Finlandia

Tampere

Helsinki una città avveniristica e sinuosa, che talvolta assomiglia alla Gotham City di Batman e in altri momenti, invece, sembra una copia più piccola e riservata di San Pietroburgo. E’ anche l’ultima capitale della gastronomia nordica e uno dei nuovi punti cardinali della geografia mondiale del gusto. Per una conferma che questo successo sia strettamente legato all’altissima qualità delle materie prime, specchio del legame viscerale della cultura finlandese con la natura, basta fare un giro in un grande supermercato. Visitare un mercato o uno dei negozietti dove si vendono marchi della tradizione finnica. Un tour suggerito da “Food Helsinki? Hel Yeah”, una mappa tematica che può essere chiesta all’Ufficio del Turismo. Una seconda mappa (“Design District Helsenki”) è utile per muoversi con agilità in quello che è un autentico paradiso per gli appassionati di shopping e design, un polo creativo che comprende 25 vie che offrono un vasto assortimento di negozi di moda, arredamento, antiquariato, articoli per la casa e pezzi d’avanguardia. E che esista un legame tra design e cucina ce lo conferma Beba Marsano, critica d’arte ed esperta di turismo culturale che su questo tema ha recentemente scritto per il Corriere della Sera.  A Tampere, 180 km a nord di Helsinki, si respira lo stesso mood, ma le architetture sono completamente diverse. La città è cresciuta in mezzo a due laghi e le rapide, alimentate dai 18 metri di dislivello dei due laghi, hanno permesso lo sviluppo di Tampere durante la rivoluzione industriale e caratterizzato la città come primo centro operaio di tutta la nazione. In pratica è stata la Manchester finlandese. Le fabbriche e le ciminiere danno un aspetto particolare alla città. Poche però sono ancora in funzione: quasi tutte sono state convertite in spazi culturali o commerciali. L’alta presenza di operai ha fatto sì che Tampere fosse la capitale dei Rossi durante la guerra civile, scoppiata subito dopo la dichiarazione di indipendenza dalla Russia nel 1917. Il legame con la Russia e le idee socialiste sono sempre stati forti: Lenin a Tampere pianificò la rivoluzione e per i cultori del soggetto una visita al museo a lui dedicato è imperdibile. E lo è anche una visita a la Valle dei Mumin, uno spazio museale dedicato agli ippopotami bianchi partoriti dalla mente della scrittrice ed illustratrice Tove Jansson.

Centinaia di km più a nord c’è la terra del popolo Sami, la Lapponia. A queste latitudini tra dicembre e gennaio il sole praticamente non si alza sopra l’orizzonte. Ma questo non impedisce di immergersi in una natura incontaminata. Sci di fondo su piste che percorrono la foresta. Scorribande nel bosco in motoslitta. Camminata notturne con le ciaspole. E, con un po’ di fortuna, la magia dell’aurora boreale…

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L’Avana: aspettando il cambio

