1961. L’anno in cui Mina porta al successo “Le mille bolle blu”. John Kennedy diventa il 35° presidente degli Usa e Yuri Gagarin il primo uomo a volare nello spazio. A luglio sette tra i più forti alpinisti di quei tempi sono impegnati sul Pilone Centrale del Frêneyal Monte Bianco, l’ultimo grande “problema” delle Alpi. Da giorni, gli italiani guidati da Walter Bonattie i francesi da Pierre Mazeaud si trovano in alto sulla parete. Lampi, vento, neve, temperature a venti sottozero bloccano la salita. Sembra che resistere nella speranza dell’arrivo del sereno sia l’unica soluzione. Ma la tempesta non si placa. E quando Bonatti decide di tentare una discesa disperata, è ormai troppo tardi. Un dramma nazionale, da copertina, che ha lasciato sgomenta l’Italia di allora, quella del boom economico. Marco Albino Ferrari, autore di “Frêney 1961. La tempesta del Monte Bianco” (un libro uscito per la prima volta nel 1996 e ora, raggiunto lo status di classico della letteratura di montagna, ripubblicato da Ponte alle Grazie), ci racconta di quel dramma, dell’intensità con cui quell’Italia visse quei giorni e di come ha raccolto le preziose testimonianze di Walter Bonatti e di Pierre Mazeaud. In una intervista raccolta qualche anno fa, Rossana Podestà, la storica compagna di Walter, ci racconta del legame ‘intimo’ che lo univa al Monte Bianco…
Il Gruppo Ceretto (ceretto.com) è un’azienda familiare radicata in Piemonteche da tre quarti di secolo unisce alla tutela e alla valorizzazionedel patrimonio enogastronomico italiano la promozione del mecenatismo. L’omonima azienda vitivinicola, fondata nel 1937, con un’estensione di più di 160 ettari situati nelle aree più pregiate delle Langhe e del Roero, comprese le DOCG Barolo e Barbaresco, è tra i maggiori proprietari di vigneti del Piemonte. Alla fine degli anni ’80la famiglia Ceretto scelse un antico casolare alla porte di Alba, terra di vini e tartufi, come quartier generale. Questa tenuta, chiamata Monsordo Bernardina (la storia ci ricorda che è legata alla storia d’amore fra Vittorio Emanuele II e la Bella Rosina), nel giro di pochi anni è diventa il centro nevralgico di un’azienda che oltre alle vigne possiede un noccioleto e un paio di ristoranti ad Alba: la Piola (lapiola-alba.it) e il Piazza Duomo (piazzaduomoalba.it). Quest’ultimo, gestito dallo chef Enrico Crippa, si avvale dei prodotti dell’orto e della serra curati da Enrico Costanza, un culinary gardener che accudisce con cura erbe e piante ‘immaginifiche’ come la pianta ostrica, la pianta Coca Cola e la pianta formaggio. La famiglia Ceretto, da sempre appassionata di arte contemporanea, dal 1999 mette a disposizione le sue proprietà come spazi ideali per le opere e le performance artistiche di artisti nazionali e internazionali. Fu in quell’anno che gli artisti Sol Lewitt e David Tremlett decisero di trasformare la cappella della Madonna delle Grazie in un’opera contemporanea, con moduli geometrici dai colori accesi all’esterno e sfumature più morbide all’interno. Dalla Cappella del Barolo in poiogni anno i Ceretto hanno finanziato eventi culturali che per il 2018 prevede la mostra “Lynn Davis & Patti Smith. Conspiracy of Word and Image”al Coro della Maddalena di Alba. Unite in passato dalla comune vicinanza a Robert Mapplethorpe, le due artiste per 30 anni hanno spesso fantasticato sull’idea di poter fare qualcosa insieme, magari un libro. Idea che si è concretizzata, grazie ai Ceretto, con questa mostra che mette insieme le immagini della fotografa e le parole della musicista.
Mecenati 2.0 ad Alba, terra di vini e tartufiPlay NowDownload
“Il piacere profondo, ineffabile, che è camminare in questi campi deserti e spazzati dal vento, risalire un pendio difficile e guardare dall’alto il paesaggio nero, scorticato, togliersi la camicia per sentire direttamente sulla pelle l’agitarsi furioso dell’aria, e poi capire che non si può fare nient’altro, l’erba secca, rasente al suolo, freme, le nuvole sfiorano per un attimo le cime dei monti e si allontanano verso il mare, e lo spirito entra in una specie di trance, cresce, si dilata, manca poco che scoppi di felicità. Che altro resta, allora, se non piangere?”. (Josè Saramago, Quaderni di Lanzarote, Einaudi). Il Premio Nobel Saramago nel febbraio 1993 decise di dividere la sua vita fra la residenza abituale di Lisbona e l’isola di Lanzarote. La sua casa delle Canarie si trova a Tías, una piccola località nei pressi di Arrecife, ed è visitabile, per la gioia degli affezionati lettori. “Una casa fatta di libri” così definiva Saramago la dimora di Lanzarote e per il visitatore odierno è sicuramente una grande emozione muoversi fra gli oggetti, i quadri, le fotografie e i tanti libri dello scrittore.
