni. Come qualche africano che, arrivato in Italia via mare, cerca di raggiungere il nord Europa facendo il percorso inverso di Annibale. Oggi all’ospizio arrivano escursionisti che praticano lo sci fuori pista o impegnative passeggiate con le racchette da neve. Ma, dato che da qui passa il cammino che raccorda Canterbury con Roma, è la meta di pellegrini che seguono la via Francigena . Ma più semplicemente ci arrivano anche persone che oltre a un letto e a una zuppa bollente, vogliono provare l’esperienza di vivere qualche giorno dentro a un luogo dello spirito.

Se i canonici sono lì da un migliao di anni, i famosi cani San Bernardo ci vanno solo per le ‘ferie estive’. Traslocati dall’Ospizio, oggi vivono in un allevamento a Martigny di proprietà della Fondation Barry . Sono una trentina (per la precisione 27 femmine e 5 maschi).  Storicamente il loro lavoro, grazie alla mole imponente, consisteva nell’aprire le piste nella neve fresca per aiutare i pellegrini. Oggi è cambiato, anche se continua ad avere una valenza sociale. Visite in  case di riposo, carceri e scuole, pet teraphy, coaching, pedagogia con animali… Per incontrarli dal vivo basta andare a Barryland , nelle adiacenze dell’anfiteatro romano di Martigny. Qui i visitatori possono immergersi nella storia del cane nazionale svizzero e avere l’opportunità di ammirare dal vivo i San Bernardo durante il gioco, il riposo e l’addestramento.

 

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