Il FAC, Fabrica de Arte Cubano, è a 10 minuti di taxi dall’Habana Vieja. E’ al confine del Vedado e di Miramar. Due quartieri, principalmente Miramar, dell’Avana bene. Ed è proprio da questi quartieri che arrivano i ragazzini che affollano il FAC. Sono i Miki, look e postura da fighetti. Sono il lato cool della gioventù cubana, a cui si contrappongono i Repo, i ragazzi cresciuti nei ‘reparto’ (da cui il loro nome): gli edifici di edilizia popolare simili ai casermoni sovietici dei Paesi dell’Est. Oltre al look hanno anche gusti musicali diversi: i Miki sono amanti delle musiche internazionali, i Repo vanno pazzi per il reggaeton. L’ingresso al FAC è di due CUC: una cifra irrisoria per un turista, accettabile per un miki, impossibile per un repo. Il sabato sera la coda per entrare supera abbondantemente i 100 mt. Una volta entrati ci si trova in un locale che sarebbe all’avanguardia a Berlino. Mezzo club, mezzo art gallery, dispone di spazi per concerti, per proiezioni, per ballare, mostre d’arte e fotografia, spazi espositivi per giovani stilisti. Più qualche bar dove i cocktail costano un terzo rispetto a La Bodeguita del Medio. Il locale è una idea di X Alfonso, un artista che miscela ritmi tradizionali con spunti elettronici, uno dei padri di una particolare forma pionieristica di hip hop cubano. Il FAC è una perfetta fotografia della Cuba che sta cambiando e che lascia intravedere L’Avana di domani. Quella che in parte si vede all’Avana Vieja, dopo i lavori di ristrutturazione governati da Eusebio Leal Spengler. E’ il padre padrone dell’ Oficina del Historiador de la ciudad, un concetto intraducibile in italiano. E’ l’organo culturale più importante di Cuba. In questi anni ha provveduto a ristrutturare gli incantevoli quanto deteriorati edifici dell’Avana vecchia, e ora si appresta a ripetere la stessa operazione con quelli del Malecon, il lungomare cittadino. Ma è solo una delle molte attività di questo ufficio tanto poliedrico: alcuni dei palazzi ristrutturati sono diventati musei, altri hanno visto la fioritura di variopinti negozi, botteghe, centri di servizio, nei quali si dà lavoro alla gente del quartiere, spesso tra i più poveri della città. E di quartieri poveri all’Avana, una città di due milioni di abitanti, ce ne sono più di uno. Il 10 de Octubre è uno di questi. Vecchie case della borghesia pre-rivoluzionaria oggi in rovina, dove abitano famiglie povere dividendosi le stanze. Un amico cubano mi dice che sarebbe bello creare delle cooperative che possano rilevare immobili come questi. Un’idea che se andasse in porto impedirebbe speculazioni ad opera di qualche americano in arrivo da Miami e consentirebbe a chi ci abita oggi di migliorare lo stato delle loro abitazioni e continuare a vivere in un angolo favoloso dell’Avana. E’ solo uno dei tanti progetti che oggi vengono dibattuti all’Avana. In attesa del cambio….

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Sulle strade di Cuba

Il bus per il mare_e

Quelle che da Santa Clara, nel centro geografico dell’isola, portano a Santiago, la capitale dell’Oriente cubano. Remedios, un borgo polveroso che evoca afrori che rimandano a Gabriel Garcia Marquez. Il fascino delle Cayerìas del Norte, una manciata di isolette, piatte come un’omelette, al largo della costa settentrionale della provincia di Santa Clara. I cayos erano ancora terra selvaggia infestata da zanzare quando nel 1998 è stato costruito il primo hotel. 17 anni dopo ampi scampoli dei cayos sono foderati di lussuosi resort. Per il futuro si parla di raddoppiare la capienza ricettiva: passando dalle odierne 5000 a 10.000 camere d’hotel. Conviene venirci prima che faccia la fine di Varadero. Per ora sono ancora un angolo di paradiso. Tre ore abbondanti di macchina, attraversando paesini vivaci e percorrendo strade sul cui asfalto è steso a seccare il riso, e si arriva a Camaguey. La città va scoperta a bordo dei bici-taxi griffati Ileana Sànchez, un’artista locale innamorata dei gatti. Nel dopocena non eccedete con i cocktail, perché prima di andare a dormire dovete gustare il miglior daiquiri della città. Lo servono al rooftop bar del Grand Hotel, un hotel che sembra essere rimasto nell’anno in cui fu costruito: il 1939. Il tratto da Bayamo a Santriago è tra i più affascinanti della strada che collega l’Occidente cubano con l’Oriente. L’Avana con Santiago. Ci si arrampica su dolci colline arredate da una bulimica flora tropicale. A un certo punto, in mezzo a questo oceano verde, ai lati della strada compiano, sempre più frequenti, delle bancarelle che vendono ghirlande di fiori gialli. Un cartello stradale spiega l’arcano: Basilica de Nuestra Señora del Cobra km 2. La Vergine della Carità del Rame, familiarmente detta Cachita, è l’icona più venerata dai cubani. E’ sincretizzata con la bella orisha Ochun, dea youruba dell’amore e della danza. Ma per conoscere i segreti della Santeria bisogna raggiungere Santiago, la città più africana di Cuba. Come testimonia la sua musica…