E scoprire che nella casa di Saramago (acasajosesaramago.com) tutti gli orologi, su sua esplicita volontà, sono bloccati sulle 16 passate da qualche minuto: l’ora in cui conobbe la giornalista spagnola Pilar del Río, che poi divenne la sua compagna. Casa Saramago è una delle eccellenze di Lanzarote, un’isola che seguendo i dettami di Cesar Manrique (raccontati nella puntata del 30 aprile 2017 blogs.radiopopolare.it/onderoad/?p=2456) è riuscita a salvarsi dai danni del turismo di massa salvaguardando una natura straordinaria e puntando sulla cultura e la qualità. Come il Museo Agrìcola El Patìo di Tiagua, un complesso rurale vecchio di due secoli che trasformatosi in museo conserva il passato per stabilire il futuro. O l’Hotel Nautilus (nautilus-lanzarote.com) di Matagorda, una struttura alberghiera che investendo sull’arte è diventata un interessante museo d’arte contemporanea. E se un paradiso naturalistico come la piccola isola La Graciosa, divisa da un piccolo braccio di mare da Lanzarote, continuerà ad essere un enclave senza asfalto, abitata solo da vulcani, lunghe spiagge lambite da acque turchesi, biciclette e barche di pescatori…
Quattro fotografie di una Napoli altra. La prima è quella di un giardino nello storico quartiere Materdei. Non è un giardino come gli altri, ma è un giardino “liberato”, ovvero “occupato” solo dalle attività sociali, culturali e artistiche che gruppi di cittadini spontaneamente realizzano da circa sei anni a questa parte. Il giardino è solo una piccolissima parte dell’immenso spazio che, in Salita S. Raffaele numero 3, un tempo era occupato dal convento delle Teresiane e che recentemente è stato restituito alla collettività semplicemente grazie alla tenacia dei cittadini che si sono mobilitati per farne un bene comune. La seconda fotografia è quella di un maestro di strada napoletano: un soggetto sociale che frequenta luoghi aperti, senza reti di protezione, senza divise che lo proteggono, dove il sapere e la competenza si incontrano e confrontano con le necessità della vita e con la convivenza civile. Un maestro pronto ad essere sempre esaminato e messo alla prova da una realtà che anche lui ha contribuito a creare, quella di una persona autonoma che possiede saldamente la propria vita e che lavora perché una relazione così intensa e coinvolgente come quella educativa, abbia un termine e che il suo successo si misuri soprattutto dal modo e dal tempo in cui si conclude. La terza è quella dell’Afro Napoli United, più che una squadra di calcio un modo per combattere il razzismo e il mal di pancismo imperante.
Infine un piccolo tre stelle nel cuore della capitale partenopea, intitolato a una delle canzoni più celebri del repertorio napoletano: Luna Rossa (hotellunarossa.it), tradotta in mezzo mondo e interpretata magistralmente anche da Caetano Veloso. La padrona di casa è Dora Viscione, figlia di Antonio, autore del bran, che ha radunato nell’albergo splendidi cimeli legati alla luna di cui sopra.
“Sotto l’ombra di un bel fiore” (2018, Milieu) è un romanzo, basato su memorie dirette, di Cecco Bellosi che ha per protagonisti Pedro e Paolo che ripercorrono a distanza di anni le loro esperienze, di partigiano e di esule, e assistono in presa diretta al progressivo smantellamento dei loro sogni di cambiamento. Costruiti da Bellosi ricalcando le caratteristiche di alcuni dei protagonisti della Resistenza che ha conosciuto nel corso della sua vita, Pedro e Paolo rivivono gli avvenimenti che hanno segnato un intero territorio, quello del Lago di Como, teatro di uno degli episodi cardine della storia italiana del Novecento: la cattura e l’uccisione di Mussolini. In compagnia di Cecco abbiamo utilizzato il suo romanzo come fosse una guida di viaggio e abbiamo ripercorso le geografie della lotta partigiana dell’Alto Lario cercando protagonisti e voci della Resistenza. A Lenno l’astrofisico Corrado Lamberti, custode della bandiera originale della 52esima Brigata Garibaldi, ci racconta della battaglia che il 3 ottobre 1944 si consumò a poche decine di metri da casa sua, quando un manipolo di partigiani cercò di rapire il ministro degli Interni della R.S.I. Guido Buffarini Guidi, a quel tempo residente a Lenno. A Dongo incontriamo Wilma Conti che ci racconta di quando, quattordicenne, faceva la staffetta partigiana. Franco, per anni gestore del rifugio Brioschi sulla Grigna, ci spiega il ruolo di Riccardo Cassin, il “padre” dei Ragni di Lecco, con la lotta partigiana dell’Alto Lario. Ascoltiamo le voci dei partigiani custodite in un museo che Dongo ha dedicato alla resistenza (ma che un pazzo ha voluto chiamare “Museo della fine della guerra” www.museofineguerradongo.it). Infine a Bonzanigo di Mezzegra, davanti a Casa de Maria (un odierno B&B dove Mussolini passò le ultime ore prima di essere giustiziato), Cecco ci racconta il ruolo del partigiano Neri in quelle ore che hanno fatto la storia…
N.B. La colonna sonora della puntata è ricavata da “Songs of Resistence: 1942 – 2018”, undici canzoni tra passato e presente con vista sul futuro prossimo venturo, recentemente incise da Marc Ribot (la versione di “Bella Ciao” è cantata da Tom Waits)
Una puntata figlia di un convegno organizzato da Fondazione Cariplo dal titolo “Borghi. Un patrimonio da preservare e riattivare: le esperienze in Lombardia”.
