Maranhao

Il Maranhao è  una scheggia di Brasile che inizia dove terminano le ultime propaggini della foresta amazzonica. La sua capitale è São Luis, l’unica città, tra quelle brasiliane, ad essere stata fondata dai francesi. Una città, bagnata dalle acque tiepide della baia di São Marcos e dall’Oceano Atlantico, che si muove con lentezza, perennemente accarezzata dalla brezza del mare, avvolta in un clima piacevolmente caldo. Una realtà che ha spinto i maranhensi ad adottare, come musica ufficiale del proprio stato, i ritmi ipnotici e ripetitivi del reggae. E’ una città prevalentemente abitata da afrodiscendenti, arrivati come schiavi tra gli anni dal 1693 al 1841. A ricordarlo ci pensa il Monumento alla Diaspora Africana nel Maranhão, realizzato per salvare le radici culturali che gli schiavi neri deportati qui in catene, hanno lasciato nella cucina, nella fede, nella danza, nel lavoro e nei modi di fare le cose. Un tentativo, riuscito, di evidenziare il contributo dei neri alla cultura e all’identità del Maranhão.  Parlando dei neri del Maranhão dei neri della regione non si può non evidenziare spazi come i quilombos, che si trovano sulla costa occidentale e nella pianura del Maranhão, e che accolgono una notevole quantità di popolazione nera. Sono insediamenti che hanno origine dalle comunità fondata da schiavi africani fuggiti dalle piantagioni in cui erano prigionieri nel Brasile all’epoca della schiavitù e che  costituirono un’importante forma di resistenza alla schiavitù. A São Luís ce n’è uno storico, il quilombo di Liberdade, composto da più quartieri dell’odierna topografia cittadina.
La tradizione più importante della gente del Maranhao sono i festeggiamenti legati alla festa del folclore popolare conosciuta come Bumba Meu Boi. Coinvolge personaggi umani e animali fantastici, e ruota intorno alla leggenda sulla morte e la resurrezione di un bue. Una festività che ha legami con diverse tradizioni, africane, indigene ed europee, incluse feste religiose cattoliche, essendo fortemente associato al periodo delle feste di giugno, in particolare la festa di san Giovanni.
Tra gli appuntamenti organizzati per i viaggi di Radio Popolare c’è quello, nel Quilombo Liberdade, al Barracão de Boi da Floresta dove appena finiscono le celebrazioni del bumba-meu.boi iniziano i preparativi per le celebrazioni dell’anno successivo.
Una meraviglia naturalistica del Maranhão sono le dune delle Lençóis Maranhenses. Una realtà che regala al visitatore uno spettacolo incredibile, unico al mondo. Viste dall’alto, le dune sembrano panni bianchi stesi ad asciugare in un pomeriggio ventoso. Infatti, il nome di questo luogo, Lençóis Maranhenses, significa “lenzuola del Maranhão”. Comunque lo si chiami, è un deserto magico, con ondate dopo ondate di scintillante sabbia bianca. Banchi di pesci argentati nuotano in pozze blu e verdi brillanti lasciate dalle piogge. I pastori guidano carovane di capre sulle dune imponenti. E i pescatori prendono il largo, guidati solo dalle stelle e dai fantasmi di vecchi naufragi. Sembra un mondo parallelo, invece è un parco nazionale di 600 miglia quadrate creato quattro decenni fa per proteggere questo improbabile ecosistema. È come se il mare vicino alle Bahamas fosse improvvisamente apparso come un miraggio in mezzo al Sahara.  Solo che in questo deserto il miraggio è reale.