Per un viaggio di turismo responsabile per le strade di Cuba contattare Viaggi e Miraggi

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Città di memoria

Comune di Parigi

«Ho sempre pensato che certi luoghi sono calamite, che ti attraggono se passi nei paraggi». Con queste parole in epigrafe del Nobel Patrick Modiano si apre l’introduzione al nuovo libro di Mario Maffi, Città di memoria (il Saggiatore). Come un rabdomante di storie Maffi si aggira per i luoghi in cerca di rimanenze della storia e della memoria, elementi sospesi in una sacca di tempo, in attesa di essere riportati alla luce. E’ lo stesso Mario Maffi, per oltre quarant’anni docente di Letteratura e cultura angloamericana all’Università degli Studi di Milano, a guidarci nel passato e nel presente di sei metropoli: New York, New Orleans, Parigi, Manchester-Salford e Londra. Un viaggio che parte dal Lower East Side, prediletto territorio d’esplorazione newyorkese: Mario ne ripercorre la storia a partire dai grandi tenements stipati di immigrati… A seguire esploriamo New Orleans (già sfiorata da Mario in un altro libro maestoso come Mississippi, che in Francia, gli è valso il Premio Ptolémée de Géographie), scoprendo la Napoleon House e la Faulkner House Books. Segue il vagabondaggio sotto le ceneri della Comune di Parigi… Ci sono poi le città gemelle di Manchester e Salford, per raccontare il massacro di Peterloo che ispirò versi a Shelley e a Byron contro un politicante («Qui giacciono le ossa di Castlereagh / Fermatevi, viaggiatori, e pisciate»). E infine c’è l’East End di Londra, forse la città più amata da Maffi…

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Avvento in Tirolo

Alfons Walde_pittore di Kitzbuel

Un mese prima del 24 dicembre il Tirolo tira fuori dall’armadio antiche tradizioni locali che tornano a rivivere nelle piazze e nelle vie delle città e dei paesi di montagna. Tradizioni che affondano in un universo arcaico, antecedente alla famosa natività di 2014 anni fa. E’ il caso delle notti dell’incenso: poiché si temeva che tra il 25 dicembre e il 6 gennaio gli spiriti maligni potessero visitare le stalle e le case, entrambe venivano ‘purificate’ gettando dell’incenso in una padella piena di brace. O della sarabanda infernale, a Kitzbüel, dei Krampus: ragazzi travestiti da diavoli ai quali per qualche sera è concesso di ‘molestare’ i passanti. La liturgia più gettonata è però quella di fare tappa ai mercatini di Natale per sorseggiare vino caldo speziato, accompagnandolo con i vanillekipferl, cornetti alla vaniglia (ma anche con marzapane, ostie, frutta secca, canditi e glassa di cioccolato). Per sfamare anche la fame di cultura a Kitzbüel si possono ammirare i dipinti di un grande maestro del primo Modernismo austriaco: Alfons Walde (1891-1958). E’ il pittore della neve e degli sport invernali: paesaggi innevati magici sotto un cielo terso, persone impegnate in attivita’ sportive invernali, espressione di spensierata gioia di vivere. Mentre nel castello Bruck a Lienz si possono ammirare i lavori di Albin Egger Lienz (1868-1926), molti dei quali hanno come soggetto i contadini del Tirolo. Andando a sciare  nei numerosi comprensori tirolesi, infine, bisogna mettere in conto che da metà gennaio 2015, per una durata di 22 giorni, a Sölden, nella Valle Ötztal, ed a Obertilliach nell’Osttirol, si rischia di incontrare Daniel Craig, Ralph Fiennes, Christoph Waltz, Monica Bellucci e Léa Seydoux. E’ sulle nevi di questi due borghi tirolesi infatti che Sam Mendes, il regista di “American Beauty” e “James Bond – Skyfall” girerà ‘Spectre’, girerà la prima pellicola che consentirà di vedere James Bond in azione sulle montagne del Tirolo. Chissà se nel determinare questa opzione tirolese abbia giocato il fatto che proprio Ian Fleming, l’autore dei romanzi di James Bond, negli anni ’20 per un periodo di studio sia vissuto proprio a Kitzbühel…