A suo tempo il compositore Gustav Mahler sentenziò che “la tradizione è custodire il fuoco, e non adorare le ceneri”. Tenendo questa massima come riferimento il convegno è stato un’occasione per fare un bilancio di un lavoro che negli ultimi dieci anni ha promosso e incentivato innovazione in ambito culturale e ambientale con lo scopo di incrementare lo sviluppo sociale, tecnologico ed economico di siti a forte interesse come i borghi e il patrimonio storico. Sono stati presentate le case history più significative e il progetto per le Valli Resilienti, realtà dove “resilienza” non è solo la messa in sicurezza ed eventuale ricostruzione dei luoghi, ma anche il rilancio di tutte le attività locali con risultati tangibili. Dalla gestione del rischio spopolamento del centro urbano a Sabbioneta, la città ideale inventata dal Principe, alla realtà di Bienno in Valle Camonica, il borgo dell’acqua e del ferro che oggi è conosciuto come il borgo degli artisti, una comunità innovativa, culturalmente attiva, con prospettive di sviluppo… Esempi concreti di come sia possibile creare buone pratiche di intervento quando l’abbandono sembra aver preso il sopravvento. Qui approfondiamo due esperienze che in comune hanno la riscoperta della bellezza delle cose che ci stanno vicino e il valore di condividerle con gli altri. La prima è il lavoro fatto in Val Camonica, la Valle dei Segni dove per migliaia di anni gli uomini hanno lasciato qui, sulla pietra di queste montagne, il segno dellaloro presenza. Oggi, grazie a Wall in Art (una rassegna figlia dell’intuizione del Distretto Culturale della Valle, celebri) street artist come Ozmo e Moneylesshanno portato in valle la loro arte con enormi murales. La seconda è il distretto culturale della liuteria di Cremona, un progetto che sostiene la cultura musicale e la liuteria cremonese, coordinando i soggetti che in città si occupano di educazione, formazione e ricerca in ambito musicale e liutario, avvicinando gli ambiti della formazione e della ricerca con la cultura materiale dei liutai. Cremona vissuta non come città dei violini, ma come città dei liutai. Una mission che deve spingere ogni liutaio a volersi trasferire nella città che diede i natali a Mina. Un’esperienza che risalta ancora di più se paragonata a come non viene sfruttato a Genova il violino più famoso al mondo: il Cannone di Paganini…
Malu Entu (isola di Mal di Ventre), un piccolo isolotto a 5 miglia nautiche dalla terraferma. Il suo nome è legato al vento “cattivo” che di sovente la colpisce e che ne ha disegnato, e continua a modificarne, i connotati. L’isola fa parte dell’Area Marina Protetta Penisola del Sinis e Isola di Mal di Ventre e al suo interno, sono state individuate delle differenti zone per intensità di protezione. Regno incontrastato della natura, in tutta la sua forza e bellezza, è balzata agli onori della cronaca quando qualche anno fa un uomo aveva deciso che questa piccola macchia di terra, immersa in un mare cristallino, doveva divenire una repubblica indipendente dal resto della Sardegna. Le rovine di Tharros, una cittadina punico-romana fondata nel VIII secolo a C dai fenici sul luogo di un insediamento dell’Età del Bronzo sulla penisola di Capo San Marco. Due eccellenze della provincia di Oristano, nell’Area protetta del Sinis, una penisola nel centro ovest della Sardegna. Un angolo originale di Sardegna unico nel suo genere, per larghi tratti, ancora selvaggio e poco battuto dal turismo di massa. Osservazioni che valgono sia per i litorali che per l’entroterra. La spiaggia di Is Arutas, così come le vicine spiagge di Mari Ermì e Punta Maimoni, regalano un mare trasparente che assume colori tra il verde e l’azzurro intenso. Sono conosciute come le spiagge dei chicchi di riso, essendo composte da piccoli granelli di quarzo, che presentano sfumature che vanno dal rosa, al verde, al bianco candido. Si differenziano dalle altre coste della Sardegna in quanto composte da granito porfirico e non dalla più comune roccia calcarea. Il lento disgregarsi della materia sotto eventi atmosferici e in seguito a condizioni particolari di raffreddamento, ha creato dei fondali composti di variopinti granelli di quarzo. Altrettanto affascinanti sono i paesi dell’entroterra, ricchi di genuinità e di ‘afrore’ sardo a denominazione di origine controllata. Ognuno è diverso dall’altro e ha la sua storia. San Salvatore, una frazione di Cabras, noto come “il paese degli scalzi“ (per via di un evento religioso che si ripete tutti gli anni il primo weekend di settembre), negli anni ’60 è diventato una location per ‘spaghetti western’. Ricercate sul web Giarrettiera Colt, una pellicola cult dove furoreggiava Nicoletta Macchiavelli, un’attrice che ha fatto perdere la testa a Quentin Tarantino… Borghi, questi dell’entroterra di Oristano, che d’estate ospitano i concerti di un festival itinerante che in Italia ha pochi eguali: il Dromos Festival (http://www.dromosfestival.it). Gli ascoltatori di Radio Popolare hanno scoperto tutto ciò accompagnate da 4 indigene: le ragazze dell’associazione di promozione sociale Mariposas de Sardinia. Il consiglio, se cercate una Sardegna verace, è di contattarle..