I figli dei fiori di Ascona

Nel diciannovesimo secolo e nei primi anni del ventesimo il Ticino diventò un passaggio verso sud e una destinazione privilegiata di un gruppo di solitari anticonvenzionali, i quali trovarono nella regione, con la sua atmosfera meridionale, terreno fertile in cui piantare quei semi dell’utopia che non erano riusciti a coltivare a nord. Il Ticino venne così a rappresentare l’antitesi del nord urbanizzato e industrializzato, un santuario per qualsiasi tipo di idealista. Dal 1900 in poi il monte Monescia sopra Ascona diventò un polo di attrazione per chi cercava una vita “alternativa”. I fondatori giunsero da ogni dove: la pianista Ida Hofmann dal Montenegro, Henry Oedenkoven da Anversa, l’artista Gusto Gräser e il fratello Karl dalla Transilvania. E poi anarchici, letterati, ricercatori, ballerine… Uniti da un ideale comune, si insediarono sul Monte Monescia, che ribattezzarono Monte Verità . Vestiti con gli indumenti “della riforma” e con i capelli lunghi, lavorarono giardini e campi, costruirono spartane capanne in legno rilassandosi con l’euritmia e bagni di sole integrali, esponendo i loro corpi a luce, aria, sole e acqua. Una sorta di comunità di figli dei fiori, in anticipo di decine di anni dagli hippies degli anni ’60 del secolo scorso.
Per certi versi ‘figli dei fiori’ anche la baronessa  Antoinette Fleming St. Léger e Max Emden, storici proprietari delle Isole di Brissago . Alla prima, che con il marito nel 1885 aveva acquistato le isole sul Verbano, si deve la nascita dell’attuale giardino visitabile sull’Isola Grande. Fu lei a darne inizio alla creazione,  portando terra fertile, costruendo viali e, seguendo la moda del tempo, piantando specie rare ed esotiche, come ad esempio eucalipti e palme. Il secondo, che nel 1927 rilevò la proprietà delle isole, nonostante non fosse un grande appassionato di botanica, decise di conservare e ampliare il giardino ideato dalla baronessa. Gli eredi di Max Emden vendettero le Isole di Brissago che diventarono di proprietà pubblica. Nacque così l’allora Parco Botanico del Cantone Ticino che aprì al pubblico il 2 aprile 1950. Attualmente su una superficie di 2.5 ettari si contano più di 2’000 taxa provenienti dai biomi a clima mediterraneo e subtropicale di tutto il mondo: il bacino del Mediterraneo, la regione del Capo in Sudafrica, la costa californiana, le coste sudorientali dell’Australia e la zona centrale del Cile. Oltre alla ricostruzione di questi ambienti, che sono tra i più ricchi al mondo in termini di diversità botanica, sono inoltre presenti diverse collezioni tematiche.
Figlio dei fiori è anche Yuri Catania , artista italo svizzero che in occasione del 40esimo anniversario di JazzAscona ha realizzato un percorso che dalle sale del Museo Comunale d’Arte Moderna prosegue nelle vie di Ascona dove arte e musica sono le grandi protagoniste. Si chiama Jazz off the wall ed è un’installazione urbana di street art composta da una quarantina di opere applicate sui muri di svariati edifici pubblici e privati con la tecnica della paste-up. Grazie alla realtà aumentata, ogni opera prende vita regalando un’esperienza multisensoriale tramite brevi filmati realizzati dall’artista per svelare, come attraverso una finestra, la vita delle persone ritratte nella loro quotidianità. Perchè anche Yuri figlio dei fiori? Guardate le sue opere sui muri di Ascona…
Myswitzerland      Ticino

In Serbia con Radio Popolare

Con Eugenio Berra raccontiamo il viaggio in Serbia di Radio Popolare (16-24 agosto). Nove giorni dal nord al sud della Serbia. Belgrado, la vecchia capitale della Jugoslavia, crocevia di civiltà e imperi come quelli Austro-Ungarico e Ottomano, risorta dai conflitti degli anni ’90 e dal tragico bombardamento NATO. La Serbia sud-occidentale, la vecchia Raška medioevale, culla della spiritualità serba. La Vojvodina, provincia autonoma della Serbia, di impronta austro-ungarica: Novi Sad, cittadina danubiana famosa per la fortezza di Petrovoradin, Sombor e la riserva naturale “Gornje Podunavlje”, inserita tra i siti Natura 2000. Lo sconfinamento in Romania: Timișoara, capitale del Banato rumeno. Lo storico Milovan Pisarri illustra i recenti cambiamenti vissuti da Belgrado, mentre Gaia Grassi ci racconta dell’escursione in barca lungo i canali che uniscono Sombor al Danubio (e relativo bagno). E poi le musiche (dagli ottoni alle csárdás ungheresi sino ai repertori klezmer e sefardita, testimoni della centenaria presenza ebraica a nord e sud del Danubio), i cibi e la rakija che si degusteranno durante il viaggio…
Angelo Moretti, ideatore del movimento pacifista MEAN Movimento Azione europeo (projectmean.it), un progetto specifico di promozione della pace e di assistenza umanitaria in Ucraina, ci racconta della missione a Kiev del prossimo 11 e 12 luglio. Una missione è aperta a tutti (Per approfondimenti: corpicivilidipace.it ).  L’idea principale del movimento è quella di preservare il potere trasformativo della nonviolenza attiva all’interno dello scenario di conflitto.
Stefano Brambilla presenta MAPPE, una nuova collana del Touring Club Italiano . Ogni volume di MAPPE è contemporaneamente un libro e una rivista, dedicato a un tema di volta in volta diverso, che possa spiazzare e sorprendere. Il primo numero è dedicato ai “confini”. I confini muoiono e risorgono, si spostano, si cancellano e riappaiono inaspettati. Segnano la geografia, l’esperienza, il linguaggio, la politica con la sua spesso assurda cartografia, l’io con la pluralità, la società con le sue divisioni, lo spazio reale e la vita digitale, le possibilità di vita di animali e piante, gli spostamenti…