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Viaggi, esplorazioni, scalate

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“Si ammira chi è in grado di ‘sconfiggere l’ignoto’, eppure sentiamo l’intimo bisogno che l’ignoto continui ad esistere. Per poter sognare abbiamo bisogno che rimanga una porzione sconosciuta di natura che ci porti verso le prime albe del mondo. Un luogo della nostalgia. Esiste ancora?”

Cerchiamo di rispondere a questa domanda incontrando lo scrittore Marco Albino Ferrari, autore di  “Le prime albe del mondo” (ed. Laterza). Un libro sui generis, a metà tra il mémoire autobiografico e la narrativa non fiction, con una serie di avvincenti storie legate alla montagna e all’esplorazione dei tempi andati e negli angoli più remoti della Terra. Si parte dal Monte Bianco, con la ricostruzione di una vicenda degli anni Trenta che ha dell’incredibile, nella quale la giovane Loulou Boulaz compì l’inimmaginabile. Poi si passa alla Patagonia, al Monte Kenya, a Capo Horn e ai luoghi più selvaggi e misteriosi della Terra, dove Ferrari è stato nel corso di una vita alla ricerca di storie del passato. Da archivi polverosi alle emeroteche nei sotterranei di Nairobi, dalle testimonianze dirette di viaggiatori del Novecento alle consultazioni di vecchi registi di rifugi alpini: sono queste le fonti da cui sgorgano le storie raccontate nel libro.

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Cascine sociali

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Milano dista una trentina di chilometri. L’uscita dell’Ikea della tangenziale ovest ancora meno. Eppure la campagna che circonda il triangolo Gaggiano, Abbiategrasso e Bereguardo nasconde paradisi campestri inaspettati.

Qui le fabbriche non hanno mai preso piede, è un territorio che continua ad avere una vocazione preminentemente agricola. Vecchie certose e grandi cascinali ospitano realtà che sul rapporto con la terra stanno costruendo economie, ma anche percorsi sociali importanti, quanto poco pubblicizzati. Se cascina Caremma a Besate sta dimostrando che si può tirare il fiato in mezzo alla natura anche a un passo da Milano, la certosa di Vigano (Gaggiano), sede dell’associazione Mambre, dimostra che si può agire sul sociale senza limitarsi a perenni lamentazioni. Esattamente come fa la comunità che vive in cascina Contina di Rosate, dove Cesare e Rosa ci raccontano una storia iniziata più di quarant’anni fa in Ecuador. Tre realtà che ci insegnano che il nostro quotidiano può essere diverso… bisogna volerlo.

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A Istanbul con Radio Popolare

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Un viaggio a Istanbul con 36 ascoltatori di Radio Popolare. Cinque giorni di full immersion in una metropoli frenetica e in continua evoluzione.

Il concerto / cena / dibattito alla ‘Casa Verde’ (Yesil Evi): un centro culturale all’ultimo piano di un palazzo dalle parti di Piazza Taxim. L’occasione per farsi raccontare che fine ha fatto il movimento di Gezi Park e per apprezzare la musica dei Kara Günes. La visita dei quartieri di Fener e Balat, quartieri storicamente meticci, religiosamente e culturalmente, che stanno diventando enclave di fondamentalisti islamici. Il Museo d’arte moderna e quello di Orhan Pamuk (Museo dell’innocenza). Lo splendore della moschea di Rustem Pasha e la ‘rivoluzione contemporanea’ della Moschea Sakirin. I binari morti della stazione ferroviaria di Haydarpaşa, un contraltare neoclassico alle moschee della costa asiatica di Üsküdar. Il mercato organico di Sisli e le infinite bancarelle del Gran Bazar. I cortei dei curdi per i fratelli di Kobane e la visita notturna di Ortaköy, uno degli angoli più romantici di Istanbul. E poi le cene nelle meyhane di Beyoglu. Le bevute di raki e di ayran.  I tram, la nuova metropolitana, le lunghe camminate. La simpatia di Yudum, la nostra guida, e la pazienza di Francesca, l’accompagnatrice di Viaggi e Miraggi. E la scoperta che Istanbul ha una sua piccola Radio Popolare: la trovate sui 94.9 di Açik Radyo…