“… agli uomini capita di mettere radici, e poi il tronco, i rami, le foglie… quando tira vento, i rami si possono spaccare, le foglie vengono strappate via: allora decidi di non rischiare, di non sfidare il vento. Ti poti, diventi un alberello tranquillo, pochi rami, poche foglie, appena l’indispensabile. Oppure te ne fotti. Cresci e ti allarghi. Vivi. Rischi. Sfidi la mafia, che è una forma di contenimento, di mortificazione. La mafia ti umilia: calati junco che passa la piena, dicono da queste parti. Ecco, la mafia è negazione d’una parola un po’ borghese: la dignità dell’uomo”
Sono parole di Mauro Rostagno, assassinato il 26 settembre di trent’anni fa. Aveva 46 anni e molte vite alle spalle. Leader del ’68 a Trento, dove da Torino si era trasferito per frequentare la nuova facoltà di sociologia. Fondatore di Lotta Continua con Adriano Sofri e animatore del centro culturale milanese Macondo. Poi la scoperta delle filosofie orientali, il viaggio in India con la compagna, Chicca Roveri, e la figlia Maddalena. Infine l’ultimo approdo in Sicilia, a Lenzi (Tp), per dar vita alla comunità Saman, che trasforma in una comunità per il recupero dei tossicodipendenti. Giornalista in una televisione locale, denuncia il malaffare e gli intrecci tra mafia e politica, tra imprenditoria inquinata e i comitati d’affari collegati alle logge deviate. Denunce che gli sono costate la vita. Delle geografie della sua vita avevamo parlato in Onde Road nell’ottobre del 2011 (http://blogs.radiopopolare.it/onderoad/?p=118). Ripartiamo da quella puntata, aggiornandola in compagnia di Maddalena, la figlia di Mauro, e del giornalista Ivan Berni.
Su richiesta degli ascoltatori ecco la play list che Maddalena dedica al padre (tratta da “Il suono di una mano sola” ediz. Il Saggiatore):
1) Sultans of swing dei Dire Straits, perchè è lui che balla, scanzonato, appassionato
2) Cuanta pasiòn di Paolo Conte, perchè “una illusiòn temeraria, un indiscreto final”
3) The sound of silence di Simon & Garfunkel, perchè è la canzone che scelsi come colonna sonora per accompagnarla al cimitero
4) Voglio vederti danzare di Franco Battiato, perchè la ascoltava quasi ogni giorno
5) Me and Bobby McGee di Janis Joplin, perchè è Janis Joplin
6) Bartali di Paolo Conte, perchè è lui, godereccio e dissacrante
7) Emozioni di Lucio Battisti, perchè lui tanti anni prima aveva detto ai compagni che Battisti si poteva ascoltare, anche se non era un compagno
8) Rimmel di Francesco de Gregori, perchè forse nel suo salotto De Gregori stava suonando proprio quella, mentre io facevo la pipì sul suo tappeto
9) Andrea di Fabrizio de Andrè, perchè è una canzone d’amore e una canzone contro la guerra
10) La libertà di Giorgio Gaber, perchè parla di libertà, perchè la libertà è partecipazione
A 30 anni dall'assassinio di Mauro[ 56:58 ]Play NowDownload
Nei secoli passati, quando i trasporti venivano effettuati a dorso di mulo, le vie di comunicazione e commercio si sviluppavano lungo i crinali, mentre i fondovalle, tortuosi e poco sicuri per via di frane, allagamenti e agguati di briganti, venivano accuratamente evitati. Un esempio classico sono le antiche vie del sale, che collegavano la Pianura Padana con la Riviera Ligure passando per le creste dei monti.