Lo stato di salute delle Alpi

“Per ragioni che la scienza non capisce ancora del tutto, le Alpi si stanno riscaldando più velocemente di altre parti del mondo. Ed è da qui, da un cambiamento climatico sotto gli occhi di tutti, che deve partire qualsiasi discorso riguardante il presente e il futuro della principale catena montuosa d’Europa, una torre d’acqua da cui dipendono le risorse idriche del continente. Dalla chiusura degli impianti sciistici alla costruzione di centrali idroelettriche, dal ritorno della grande fauna carnivora all’epidemia di bostrico che decima i pecci, le sfide che questa grande e varia regione deve affrontare sono presagi di fenomeni che investiranno tutto il mondo: la fine di modelli economici, i difficili compromessi della transizione energetica, gli eventi climatici sempre più estremi, le nuove opportunità. Visto che la soluzione a problemi globali spesso tocca trovarla localmente, le Alpi, con la loro estrema diversità culturale, economica e sociale, offrono terreno fertile per sperimentazioni e idee innovative, a patto che cambi lo sguardo con cui le osserviamo. La Rivoluzione industriale ci ha dato in eredità sia la visione romantica di un luogo nobile e immobile da preservare a tutti i costi, sia quella capitalistica di una regione da sfruttare come parco giochi per cittadini nel weekend. Possiamo liberarci da entrambi questi approcci solo provando a guardarle da dentro, dimenticandoci momentaneamente dei picchi e concentrandoci sulle valli, i valichi e i versanti delle montagne, vederle come luoghi alternativi di produzione di valore, dove la sostenibilità è impressa nel paesaggio per necessità.  Soprattutto, è il turismo legato alla sempre più precaria neve che deve rinnovarsi, perché la monocoltura dello sci non cannibalizzi le risorse (idriche, energetiche, paesaggistiche, economiche e fiscali) che potrebbero invece essere usate per creare e promuovere altri modelli di sviluppo. Cambiare in continuazione è il destino delle Alpi, e cambiare con loro è quello di chi le abita. Una sfida continua che dà spazio a epopee e grandi imprese, che sia la costruzione di un rifugio oltre i quattromila metri, l’epico viaggio di un lupo alla ricerca della sua Giulietta, il tentativo di piantare la vite sempre più in alto, o la paziente, decennale rigenerazione di un borgo quasi abbandonato” (The Passenger).
Ne parliamo con Marco Agosta, editor di The Passenger, il cui ultimo numero è dedicato alle Alpi. Intervengono anche Maurizio Dematteis, ricercatore, giornalista e direttore dell’associazione Dislivelli; Paolo Paci, direttore di Meridiani Montagne e scrittore (recentemente uscito il suo nuovo romanzo: “La montagna delle illusioni” – Edizioni Piemme, qui presentato); Elisa e Livio, gestori da più di vent’anni del Rifugio Bagnour, presso il Lago Bagnour in una radura nel cuore dell’incantevole bosco dell’Alevé (Val Varaita), a 2017 metri sul livello del mare.

Cremona: dove nascono solo Archi Star…

Cremona è da sempre la città dei liutai. Qui ha vissuto e lavorato Antonio Stradivari, uno dei liutai migliori che siano mai esistiti. E, qui, vivono e lavorano centinaia di liutai ancora oggi. Così, in ogni angolo della città si respira musica e legno. Ma c’è una via dove la musica si può anche vedere. E’ via Robolotti: in poco più di 80 metri convivono una serie incredibili di botteghe di liutai. Attraversandola si sentono concerti di violini sparsi, provenienti da dietro le porte delle botteghe, dove i musicisti stanno suonando e provando gli strumenti costruiti su misura per loro. Così gli spartiti di Vivaldi si mischiano a quelli di Paganini e via Robolotti è il teatro di un concerto sempre unico. Qui si respira il profumo intenso dell’abete rosso stagionato, proveniente dalla Val di Fiemme, scavato a mano dagli scalpelli di precisione. Ma anche quello di acero e di ebano delle diverse parti dello strumento. Quello dolce delle colle a caldo necessarie per saldare i 75 pezzi che lo compongono. E quello pungente delle resine per la verniciatura…
Ospiti della trasmissione:
.- il mitico liutaio Bruce Carlson, statunitense da anni ‘emigrato’ a Cremona dove gli inizi degli anni ’90, assieme a Bernard Neumann, ha aperto la prestigiosa bottega Carlson & Neumann
.- Fausto Cacciatori, responsabile della conservazione e catalogazione degli strumenti e dei reperti conservati al Museo del Violino
.- Fabrizio von Vornax, direttore artistico di Casa Stradivari
.- Alcuni ragazzi che partecipano alla masterclass di liuteria organizzata da Casa Stradivari
Raccontiamo la storia di Fabrizio Fornara, oggi liutaio a Cremona (ha iniziato a costruire violini nel laboratorio di liuteria del carcere di Opera, dove era incarcerato Era il 2009 e ha cominciato per curiosità, non sapeva nemmeno cosa volesse dire la parola liutaio. E’ diventato uno dei più bravi a forgiare violini. Appena riconquistata la libertà, mentre attraversava la strada, Fabrizio venne investito da una macchina. L’incidente gli lasciò paralizzati per sempre un braccio e le gambe: una seconda prigionia, se possibile più severa della prima. Lui non si perse d’animo…)
 
Special guest della trasmissione i violinisti Mauro Pagani (PFM, Fabrizio de Andrè…) e Francesco Fry Moneti (Modena City Ramblers, Casa del Vento)