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Ghost town

Consonno (foto apertura)

E’ una realtà diffusa a macchia di leopardo in tutta Italia, il preambolo di un processo che inesorabilmente porta all’abbandono. Borghi disabitati, villaggi fantasma, rioni crollati. Insediamenti urbani avvinghiati su scoscese pendici alpine e piccoli centri adagiati su falsopiani appenninici. Nella Puglia del boom turistico e nella Basilicata del Petrolio. Ma anche enormi cascine della Padania e ataviche urbanizzazioni su isolotti dell’arcipelago veneziano. Tramite Google Earth sono stati mappati circa 1.500 borghi abbandonati: luoghi in grado di mandare in crisi anche il più efficiente dei navigatori satellitari. In alcuni casi, come a Calsazio, ai piedi del Gran Paradiso, viene messo all’asta su eBay l’intero paese (o quel che ne resta).  Altrove si cerca di sfruttare i ruderi a scopo turistico, come a Craco in Lucania: un borgo abbandonato diventato famoso per essere stato utilizzato come location per più di una pellicola cinematografica. Non ci hanno girato nessun film, eppure sembra estratto dalle scenografie di un lavoro di Tim Burton, anche Consonno (Lecco), il mirabolante progetto di un costruttore visionario (e, per alcuni, senza scrupoli): Mario Bagno. Nei primi anni Sessanta si mise in testa di creare una Las Vegas brianzola. Un incrocio tra Disneyland e il paese dei balocchi: con tanto di parco dei divertimenti, il salone delle feste, negozi… Un posto dove l’edificio principale ha un’architettura bizzarra e arabeggiante ed è sormontato da un minareto. Oggi, dopo tre giorni di orgia chimica durante un rave party che nel 2007 ha completato la devastazione operata dal tempo, è l’ennesima ghost town del Bel Paese. E anche qui la natura, in precedenza cacciata dall’antropizzazione, è ritornata con prepotenza cercando di reinstallarsi tra le macerie e le opere d’ingegno abbandonate dagli umani…

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Dresda: ritorno al futuro

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A Dresda, uno scampolo di ex DDR confinante con la Polonia e la Repubblica Ceca, è stata scritta una delle pagine più drammatiche della seconda guerra mondiale. Nel febbraio del 1945, quando le sorti della guerra erano ormai segnate, 2350 bombardieri inglesi e americani inondarono con tonnellate di bombe al fosforo una città che non aveva nessun obiettivo militare. Sulla lapide di un monumento campeggiano due domande: “Quanti morirono? Chi conosce il numero?”. Alcuni storici calcolano 135000 decessi, ma altre ricostruzioni arrivano a 200000 morti. Più delle vittime di Hiroshima e Nagasaki messi assieme. Con gli uomini venne distrutta anche la ‘Firenze dell’Elba’, la città nata all’inizio del ‘700 quando Augusto il Forte, con un immane sforzo urbanistico, aveva trasformato il borgo gotico dei Principi elettori in una Versailles germanica. Certo, tra le vittime di una guerra l’arte e la cultura sono le più difficili da quantificare, ma non sono le meno gravi. Subentrato al Terzo Reich, il regime comunista della DDR ne era tanto consapevole che lasciò le macerie così com’erano a perpetua memoria della “barbarie occidentale”. E così nel secondo dopoguerra, Dresda si è andata sviluppando attorno a quel centro vuoto, come una barriera corallina attorno a un vulcano spento. Fino al 1989 quando, con la riunificazione tedesca, il destino della città è diventato il suo ‘ritorno al futuro’.  Oggi è tornata ad essere una capitale europea della cultura, ricca di monumenti (miracolosamente rimessi in piedi) e di appuntamenti. Appoggiata su entrambe le sponde dell’Elba, che la taglia in due, basta percorrere per un’oretta il suo fiume per scoprire le Rocky Mountain europee: il Parco Nazionale della Svizzera Sassone, una piccola enclave fatta di bizzarre formazioni rocciose e di imponenti tavolare. Un vero paradiso per chi ama la natura selvaggia e per chi ama arrampicarsi. Non a caso è qui che sono state stilate le regole da cui è nato il free climbing…