Percorse da mercanti, pellegrini, emigranti, pastori e taglialegna queste antiche vie di crinale furono abbandonate con l’avvento delle strade carrozzabili. Alcune sono state cancellate dal ritorno della vegetazione spontanea, altre sono state recuperate, ripulite e segnalate con segnavia di vernice. Una tra le più suggestive è la Via del Mare, che collega Tortona a Portofino, passando per il Parco dell’Antola e incrociando l’Alta Via dei Monti Liguri. Di questo percorso il tratto generalmente ingiustamente trascurato è quello del Basso Piemonte, per capirci il tortonese. E’ un territorio collinare meno noto delle Langhe e del Monferrato, ma altrettanto “nobile”. Sia sotto il profilo del paesaggio che per i suoi contenuti agroalimentari. Dolci colline, piccoli borghi poco frequentati, e un sovrano che non ha rivali: il Timorasso. Di questo vitigno a bacca bianca, il più interessante e promettente di una regione a tradizione “rossista” come il Piemonte, ce ne parla Claudio Mariotto (claudiomariotto.it), uno dei più importanti produttori. Invece, nel cuore delle colline del Gavi, la blogger Corinna Agostoni (oltreilbalcone.com) incontra l’azienda agricola biodinamica La Raia (la-raia.it), acquistata nel 2003 dalla famiglia Rossi Cairo con la mission di recuperare e valorizzare l’ecosistema originale. A Voltaggio, un comune piemontese di con meno di 800 abitanti, piazzato sulle propaggine dell’Appennino Ligure, incontriamo il Panificio Carrosio (facebook.com/pages/biz/bakery/Panificio-Carrosio-Luca-579162005446050/). E’ un negozio che profuma di zucchero a velo ed è in attività dal 1899. Oggi – sotto l’attenta guida di papà Gianpaolo – siamo alla 4° generazione. Oltre a lui, portano avanti l’attività i due figli, Luca e Giovanna. Il top di gamma del panificio sono deliziosi amaretti morbidi, fatti come vuole la tradizione e incartati a mano, uno ad uno. Scoperte come quella del Panificio Carrosio sono facilitate da Musement (musement.com), una startup italiana, nata nel 2013. Offre molteplici servizi, da sfruttare sia in viaggio che nella propria città: dalla prenotazione di attività, musei ed attrazioni, sino alla creazione di itinerari ed esperienze, sulla base dei propri interessi. Basta invece una cartina del Touring 1:200.00 per scoprire il Basso Piemonte a cavallo di una bicicletta. Questa è una sorta di Terra Santa del pedale, basti pensare che è la patria di Fausto Coppi.
Luoghi straordinari, suoni straordinari: è questo l’assunto in base al quale sulle Dolomiti trentine ogni estate natura e musica si abbracciano per dar vita ad eventi unici, dove il paesaggio è scenografia e palcoscenico. Musica classica, jazz, world music e canzone d’autore si arricchiscono di sfumature inedite. Interpreti di fama internazionale esprimono tutta la propria creatività dialogando con l’ambiente che li accoglie, con la poesia del silenzio. Il pubblico non è semplice spettatore: si siede attorno ai musicisti, in un’atmosfera informale ma rispettosa, per vivere un’esperienza che non dimenticherà mai. I Suoni delle Dolomiti (isuonidelledolomiti.it), per quest’anno 25 appuntamenti dal 30 giugno al 31 agosto, sono tutto questo e molto altro ancora. Tra gli spettatori di questi concerti potrebbero esserci anche degli “Avvoltoi barbuti”, nome comune del gipeto, un grande avvoltoio caratterizzato da un folto ciuffo di piume bianche sul volto, in netto contrasto con il resto del piumaggio, tendenzialmente scuro. E’ un uccello sedentario, che si avventura in spostamenti ripetuti solo durante la giovinezza, per poi stabilirsi in una determinata area e restarvi per tutto il resto della vita. E grazie a un recente progetto di reintroduzione è possibile vederlo in volo proprio in alcune aree del Trentino, dal Parco Nazionale dello Stelvio (parcostelviotrentino.it) al Parco Naturale Locale del Monte Baldo (parcomontebaldo.tn.it). Quest’ultimo è il Primo Parco Naturale Locale del Trentino, grazie alla ricchezza della sua flora e fauna, dei suoi ambienti e specie. Una specificità che gli ha fruttato il nick name di Hortus Europae (Giardino d’Europa). A picco sul lago di Garda ed affacciato sulla Valle dell’Adige è una sorta di balcone sulla Pianura Padana, perché è una delle catene montuose delle Alpi centro-orientali che più si spingono verso questa direzione. Tra le iniziative che si possono consumare in loco, nello specifico al Rifugio di Novezzina (ortobotanicomontebaldo.org/rifugio), anche le ‘cene speziali’ curate dallo chef Alessandro Tannoia. Per l’occasione colori, profumi e sapori del Baldo si fondono nella cucina del Rifugio, passando direttamente dai prati alla tavola. Per sua natura, il menù delle serate è flessibile: dipenderà infatti dal “bottino” floristico raccolto quel giorno sul campo dal botanico e successivamente sapientemente rielaborato dallo chef.