Suoni delle Dolomiti

Le Terre Alte sono luoghi dove bellezza e fragilità restituiscono agli umani il senso del limite. In un’epoca di cambiamento climatico e crisi ecologica diventa più fondamentale che mai viverle e goderle senza deturparne la bellezza. Obiettivi, entrambi, da sempre perseguiti da I suoni delle Dolomiti , una rassegna che porta la magia della musica dentro i paesaggi incantati dei Monti Pallidi. Seguendone il calendario si può salire in quota e all’ombra di mitiche vette dolomitiche, scegliersi il proprio “green carpet” dove gustarsi un concerto che miscela i suoni degli artisti con quello degli uccelli e dei grilli. Perchè i suoni (con la “s” minuscola) delle Dolomiti non sono solo il bramito del cervo o il martellio di un picchio, i Suoni (con la “s” maiuscola) delle Dolomiti sono dei set musicali conquistati passo dopo passo, dove la sala da concerto ha il cielo per soffitto e le pareti rocciose come muri. Un paesaggio che contemporaneamente diventa scenografia e palcoscenico. L’edizione 2024 (28 agosto – 29 settembre) prevede 17 concerti, che come sempre non avranno barriere tra pubblico e artisti, e che spazieranno tra diversi generi musicali, dal jazz alla musica classica, con qualche sporadica incursione nel pop. Da Carminho,  porterà la struggente poesia del fado alla Malga Tassulla sulle Dolomiti di Brenta, al cantautore e chitarrista statunitense Micah P. Hinson sulla radura di Prati Col a San Martino di Castrozza. Dalle pugliesi Faraualla alla malga Vallesinella Alta a Madonna di Campiglio a Roberto Vecchioni al rifugio Micheluzzi al Sassolungo. E’ previsto anche un trekking: un viaggio a tappe attraverso il cuore roccioso delle Pale di San Martino. Per l’occasione verrà gettato un ponte tra le montagne del Trentino e le Badland americane, attraverso le parole dello scrittore Paolo Cognetti e le canzoni di Dylan, Springsteen, Johnny Cash e altri, interpretate dalla voce e dalla chitarra di Pietro Brunello e dal violoncello di Mario Brunello.

Questa puntata è realizzata e condotta da Monica Paes

Musicisti partenopei

Un viaggio dentro alcuni scampoli di Napoli attraverso la voce di alcuni musicisti partenopei.
I tre musicisti dei Suonno d’Ajere, un trio nato nel 2016 dall’esigenza di conoscere e approfondire ciò che la città di Napoli ha prodotto nella sua storia musicale, ci parlano del teatro Trianon Viviani e del Gran Caffè Gambrinus. Il primo è il teatro della canzone napoletana. Il Gambrinus è il caffè letterario più prestigioso della città. Aprì i battenti nel 1890 e col tempo arrivò a rappresentare il principale luogo di convegno di Napoli. Le sue sale, impreziosite da dipinti, marmi, stucchi, divennero una piccola galleria d’arte illuminata ben presto dall’energia elettrica.  “In uno di questi tavolini” ci racconta Arturo Sergio, uno dei proprietari “a causa di una scommessa Gabriele d’Annunzio divenne paroliere: scrisse la poesia ‘A vucchella‘, poi musicata da Francesco Paolo Tosti e conosciuta in tutto il mondo grazie alla storica interpretazione di Enrico Caruso”.
Dario Bassolino, pianista, producer e compositore attivo nel panorama nu-jazz, ci parla di Pino Mauro, un’icona della canzone popolare napoletana, nonché tra i ‘responsabili’ della rinascita della sceneggiata. Della canzone di giacca, così chiamate perché i cantanti specializzati in questo repertorio erano vestiti sempre con giacca, cravatta, cappello e tutto quello che proponeva la moda maschile dell’epoca. Il cantante doveva impersonare una figura che al vestiario teneva moltissimo: in pratica il guappo. Ma ci parla anche di Gennaro d’Auria, mago e veggente, è un incrocio tra Mago Merlino e Gargamella, tutto il potere di Nostradamus nel corpo di un tamarro di periferia. E’ l’eletto, a lui infatti è stato donato via mail il terzo occhio, il potere di vedere le cose invisibili, talmente invisibili che infatti non accadono.
Daniele Sanzone, scrittore, autore e voce della rock band ‘A67, ci racconta Scampia, la periferia napoletana in cui ha ambientato il suo primo romanzo: “Madre dolore. La prima inchiesta del commissario Del Gaudio” (). Mirco Del Gaudio, ex pugile e attuale capo del Commissariato di Scampia, è uno spirito inquieto. Si barcamena fra l’amore e l’odio per il suo lavoro (e per i suoi colleghi), un matrimonio fallito e la sensazione di non dedicarsi abbastanza alla figlia. Quando si ritrova davanti al cadavere di una donna che si è suicidata in seguito alla morte del figlio, il commissario capisce subito che dietro quel gesto estremo si nascondono altre verità e altri segreti. E infatti, seguendo il suo fiuto da sbirro, finirà per immergersi negli abissi di un mondo misterioso, in cui l’assenza di speranza si trasforma in dipendenza dall’illusione…