www.sassoniaturismo.it

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A Zanzibar “sognando” il sultano

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A Zanzibar anche oggi si respira l’aroma ipnotico del chiodo di garofano, che riempie l’aria e sa d’Africa e d’Oriente. Ma l’arcipelago zanzibarino non è né l’uno, né l’altra. E’ uno strano pesce.

E’ geograficamente africano, ma ‘nuota’ nel naturale punto di approdo delle grandi rotte provenienti dall’India e dalla penisola arabica. Etnicamente è misto: un incrocio di tra neri, arabi e indiani. Culturalmente e religiosamente è islamico: più del 90% della popolazione  è musulmano osservante. Amministrativamente, invece,  è una sorta di ibrido: sotto il profilo formale Zanzibar fa parte della confederazionetanzaniana, di cui ostenta la bandiera. Oggi però molti zanzibarini sognano il passato per addolcire un presente che non piace. Costoro da tempo pensano che è meglio stare da soli, staccarsi da Daar es Salaam e tornare a prima della rivoluzione del 1964: Zanzibar di qua e il Tanganica di là e amici come prima. O quasi. Nell’attesa le sue spiagge si riempiono di turisti e i vicoli della sua capitale, Stone Town, sono sempre più brulicanti di traffici. La ‘città di pietra’,  è una vera e propria trappola del tempo. La sua pianta topografica è un reticolo impazzito tracciato da secoli di architetture senza regole: forti e torrioni dalle mura merlate, i palazzi dei satrapi omaniti, hammam persiani rivestiti di fine marmo bianco, chiese d’un gotico eclettico, le volute del barocco indiano, ordini di colonne doriche a sorreggere edifici coloniali inglesi… Come sempre il nostro consiglio è di praticare il cosiddetto ‘turismo responsabile’. A Zanzibar lo si può fare grazie al progetto Why, un’associazione Onlus di volontariato internazionale che ha la sua base a Jambiani, sulla costa orientale dell’isola: un villaggio che si estende per oltre un chilometro su un incantevole tratto di costa. Un libro da leggere mentre si prende il sole è ‘Memorie di una principessa araba di Zanzibar’ (2004, The Gallery Publications), il diario della principessa Salomè, l’ultima discendente dei sultani omaniti, nata da una relazione del sultano Seyyid Said Busaid con una sua concubina circassa.

Ulteriori link, indirizzi ed info nella sezione Moleskine.

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Foreste Casentinesi

Sasso-Fratino (apertura)