Una volta Chianciano Terme era la Cortina d’Ampezzo del turismo termale. C’era il Concorso ippico nazionale, la villeggiatura della famiglia Savoia, e un modello nobiliare proseguito fino al fascismo, con Galeazzo Ciano ospite inamovibile della stazione termale. Nel dopoguerra ci arrivarono anche il cinema – Fellini nel 1963 vi ambientò 8 ½ – e la politica, con svariati convegni organizzati annualmente. Nel 1992 la doccia fredda: l’abolizione del congedo straordinario per motivi di salute, che permetteva ai lavoratori di usufruire delle cure termali a carico dello Stato. È iniziato così un lento e inesorabile declino: da un milione e 400 mila presenze di inizio ‘90 siamo arrivati alle attuali 700 mila. Negli ultimi anni molti ex hotel sono stati messi in vendita a cifre irrisorie e oggi i muri delle case del centro storico sono pieni di cartelli con la scritta ‘vendesi’. Chianciano e il suo circondario continuano però ad offrire tesori che meritano di essere scoperti. A partire dall’eno-gastronomia locale. I tre fratelli Rosati, per esempio, nei locali di un’ex macelleria hanno realizzato il sogno di riunire in un solo luogo (www.braditoscani.it) le eccellenze uniche del territorio: dai salumi di cinta ai formaggi, dal miele alle composte, dai vini alle birre artigianali fino all’olio extravergine di oliva. Ottimi vino e olio sono prodotti anche a Palazzo Bandino (www.palazzobandino.com), un agriturismo nel cuore della campagna ai piedi di Chianciano (splendida l’area relax con vasche riscaldate interne ed esterne che guardano il borgo vecchio). Ed è proprio perdendosi nella campagna e sulle colline adiacenti che si trovano tesori inestimabili, a partire da il “Martirio di san Sebastiano”, un affresco di Pietro Perugino, ospitato in una chiesetta di Panicale. Passando per il giardino de La Foce (www.lafoce.com), un’azienda agraria sulle colline che dominano la Val d’Orcia che ha una storia secolare con protagonisti (tra i tanti) braccianti agrari che con il loro lavoro hanno ridisegnato il volto della valle, una scrittrice anglo-irlandese (Iris Origo) e un’architetto inglese (Cecil Pinsent) creatore di giardini. E arrivando a Salci, un borgo medioevale dimenticato in mezzo all’Italia: uno dei tanti borghi fantasma diffusi a macchia di leopardo in tutto il Paese. Transenne nelle piazze e vegetazione che ormai s’è impossessata dei luoghi dove appena 50 anni fa ci vivevano fino a 1.500 persone. E’ a pochi chilometri dalla Città della Pieve, nella valle del torrente Fossalto, al confine tra Umbria, Toscana e Lazio. Un borgo medioevale fortificato, piazzato su una collina alta 322 metri, che ben fotografa la potenzialità di questo scampolo d’Italia…
Un viaggio dentro il cuore del samba e della tradizione afrobrasiliana: Salvador de Bahia. Monica Paes e Ira Rubini compongono un diario (quasi) cronologico del percorso compiuto con un gruppo di fantastici ascoltatori di Radio Popolare alla scoperta del Brasile più autentico e contemporaneo, sotto la guida irresistibile di Miriam da Silva.
Apre il viaggio una visita a un’abitazione molto speciale: la Casa do Rio Vermelho, dove hanno vissuto il celebre scrittore Jorge Amado e sua moglie Zelia Gattai, ricevendo e frequentando artisti e intellettuali di tutto il mondo. Molto più di un memoriale, la casa conserva gran parte degli oggetti e degli arredi originali e molte fotografie storiche, oltre a un ricco archivio di documenti cartacei e sonori, che testimoniano un importante periodo della cultura brasiliana e mondiale.
La cittadina di Santo Amaro, dove le sonorità portoghesi si fusero con le percussioni degli schiavi neri, ha dato origine alla scintilla generatrice della musica brasiliana, come racconta Roberto Mendez, celebre etnomusicologo e compositore, o come testimoniano con straordinaria spontaneità i molti interpreti vocali e le sambadeiras che a tutte le età “vivono” il samba di Santo Amaro. In questo luogo sorge anche la casa di Dona Canô, una vera personalità per il Brasile: morta a 105 anni, fra i suoi otto figli c’erano anche due giganti della musica come Caetano Veloso e Maria Bethânia. E noi siamo entrati nella loro casa natale e abbiamo incontrato il fratello Rodrigo.
Salvador ha un Carnevale che affonda le radici nella storia del Brasile e da molti è considerato il più autentico del paese. I gruppi che compongono la parata del Carnevale hanno storie antiche e tutte diverse, spesso legate a fatti storici o a movimenti di opinione. Vale per gli Olodum, molto noti anche in Italia. Di questo celebre gruppo musicale, da sempre impegnato in ambito politico e sociale, abbiamo vissuto un memorabile concerto celebrativo e visitato la scuola di formazione, nel cuore della città di Salvador, il Pelourinho.
In Brasile esistono le favelas ma anche molti esempi di valorizzazione degli spazi e di servizio alla popolazione. Ne abbiamo visitati alcuni, fra cui i Quilombos Boa Morte e Sao Felix a Cachoeira, fondati dai discendenti degli schiavi liberati e volti a realizzare l’autosufficienza produttiva e logistica di una popolazione di molte migliaia di abitanti, che hanno addirittura la loro moneta, il Sururu; la a scuola di capoeira e le attività comunitarie sull’isola di Itaparica; il progetto della Instituição BeneficenteConceição Macedo, nel quartiere di Alagados a Salvador, che aiuta le famiglie e offre ai bambini strutture e attività didattiche che li tengono lontani dalla strada.
Carlinhos Brown, musicista di fama mondiale, è a sua volta cresciuto in un quartiere difficile di Salvador, il Candeal. Per questo dedica da anni tempo e risorse al recupero del quartiere, che si è riqualificato al punto che la percentuale di violenza è drasticamente diminuita. Lo abbiamo incontrato e, in una conversazione in esclusiva per Radio Popolare, ci ha raccontato la sua visione del mondo.