…aspettando il 25 aprile

“Perché essere l’avvenire e poter rischiarare la strada come nella tenebra il raggio di sole non è sacrificio”. E’ un pensiero di  Felice Cascione, il Che Guevara di Imperia che inventò “Fischia il vento”. Come il Che era medico, romantico, figo, generoso. E immortale. Almeno nel Ponente ligure. Medico di Imperia e figlio di antifascisti, aderente al Pci, entrò nella Resistenza a capo di una brigata partigiana, a Diano Castello: nome di battaglia «ù mègu», il medico. Alla sua banda si aggregò «Ivan», reduce di Russia, dove aveva imparato la melodia popolare «Katyusha»: sulla musica furono adattati i versi composti da Cascione per  “Fischia il vento”. La morte di Cascione è descritta nella motivazione della medaglia. Ferito in uno scontro, «ù mégu» rifiutò i soccorsi, rimanendo a dirigere il ripiegamento dei suoi: «Per salvare un compagno che, catturato, era sottoposto a torture perché indicasse chi era il comandante, si ergeva dal suolo ove giaceva nel sangue e fieramente gridava: “Sono io il capo”. Cadeva crivellato di colpi…».
Ce ne parla Donatella Alfonso, autrice di “Fischia il vento. Felice Cascione e il canto dei ribelli”. La storica, saggista e divulgatrice Jennifer Radulovic ci parla di “Partigiane: storia della Resistenza!” la sua nuova narrazione spettacolo incentrata sul ruolo delle donne nella lotta di liberazione. Nei terribili anni della Seconda Guerra Mondiale e nelle operazioni della Resistenza Italiana le donne ebbero un ruolo fondamentale su più livelli, dall’assistenzialismo fino a impugnare le armi per difendere il diritto alla libertà. Sono state migliaia: solo a 35mila di loro è stato riconosciuto lo status di partigiane. Nonostante siano trascorsi quasi 80 anni, il maschilismo che hanno subito e l’avversario ideologico con il quale hanno combattuto, sono drammaticamente vivi e incombenti sulla nostra società.
Lo storico dello sport Sergio Giuntini, autore di “Biciclette partigiane. Venti storie di ciclismo e Resistenza”, ci ricorda come nella storia la bicicletta è sempre stata strumento di libertà ed emancipazione: sociale, politica, culturale. Ha contribuito a grandi trasformazioni della mentalità e del costume. Vi ha ricorso il femminismo nelle sue battaglie per l’indipendenza e l’autonomia del predominio maschile, il mondo del lavoro per liberarsi dalle catene del tempo e dello spazio. La bicicletta era in prima linea nel corso della Comune di Parigi (1870) e nei moti repressi da Bava Beccaris a Milano nel 1898. E tra il 1943 e il 1945 non poteva che battersi anche contro il nazifascismo, diventando preziosa alleata della lotta partigiana.
Il progetto RIDE 4sunbirds, 700 km in bicicletta per Gaza a fianco dei Gaza Sunbirds.  E’ una manifestazione ciclistica che partirà da Milano il 25 aprile e che, toccando diverse città, arriverà a Roma il 30 aprile. L’iniziativa nasce come risposta pacifica e costruttiva in supporto al popolo palestinese, pesantemente colpito dal conflitto in atto. I Gaza Sunbirds sono un gruppo di circa 20 paraciclisti palestinesi fondato nel 2020 da Alaa al Dali, fino allo scoppio del conflitto in corso tre di loro si stavano allenando per partecipare alle prossime paraolimpiadi. Dal 7 ottobre in avanti hanno deciso di prestare il loro servizio al fine di raccogliere e distribuire beni di prima necessità alla popolazione civile. Info: gazasunbirds.org/news
Carlo di Bicipace ci parla della quarantesima edizione di Bicipace, che quest’anno partirà  il 26 maggio. E’ la più importante manifestazione in bicicletta della Lombardia, la cui mission è unire alla bellezza della natura e dell’ambiente la forza della pace e della solidarietà.

Camminare. Festival Social Walking

 

Presentazione di “Camminare. Festival del Social Walking” che, giunto quest’anno all’ottava edizione, si svolgerà anche quest’anno – il 4 e 5 maggio – nel Parco Nord Milano. Posizionato presso la Cascina Centro Parco, il village ospiterà alcune delle sezioni del festival e rappresenterà il punto di partenza le esperienze di cammino nel Parco. Laboratori di didattica ambientale, stands, spazio libri, momenti benessere, appuntamenti all’interno dei grandi spazi del Parco Nord Milano, parco periurbano metropolitano situato nella periferia nord di Milano. La Cascina Centro Parco, sede dell’ente parco, è facilmente raggiungibile a piedi, in bicicletta e con i mezzi pubblici da Milano e dai comuni limitrofi della Città Metropolitana (M5 Bignami). E’ previsto un prologo del festival vero e proprio, durante il quale una sezione del festival offrirà una prospettiva unica sul mondo dei cammini, permettendo anche di scoprire luoghi insoliti della città. Trattasi di un trekking in cinque quartieri della città di Milano: Ortica, Porta Romana, Porta Venezia, Gorla, Bovisa. Non solo trekking urbani, ma anche presentazioni di libri, un film (“Resina” di Renzo Carbonera) e una mostra.  

Ospiti della trasmissione, oltre a Fabrizio Teodori di Viaggi e Miraggi che ha dettagliato il programma, anche Chiara Caporicci, referente di C.A.S.A. – Cosa Succede Se Abitiamo , un’associazione di promozione sociale e uno spazio per residenze d’artista e culturali, abitato e attraversato, a Frontignano di Ussita (MC) nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini a mt 1.350 slm. Ilaria Canali, di Ragazze in Gamba , la Community ufficiale della pagina della Rete Nazionale Donne in Cammino. E Stefano Mancuso, botanico e saggista italiano che insegna arboricoltura generale e etologia vegetale all’Università di Firenze.