L’Alta via dei Parchiè una cavalcata lungo il crinale appenninico di circa 500 chilometri, da coprire in 27 tappe, attraverso due parchi nazionali, cinque parchi regionali e uno interregionale. Uno dei segmenti più intriganti è il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna. Qui, come in molte altre aree appenniniche,un territorio colonizzato per secoli dall’uomo negli anni Sessanta, con le sirene del benessere, ha subito un processo di spopolamento. Oggi la natura si è presa una rivincita ed è ritornata padrona… Gli insediamenti antropici avevano la caratteristica del borgo sparso. L’epicentro era costituito dalla chiesa, che spesso oltre alla canonica prevedeva anche i locali destinati alla scuola. Le case erano isolate, talvolta piazzate su versanti opposti della montagna. “Io ero fortunata” ricorda la signora Lorenza, mitica ristoratrice dell’agriturismo il Poderone (Campigna) “perché per andare a scuola avevo solo mezz’ora di cammino, mentre alcuni compagni di classe abitavano a più di un paio d’ore dalla scuola. E il percorso era così tortuoso che in caso di nevicata abbondante non provavano nemmeno ad uscire di casa”. Le abitazioni ospitavano delle famiglie allargate ed erano concepite per essere autosufficienti. La vita era dura, talvolta spesa in condizioni estreme. I pochi appezzamenti coltivabili dovevano essere strappati a una montagna sassosa e brulla. Dura. L’autosufficienza era la parola d’ordine. Pur vivendo in casolari isolati c’era una forte rete di solidarietà.  I momenti di socialità erano scarni, sostanzialmente legati al tempo passato al mulino per ricavare le farine dai prodotti della terra e a quello dedicato alle funzioni religiose. Un’esistenza che a Vallucciole, un borgo sul versante aretino del parco delle Foreste Casentinesi, è stata interrotta violentemente il 13 aprile 1944 quando i suoi abitanti vennero uccisi in massa da una rappresaglia nazi-fascista…

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Sentieri di pace in Trentino

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Con la Prima Guerra Mondiale il Trentino ha vissuto uno dei momenti cruciali della propria storia: nell’agosto 1914 gli uomini, all’epoca cittadini austro-ungarici, furono mandati a combattere sul fronte russo, ma dal maggio 1915, con l’entrata in guerra dell’Italia, il conflitto investì direttamente i suoi paesi e le sue città. Dal 1915 al 1918 questa terra di confine fu un campo di battaglia, un lungo fronte che ha attraversato valli, montagne e cime alpine, dove gli uomini sono stati impegnati in una continua sfida con gli elementi naturali, prima ancora che contro il nemico. Per rendere possibile questi aspri confronti, sulle montagne del Trentino sono stati tracciati centinaia di chilometri di strade, che hanno “colonizzato” i paesaggi in quota: nei decenni successivi quelle stesse strade avrebbero aperto la via ad un’intensa frequentazione delle montagne alla popolazione civile e al turismo. Il fronte del Trentino non fu decisivo per le sorti del conflitto mondiale, ma nelle sue trincee, in scenari impervi, hanno combattuto soldati di molte nazioni europee. Oggi l’intero Trentino, con i suoi musei e i suoi monumenti, costellato di forti, trincee, camminamenti, gallerie e altre opere ingegneristiche, spesso ardite che raccontano con immediatezza le vicende di un secolo fa, può essere considerato un Parco della Memoria. Luogo e monumento simbolo di questo percorso non può che essere la Campana di Rovereto, realizzata nel 1925 fondendo il bronzo dei cannoni delle nazioni partecipanti al Primo conflitto mondiale. Seguendo i 530 km del Sentiero della Pace, che si dipana dal Passo del Tonale fino alla Marmolada, si possono incontrare i luoghi nei quali i due eserciti si sono fronteggiati. Da Rovereto si possono raggiungere facilmente le trincee del Nagià Grom e il Forte Pozzacchio in Vallarsa, di cui parliamo in questa puntata. Escursioni che, per arrivarci preparati, è opportuno far precedere da una visita al Museo storico italiano della Guerra, domiciliato nel quattrocentesco castello di Rovereto.

trentinograndeguerra.it

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Montreux

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Eravamo andati tutti a Montreux
Sulla spiaggia del lago di Ginevra
Per fare dischi con un furgoncino
Non avevamo molto tempo
Frank Zappa e i Mothers
Erano in una posizione migliore
Ma qualche stupido con una pistola a razzi
Incendiò l’edificio radendolo al suolo
Fumo sull’acqua, fuoco nel cielo

Hanno bruciato quella casa da gioco
È perita con un suono orribile
Claude, adirato, correva dentro e fuori
Tirando fuori dall’edificio i bambini
Quando fu tutto finito
Noi dovemmo trovarci un altro posto
Ma il tempo svizzero stava volando via
Sembrava che dovessimo perdere la gara
Fumo sull’acqua, fuoco nel cielo