E anche la grande Margareth Menezes da tempo patrocina e promuove un progetto culturale dedicato alle Ganhadeiras de Itapuã, che abbiamo visto cantare e danzare con le loro famiglie nel centro culturale che organizza le loro attività.
Negli ultimi anni, Salvador de Bahia è stata oggetto di una vasta riqualificazione urbana e ambientale, visibile soprattutto sul litorale e nella Bahia de Todos os Santos, come ci ha spiegato il Segretario al Turismo, José Alves , che abbiamo incontrato per farci raccontare l’idea di turismo sostenibile che l’amministrazione pubblica sta promuovendo.
Ma Salvador de Bahia è una infinita fonte di meraviglia: dai colori vivaci delle case antiche, al cibo che mescola sapori e profumi del mondo, dalla ipnotica spiritualità che nasce dalla fusione dei culti africani e cristiani nei riti del Candomblé, agli splendidi musei e alle chiese monumentali, per non dire delle lunghissime spiagge sull’oceano.
Una destinazione indimenticabile, che Radio Popolare vi propone secondo la sua consueta filosofia di viaggio, alla scoperta di un Brasile autentico e contemporaneo e dei suoi protagonisti culturali. Foto di Franca.
Ascolta il podcast:
Salvador de Bahia : il cuore afro del BrasilePlay NowDownload
Un viaggio tra alcuni ponti della Bosnia, secondo lo scrittore Ivo Andrić tra i più belli al mondo. “Di tutto ciò che l’uomo, spinto del suo istinto vitale, costruisce ed erige, nulla è più bello e più prezioso per me dei ponti” scrive l’autore del Ponte sulla Drina “I ponti sono più importanti delle case, più sacri perché più utili dei templi. Appartengono a tutti e sono uguali per tutti…”. Il viaggio inizia a Počitelj, un antico e pittoresco borgo lungo il corso della Neretva, testimonianza viva della dominazione turca: l’antica moschea del 1563, la scuola coranica del 1664, il bagno turco, le case eleganti costruite dai notabili musulmani nel diciottesimo secolo, la Kula (torre), il tutto in un intreccio di mura a secco ed edifici realizzati con la pietra del posto. Qui ha la sua sede la colonia d’artisti fondata su stimolo di Ivo Andrić negli anni sessanta ed oggi utilizzata in parte come pensione. Mostar, la città del ponte diventato un simbolo della drammatica guerra degli anni ’90, dista una manciata di chilometri. Risalendo la Neretva si arriva a Sarajevo, il cui ponte più famoso è quello minuscolo dove Gavrilo Princip compì l’attentato contro il duca austriaco Francesco Ferdinando. E poi la čaršija (il cuore ottomano della città), le chiese ortodosse e cattoliche, la sinagoga sefardita e quella askenazita. La vecchia funicolare austro-ungarica di Bistrik, da poco riaperta. E la Viječnica: inaugurata come municipio nel 1896 durante la dominazione austroungarica e costruito in stile pseudo-moresco, dal 1949 divenne sede della Biblioteca Nazionale ed Universitaria della Bosnia-Erzegovina, oggi ricostruita dopo essere stata bombardata e distrutta dalla guerra degli anni ’90. Ma la Sarajevo di oggi è anche fatta di centri commerciali, gated communities, speculazione: una città che rischia, dal punto di vista urbanistico, il saccheggio. Proseguendo verso sud il viaggio termina a Trebinje, dove c’è il Ponte Arslanagic del sedicesimo secolo, uno dei ponti ottomani più belli di tutta la Bosnia-Erzegovina. E’ anche la sede di un Convivium Slow Food che celebra il “fagiolo poljak”, un legume inserito all’interno dell’Arca del gusto di Slow Food.