Puntata in bicicletta

Una puntata a pedali dedicata a Mariateresa Montaruli. Giornalista e scrittrice prematuramente scomparsa, attraverso i suoi racconti e le descrizioni degli itinerari in Italia, ma con qualche puntata anche nel resto d’Europa, ha fatto scoprire a migliaia di lettori non solo i percorsi più suggestivi da fare in bicicletta, ma anche un tema, un’anima, una storia legata al territorio e una possibilità per tanti di fare vacanza pedalando. Durante la prossima edizione della Fiera del Cicloturismo (5-7 aprile, Bologna), pensando alle donne che promuovono le due ruote e il cicloturismo,  verrà assegnato il premio “Ho voluto la bicicletta”: la bicicletta non ha confini, può arrivare dappertutto donando a chi pedala salute, gioia, nuovi amici e tanto altro . Ce ne parlano Carmen Rolle, Paola Piacentini, Pinar Pinzuti e Roberto Peia.
La storia di Sanna Ghotbi e Benjamin Ladraa, due trentunenni svedesi che nel maggio 2022 hanno cominciato un lunghissimo viaggio in bicicletta che li porterà in quaranta paesi, per un totale di 48mila chilometri da percorrere. Il loro obiettivo è riportare l’attenzione del mondo sulla questione del Sahara Occidentale, il territorio africano occupato per l’80 per cento dal Marocco, ma rivendicato dal Fronte Polisario in nome del popolo sahrawi…
La Food Valley Bike : la ciclovia più appetitosa d’Italia. 80 km attraverso i luoghi del cibo. Da Parma si prosegue verso Mezzani, per esplorare l’Oasi Naturale Parma Morta, si continua per Colorno, dove si può visitare la splendida Reggia di Colorno, e si prosegue in direzione di Sissa Trecasali, per degustare la Spalla Cruda di Palasone, salume risalente al Medioevo. Altra tappa è Roccabianca con il suo castello e Zibello, dove addentare il prelibato Culatello di Zibello. L’arrivo è a Busseto, nella cui frazione Roncole è nato il maestro Giuseppe Verdi.
In bicicletta lungo le oltre 30 miglia di piste ciclabili di  St. Simons Island, la più grande isola barriera delle Isole d’Oro, nello stato americano della Georgia . L’isola si trova di fronte alle paludi di Glynn, rese famose dal poeta Sidney Lanier. Querce ricoperte di muschio fiancheggiano le tortuose strade dell’isola, creando un’immagine degna di un racconto di Faulkner…

Le geografie di Ricky Gianco

Una puntata di Onde Road realizzata per festeggiare l’ottantunesimo compleanno di Ricky Gianco (all’anagrafe Riccardo Sanna), mitico musicista, ma anche grande sostenitore di Radio Popolare. La nascita, a sua insaputa, a Lodi e il debutto vincente a un concorso musicale a Varazze nel 1954 all’età di 11 anni. La passione per l’America e l’immersione nella Swinging London, dove frequenta Paul McCartney e John Lennon (una coppia, Lennon/McCartney, a cui Ricky rispose con la coppia Gianco/Gian Pieretti). “Ora sei rimasta sola” e il Clan Celentano. La panchina scolorita di Nervi dove, quando si diventerà anziani, lei le avrebbe dovuto raccontarle la sua vita e l’inquinamento del fiume Po (“Il fiume Po che nasce dal Monviso / E dai ghiacciai, trascina piombo e pesticidi / Discende a valle e poi si abbraccia col Tanaro / E porta l’ammoniaca verso nuovi lidi / Un po’ più a valle il Po si incontra col Ticino / E corre ancora giù, giù verso il Panaro / Così si trova dentro il letto anche l’arsenico / Il Sesia e l’Oglio aggiungono il mercurio…”. L’università di Heidelberg o forse di Jena, non lo sa nemmeno lui (meglio chiedere a Gianfranco Manfredi). Quella volta nel carcere di Pavia dove, nei panni di novello Johnny Cash, manda in delirio i detenuti con una memorabile esecuzione di un jingle pubblicitario che evoca una idilliaca fattoria…