E’ il testo di una delle canzoni che hanno fatto la storia del rock: Smoke on the Water dei Deep Purple. Racconta un episodio realmente accaduto a Montreux, nella Svizzera francese, nel 1971, quando verso la fine di un concerto di Frank Zappa e delle Mothers Of Invention uno spettatore sparò un razzo segnaletico che incendiò il Casinò. “Smoke on the Water” (letteralmente fumo sull’acqua, titolo accreditato al bassista Roger Glover) evoca il fumo del casinò in fiamme che si spandeva sopra il lago di Ginevra. E’ solo uno degli episodi che lega la storia del rock a Montreux, la città dove passò gli ultimi anni della sua vita Freddie Mercury (lo studio di registrazione dei Queen era in città) e dove Michael Jackson, approfittando della celeberrima La Clinic, una delle più prestigiose cliniche di chirurgia estetica e medicina contro la vecchiaia, cercò di comprarsi una nuova faccia. In Smoke on the Water, a un certo punto, viene nominato “funky Claude”. E’ il nickname di Claude Nobs, lo storico inventore del Montreux Jazz Festival, che con la sua sua ‘invenzione’ ha rivoluzionato la nomea di Montreux, che prima del festival era nota solo come meta turistica di anziani economicamente agiati. Scomparso nel 2013, Nobs può essere salutato con un brindisi di un vino del Lavaux, la regione viti-vinicola che da Montreux si estende sino a Losanna. Qui ogni centimetro quadrato di terra è stato sfruttato e pendenze ripidissime sono state terrazzate con l’ausilio di chilometrici muri in pietra. Lungo i sentieri, numerosi cartelli didattici, oltre a ricordare che sono ben sette i vigneti del Lavaux che possono vantare la denominazione di origine controllata e cru (Lutry, Villette, Epesses & Calamin, Dézaley, St. Saphorin, Chardonne, Vevey-Montreux), spiegano i misteri della vigna e del vino…

A cura di Matteo Villaci

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La Lucania lunare dei calanchi

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Un viaggio nel cuore più nascosto e solitario della Basilicata. E’ la Lucania, il luogo magico e pieno di spiritualità descritto da Carlo Levi in “Cristo si è fermato a Eboli”. Borghi come Aliano, la cittadina dove Levi trascorse il suo periodo di confino. Ferrandina, una città fondata nel 1400 da Federico e Isabella d’Aragona. Craco, un suggestivo borgo fantasma che sorge fra paesaggi da film western, e che, per la sua bellezza, è stato inserito nella lista del World Monuments Fund. E Pisticci, il borgo famoso per le casette bianche allineate sul Rione Dirupo, sorto sulla frana che nel 1688 devastò il borgo. E’ il paese della brigantessa Maria la Pastora, mitica compagna del leggendario bandito Ninco Nanco (Ninghe Nanghe in dialetto), devoto luogotenente di Carmine Crocco, il “Napoleone dei Briganti”, uno dei più temuti e ricercati fuorilegge del periodo post-unitario. Pisticci galleggia sui calanchi: concrezioni dalle forme incredibili create da ignote coordinate fisico-chimiche. Profondi canyon, aride dune bianche che si sbriciolano per colpa degli agenti atmosferici, pinnacoli naturali ed enormi sculture d’argilla impastata dal sole che si sgretolano sotto il peso del tempo. Il calanco, per la cultura contadina, era un luogo sacro e demoniaco. Demoniaco perché non avendo humus non è terra fertile. Sacro perché nei calanchi venivano seppelliti i defunti. Si scava con facilità nei calanchi, entità che non sono mai state soggette a vincoli di proprietà perché, in quanto composti da terra non fertile, non sono mai stati allettanti per i contadini. Su questa terra, non riuscendo a crescere in altezza, alcune piante si stirano, si allungano, creando così disegni che si intersecano con le crepe dell’argilla. Ma dove, improvvisamente, si stagliano baldanzose alcune orchidee selvatiche.

Ascolta il podcast:

Foto di Bruno Zanzottera/Parallelozero ©

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