Tutto cominciò nel secondo secolo a.C. quando la tribù ligure degli Oxybian creò un insediamento sul promontorio di Le Suquet. E, probabilmente, era ancora un piccolo porto di pescatori liguri quando nell’891 fu attaccata dai saraceni, che vi si stabilirono sino al X secolo. A quei tempi l’area era una dipendenza del monastero di Lérins, ubicato su una delle isole davanti a Cannes. I monaci costruirono una castello fortificato, le Château de la Castre, intorno al quale il villaggio si espanse. Ce n’è per scrivere la sceneggiatura di un film e può darsi che prima o poi al Palais des Festivals et de Congres durante una delle prossime edizioni del Festival del Cinema venga proiettata una pellicola che racconta la storia di Cannes. Il cinema è illusione e la città che fu degli Oxybian lo ricorda offrendo ai suoi visitatori un red carpet virtuale che raccorda una manciata di murales a tema cinematografico. Si parte da rue Louis Braille dove Harold Lloyd, uno dei grandi comici del cinema muto, è immortalato nella scena in cui cerca di fermare il tempo aggrappandosi alla lancetta di un enorme orologio. Nel vicino boulevard d’Alsace risplende in tutta la sua bellezza eterna un gigantesco ritratto di Marilyn Monroe. Proseguendo verso il centro storico si trovano un omaggio a Jean Gabin e uno a Gérard Philipe. Per uno spuntino si può puntare su Rue Meynadier, la via dei sapori, residenza degli alimentari più sfiziosi della città. Dalla Pescheria Cannoise, che esiste da oltre 40 anni, alla Boutique Aux Bons Raviolis, dove la specialità sono i ravioli niçois (da provare quelli con le biete e il manzo, agli asparagi o con basilico e pomodori essiccati). E ancora: la macelleria del quartiere, la formaggeria Ceneri e il mitico Ernest, che è qui da tre generazioni e vanta sia una drogheria che una pasticceria, una in fronte all’altra. Riprendendo il viaggio tra les Murs Peints ci si inerpica tra gli antichi vicoli del Suquet, la vecchia Cannes. La passeggiata diventa un viaggio nel tempo. Pochi passi e non c’è più nulla del glamour che imperava sino a quel punto. Le stradine sono strette, ma il sole riesce a fare capolino fra una casa e l’altra, inondando i balconi pieni di fiori. I murales evocano Buster Keaton e JacquesTati, ma l’attenzione è distratta dagli scorci mozzafiato che si intravedono tra un vicolo e l’altro. La Rue du Suquet è ripida e ha due anime completamente diverse. Di giorno è un paese fermo nel tempo, di sera si anima senza ritegno. I tavoli dei ristoranti strabordano dai locali e occupano la strada, le gallerie d’arte e i negozi d’artigianato accendono le loro vetrine sino a notte fonda.
“Dove finisce il Danubio? In questo incessante finire non c’è una fine, c’è solo un verbo all’infinito presente. I rami del fiume se ne vanno ognuno per conto proprio, si emancipano dall’imperiosa unità-identità, muoiono quando gli pare, uno un po’ prima e uno un po’ dopo, come il cuore, le unghie o i capelli che il certificato di morte scioglie dal vincolo di reciproca fedeltà. Il filosofo avrebbe difficoltà, in questo intrico, a puntare il dito per indicare il Danubio, la sua precisa ostensione diverrebbe un incerto gesto circolare, vagamente ecumenico, perchè il Danubio è dappertutto e anche la sua fine è dovunque in ognuno dei 4300 chilometri quadrati del delta”.
E’ uno stralcio da “Danubio”, un libro di Claudio Magris che fotografa poeticamente un universo dove “non c’è confine fra la terra e l’acqua, le strade che nei villaggi conducono da una casa all’altra sono ora viottoli coperti d’erba ora canali sui quali fluttuano giunchi e ninfee; terra e fiume trapassano e sfumano una nell’altro, i ‘plaur’ricoperti di canne fluitano come alberi alla deriva o si attaccano al fondo come isole”.
Il delta del Danubio è un paradiso naturalistico. Un labirinto lacustre trasformatosi in una fiaba con uccelli meravigliosi, una specie di nodo terrestre in cui si incrociano 5 strade di passaggio di volatili. Praterie di ninfee tagliate in due dalle barche, che sostituiscono le macchine dato che da queste parti, spesso, mancano le strade. Viaggiando nel Delta del Danubio, oltre alla fauna e alla flora, ci si rende conto che durante il viaggio cambiano i volti, le lingue e i costumi di chi abita in questa regione. Si incontrano minoranze nazionali disparate, che proprio qui hanno stabilito la loro residenza. Greci, ucraini… e friulani, come la signora Otilia. Abita nel villaggio di Greci, e come gran parte dei suoi concittadini discende da famiglie di friulani emigrati alla fine dell’Ottocento, dalla zona di Poffabro, Maniago e Pordenone, per andare a lavorare come scalpellini nelle cave della regione. La capitale di questo incredibile universo è Sulina, l’ultimo paese bagnato dalle acque del fiume prima che la terra venga sommersa dal Mar Nero. E’ il punto più orientale del paese e dell’intera Unione europea continentale. Ma non sta qui la sua importanza. Quasi sconosciuta oggi, Sulina in passato era un prospero porto, sede della Commissione Europea danubiana. Nata nel 1856, dopo la guerra di Crimea, era un’istituzione che anticipò di oltre un secolo la Commissione Europea di oggi. Ne facevano parte tutte le potenze europee dell’epoca: Regno Unito, Francia, Austria, Prussia, Italia (o meglio, il Regno di Sardegna), Russia e Turchia. La Romania ne era fuori all’inizio, non essendo ancora uno stato indipendente. Tutti avevano interesse a marcare stretto gli altri e ad avere voce in capitolo per garantire che il Danubio avesse una sorta di status internazionale, che ne assicurasse la navigabilità. Sulina divenne porto franco e si sviluppò rapidamente diventando una piccola cittadina cosmopolita, la cui neutralità, anche in caso di guerra, era certa per statuto. Una sorta di Tangeri danubiana. Tutti marcavano la loro presenza con chiese, palazzi e funzionari. E come nella “Zona Internazionale” di Tangeri arrivarono spie, contrabbandieri e pirati… Di quell’universo oggi restano vecchie chiese, qualche casa turca, un faro costruito con le tasse imposte alle navi che entravano nel porto, qualche facciata vagamente liberty…