rickygianco.com

ANDAROCCO: Andalusia + Marocco

Siviglia, la città delle tapas: un raro esempio di legge ad personam adottata felicemente dal popolo. Ad istitualizzarle fu un monarca del XIII secolo, Alfonso Fernández, detto il Saggio. A causa di una rara malattia era obbligato a mangiare a tutte le ore ed a bere un po’ di vino. Una necessità che lo portò ad imporre per regio decreto che non si servisse vino senza cibo. E’ anche la città d’Europa con il maggior numero di  strade dedicate alla Madonna: 48 tra vie e piazze. Ma nell’Alcazar ha eretto un monumento a un monarca musulmano di tanto tempo fa, la cui stele  recita: “La città al suo re Almutamid Ibn Abbad. 900 anni dopo”. Per ammirare questa città meticcia dall’alto basta salire sul Metropol Parasol, una gigantesca struttura fungiforme, non a caso  ribattezzata dai sivigliani Las Setas: i funghi. Sei ‘funghi’ che si stagliano per una lunghezza di 150 metri e un’ampiezza di 75, alti 30 metri ciascuno. I loro ‘cappelli’ sono dei grandi tetti oscillanti, dal diametro che varia dai 20 ai 30 metri, che si incrociano tra loro, formando sopra la piazza un’unica onda d’ombra. Sono percorsi da una lunga passerella che, dopo una passeggiata nel cielo urbano, regala scorci fantastici su Siviglia.
La ribelle e anarchica Marinaleda è una cittadina a poco più di 100 chilometri da Siviglia, nel cuore dell’Andalusia, una piccola comunità rurale con meno di 3000 abitanti, una regione dove la disoccupazione è di casa e la povertà è stata spesso sovrana. Un borgo dove da qualche lustro si sperimentano forme di autogoverno, di economia collettivista e democrazia partecipativa di ispirazione socialista. Motore economico della comunità è l’azienda agricola collettiva El Humoso che impiega la maggior parte della popolazione locale. Un progetto nato nel 1979 quando gli agricoltori della zona avevano perso la terra e il tasso di disoccupazione superava il 60%. Lo storico sindaco Juan Manuel Sánchez Gordillo, allora trentenne, iniziò e guidò una serie di proteste, occupazioni e scioperi che sono durati circa un decennio, chiedendo e ottenendo l’accesso ai campi abbandonati. Successivamente il governo locale ha acquistato migliaia di metri quadrati di terreno, ha fornito materiali da costruzione, piani architettonici e assistenza gratuita da parte di costruttori professionisti per garantire anche un tetto agli abitanti del villaggio.
Oggi Tangeri vive di container e digitale, ma non ha dimenticato la sua anima vintage. Per sincerarsene basta addentrarsi nel labirinto di vicoli e piccole piazze della medina, che essendo stati costruiti man mano che ne è sorta la necessità sono totalmente privi di una logica topografica. In compenso sono pieni di bancarelle e negozi che vendono prodotti artigianali e per sapere dove andare qualcuno dovrebbe inventare un GPS: Global Power Shopper. Più eleganti i negozi delle strade all’europea Ville Nouvelle, che si estende irregolarmente a sud-ovest della medina. Afrori della Tangeri che fu si possono sorseggiare assaporando un profumato tè alla menta al Cafè Champs Elysèes o ubriacandosi allo speakeasy di El Morocco Club , un seducente bar-ristorante nella kasbah.
Asilah, 40 km sotto Tangeri: un miscuglio di forme geometriche degne di Paul Klee. Era un antico porto fortificato che stava sbriciolandosi sotto il sole quando nel 1978 il fotografo Mohammed Benaissa e l’artista Mohammed Melehi invitarono alcuni pittori a realizzare murales sui logori bastioni portoghesi del XIV secolo. Erano i prodromi di un festival che ha segnato la rinascita di Asilah: a fianco di musicisti di flamenco e di poeti il Moussem culturel international d’Asilah invita graffittari che affrescano i muri del villaggio che così ogni anno, per dodici mesi, offre scorci cromatici nuovi.

Ricordando Giuseppe LIBERO Spagnuolo

Giuseppe “Libero” Spagnuolo se ne è andato una decina di giorni fa. Era l’ultimo e unico abitante di Roscigno Vecchia, frazione affascinante, magica e spettrale del comune di Roscigno, nel Parco nazionale del Cilento. E’ un borgo nel cuore degli Alburni che fu sgomberato agli inizi del ‘900 per via di due ordinanze del Genio Civile per la minaccia di una frana che si credeva potesse radere al suolo l’intera cittadina. Da allora tutto è rimasto uguale. La piazza dedicata a Giovanni Nicotera, su cui si affacciano le basse case, decorate con bei portali, dei contadini e degli artigiani. Una fontana dalle larghe vasche e una chiesa settecentesca dedicata a San Nicola di Bari. Giuseppe ci viveva  circondato da una comunità di gatti: lui era il sindaco virtuale di questa Pompei del XIX secolo. Per ogni visitatore aveva un aneddoto da raccontare e una fede politica da ostentare: sono passati più di centocinquant’anni dall’Unità d’Italia, ma lui continuava ostinatamente a dichiararsi filo borbonico. “Dal Regno delle Due Sicilie” ripeteva con il suo vistoso accento “siamo passati non all’Unità d’Italia, ma ad assurd’Italia”. In questa puntata di Onde Road lo ricordiamo proponendo una selezione di quanto registrato durante alcune nostre visite a Roscigno Vecchia.  Riproponiamo anche l’incontro con la signora Margherita, una storica abitante di Craco (Matera): la più nota “città fantasma” italiana. Il suo centro storico si spopolò a partire dal 1963, a causa di una frana, fino a diventare quasi disabitato nel 1980 quando, in seguito al terremoto in Irpinia e in Basilicata, furono disposte le ultime ordinanze di sgombero. Negli ultimi anni Craco è diventata una meta turistica sempre più conosciuta: accoglie ogni anno migliaia di turisti, che hanno la possibilità di passeggiare tra le strade del borgo abbandonato e ammirarne i monumenti. Una bizzarria: le case che si possono vedere nel centro storico, benché inagibili, sono ancora oggi di proprietà delle persone che vi abitavano. Chi viveva nella città vecchia prima del 1963 può tornare a visitare la propria abitazione due volte l’anno, ottenendo un permesso dal comune.

La Cina di Marco Polo e di padre Matteo Ricci

Marco Polo, un uomo che fu scopritore di terre e divoratore di distanze, nel 1300 si sposò con      , patrizia veneziana, dalla quale ebbe tre figlie: Fantina, Belella e Moreta. Scritti apocrifi però raccontano che fu da adolescente che Marco Polo ebbe un vero e proprio colpo di fulmine. Lei era Hao Dong, figlia dell’imperatore Kublai Khan, nipote di Gengis Khan. Marco Polo restò alla corte Khan per molti anni e quando ritornò a Venezia pare che portò con sè la ragazza. A Venezia, la giovane asiatica, pare non avesse una vita invidiabile. Nascosta e al riparo dalle malelingue viveva in solitudine abbandonata all’unica passione che poteva farla sentire viva: la canzone. Nel 1298, quando Marco Polo fu catturato dai genovesi, la sua famiglia raccontò alla fanciulla che era morto. Per la tristezza la giovane si gettò dalla finestra della casa dei Polo, morendo nel canale. Che il fantasma di quella poveretta si aggiri ancora tra le calli della zona è una leggenda. Che durante gli scavi del teatro Malibran, edificato sulle rovine delle case dei Polo, siano stati ritrovati i resti di una donna asiatica e di alcuni oggetti di manifattura orientale, è una realtà… In occasione dei settecento anni dalla morte di Marco Polo, al netto di questo scampolo gossipparo, abbiamo deciso di visitare virtualmente alcune delle città da lui conosciute durante i suoi viaggi. Grazie a Ermanno Orlando (autore di “Le Venezie di Marco Polo. Storia di un mercante e della sua città”, Le edizioni del Mulino) abbiamo fatto tappa a Costantinopoli, a Tabriz e a Trebisonda (avendo la conferma, per quanto riguarda la città turca sul Mar Nero, che quella vissuta da Marco Polo era ben diversa da quella visitata dal sottoscritto qualche anno fa). Un lavoro, quello di Ermanno Orlando, che ci fa capire perché Italo Calvino, nel suo Le città invisibili, fa dire a Marco Polo “Ogni volta  che descrivo una città dico qualcosa di Venezia”…
Margherita Redaelli, autrice di “Il mappamondo con la Cina al centro”, edizioni ETS, ci introduce alla figura di padre Matteo Ricci (1552-1610), gesuita, matematico, cartografo e sinologo (visse in Cina dal 1582 sino alla sua morte), che grazie alla sua cultura umanistica , riuscì a farsi mediatore tra due grandi civiltà seguendo un piano teorico prestabilito, a cui sono riconducibili le varie manifestazioni della sua attività.

Le geografie di Fabrizio De Andrè

Son passati venticinque anni da quando Fabrizio De André se n’è andato. Un soffio.
Per ricordarlo abbiamo deciso di percorrere, insieme alle sue canzoni, le sue geografie. Ovviamente siamo partiamo da Genova, la sua città. E altrettanto ovviamente volendo ripercorrere le geografie genovesi di Faber non bisogna partire da antichi palazzi nobiliari, che nella città della Lanterna non mancano. Si deve i raggiungere la città vecchia, quella che Faber  ha fotografato con questi versi con i versi de La città vecchia. Fabrizio era un tifoso del Genoa calcio. Un legame nato nel 1947, quando allo stadio vide la squadra perdere contro il Grande Torino: “Mi piace il Genoa” sentenziò “perché ha i colori come le tute degli operai del comune”.
 Mi sento più contadino che musicista. Questo è il mio porto, il mio punto d’arrivo. Qui voglio vivere, diventare vecchio”. Sono le parole che Fabrizio De André dedica alla sua Sardegna, l’isola che ha amato profondamente e dove si è consumato uno dei momenti più drammatici della sua vita.
Sull’isola, insieme alla cantante e futura moglie Dori Ghezzi (la sposerà 14 anni dopo), Faber compra nel 1975 la tenuta dell’Agnata, un appezzamento di terra semi abbandonato con il tipico “stazzu”, il casale gallurese in granito, circondato da una foresta di querce sempreverdi, a pochi chilometri da Tempio Pausania e da Nuraghe Majori. “La vita in Sardegna è forse la migliore che un uomo possa augurarsi: ventiquattro mila chilometri di foreste, di campagne, di coste immerse in un mare miracoloso dovrebbero coincidere con quello che io consiglierei al buon Dio di regalarci come Paradiso”.
“Ah, che bell’ ‘o cafè, pure in carcere ‘o sanno fa co’ a ricetta ch’a Ciccirinella, compagno di cella, c’ha dato mammà”. Lui stesso definì Napoli la sua patria morale, l’unico altro posto dopo Zena e la Gallura dove avrebbe potuto vivere. E con Don Raffaè, la sua canzone partenopea più famosa, eredità della lezione dialettale appresa dai poeti Salvatore Di Giacomo e Libero Bovio, ha lasciato alla città del Vesuvio un componimento che i giovani napoletani studiano anche fra i banchi di scuola.
L’America per De Andrè era primariamente l’America dei nativi come testimonia l’album L’indiano.
Ma anche quella ‘umana’ raccontata nelle poesie di Edgar Lee Master.
L’ultima tappa non può che essere a Staglieno, il cimitero di Genova. Ospita anche Faber. Per chi volesse portargli un saluto: entrare dall’ingresso laterale (sul lato sinistro rispetto all’entrata principale), imboccare sulla sinistra il viale degli Eroi caduti di tutte le guerre; oltrepassare l’archivolto della Galleria Montino e proseguire sino al cartello segnaletico del campo 22 chiaramente  visibile sulla sinistra del viale che si sta percorrendo. La tomba della Famiglia De Andrè è proprio all’altezza di questo cartello. La si riconosce perchè è semplice e al suo interno c’è una chitarra.

Track list

De Andrè_Quello che non ho

De Andrè_La città vecchia

Baccini & De Andrè_Genova blues

De Andrè_Monti di Mola

De Andrè_Hotel Supramonte

De Andrè_Don Raffaè

De Andrè_Fiume Sand Creek

De Andrè_La collina

Joy Division_Love Will Tear Us Apart

De Andrè_Anime salve