Il Cervino: più che una montagna

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Il Cervino è “un frammento di mondo, astratto dal suo contesto geografico e sociale, che grazie all’intrinseca bellezza (ma si potrebbe parlare a buon diritto di ‘magia’) diventa oggetto del desiderio per milioni di persone, disposte a comprare un biglietto aereo per vederlo”. Così scrive Paolo Paci, autore de “Nel vento e nel ghiaccio ­ Cervino, un viaggio nel mito” (Sperling & Kupfer). Paolo sul Cervino ci è salito assieme alla valanga di turisti che ogni anno lo assaltano: “A consumare il ‘cornetto’ non sono solo alpinisti o calpestatori di Quattromila, specie comuni neirifugi del Vallese e della Valle d’Aosta. Sono individui tra i più improbabili: programmatori del New Jersey e commercialisti di Savona, ingegneri di Hanoi e falegnami carinziani…ognuno conuna sua motivazione e una sua idea, magari folle, della montagna”. Tutto questo perchè il Cervino è un luogo­feticcio, come la Tour Eiffel o le Piramidi. E poiché come loro ha una forma piramidale ci siamo fatti spiegare da Grazia Varisco, artista ed in passato titolare della cattedra di Teoria della percezione all’Accademia di Brera, perchè questa forma geometrica attrae e cattura l’attenzione di milioni di persone. Tra cui anche quella di Edward Whymper, disegnatore ed incisore inglese, che nel 1865, poco più che ventenne, arrivò sulla cima del Cervino battendo sul filo di lana la guida italiana Antoine Carrel, contadino e cacciatore, un valligiano con la visione ‘sportiva’ dell’alpinismo. Chissà se, centocinquanta anni dopo, Whymper e Carrel si sarebbero trovati meglio a Zermat o a Cervinia, le due località tanto diverse l’una dall’altra (la prima svizzera, l’altra italiana) ai piedi del Cervino?

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L’isola di Montecristo: l’arca di Noè del Mediterraneo

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Montecristo è l’isola più selvaggia e inaccessibile del Mediterraneo. Nessuno può approdare liberamente, nessuno può bagnarsi nelle acque che circondano quest’oasi di natura sottratta all’uomo. L’isola è accessibile solo dietro un permesso che consente di partecipare a un’ambitissima gita guidata. Ma i permessi sono pochi, le gite si tengono tra maggio e settembre ogni quindici giorni (con una pausa tra luglio e agosto per il caldo eccessivo) e le richieste abbondano. Chi decide di prenotarsi deve mettersi il cuore in pace e attendere la lettera di partecipazione per circa quattro anni. Quando la chiamata arriva e le porte si spalancano, potrà vivere una giornata speciale aggregandosi a una delle piccole comitive che con un traghetto vengono condotte all’approdo, e da lì, scortate lungo uno dei due sentieri diretti ai belvedere, trattenersi 4 ore. Lo scorso gennaio, per la prima volta dall’istituzione della Riserva di Montecristo (1971), è stato concesso a un ‘osservatore’ di vivere e muoversi liberamente sull’isola per un periodo prolungato di circa due settimane. Questo ‘osservatore’, lo scrittore Marco Albino Ferrari, dopo avere dato alle stampe “Montecristo – Dentro i segreti della natura selvaggia” (2015, Laterza), ci racconta la sua esperienza. L’incontro con Giorgio e Luciana, le uniche due persone che sull’isola vivono tutto l’anno: un esempio felice di eremitaggio contemporaneo. L’abitato di Cala Maestra, un’isola nell’isola. Il conte di Montecristo (non quello ‘letterario’ di Alexandre Dumas, ma quello che pochi conoscono: George Watson Taylor). E infine, raccontandoci della strage dei ratti neri, Marco ci racconta della battaglia tra conservazionisti ambientali e animalisti. E indirettamente ci fa riflettere di come noi uomini ci autodefiniamo nel nostro rapporto con la natura.

P.S. Trovandoci nell’arcipelago toscano, grazie al dottor Carmelo Cantone, provveditore delle carceri toscane, abbiamo fatto un salto anche sull’isola-carcere della Gorgona: un modello penitenziario che merita di essere conosciuto

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Iran, la nuova era

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Iran: un paese su cui tutti hanno sentito dire qualcosa, ma che spesso non conoscono per nulla. Un paese che ha una delle percentuali di giovani più alta del mondo, una scolarizzazione e un sistema sanitario fra i più efficienti di tutto il Medio-Oriente e una storia e una cultura millenarie, spesso contigue a quella del nostro paese per secoli.

L’Iran e la moralizzazione islamica: tutto vero, la popolazione è ancora in affanno, nella ricerca di un difficile equilibrio fra il rispetto delle severe leggi di comportamento e lo slancio di modernità che si respira in tutto il paese. Eppure, appena si entra in contatto con questa popolazione cordiale, entusiasta e intelligente, la sensazione è che molto sia cambiato e che soprattutto molto stia per cambiare.

Tutti sono consapevoli che l’apertura agli Stati Uniti porterà un cambiamento importante nelle relazioni con l’Occidente. Il turismo, per cui questo paese sembra fatto apposta, con il suo invidiabile mix di archeologia, paesaggi fiabeschi, ricchezze naturali e addirittura coste di mare, potrebbe decollare in pochi anni.

Si respira una frenesia di attività, una tensione verso l’esterno, espressa attraverso tutti i mezzi tecnologici più avanzati, la musica, la cultura. Spesso sono le donne a guidare questa specie di rivoluzione morbida, curiose di tutto ciò che è diverso, ingegnose nell’interpretare le norme di vestiario nel modo più contemporaneo possibile, ansiose di affermazione professionale e intraprendenti negli affari.

Fra gli incredibili bassorilievi di Persepoli, le primordiali montagne del sud, il deserto incontaminato e antico, i locali pieni di misteriose memorie della piazza di Isfahan, i bazaar dove e bello perdersi e ritrovarsi fra zafferani sopraffini e alta pasticceria, o perfino nel traffico impossibile di una megalopoli temeraria come Teheran, la sensazione è che il futuro sia qui e adesso!

Per info: cice.biz  •  aitotours.com  •  mahan.aero.en

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Trasmissione a cura di Ira Rubini

Bristol, la città di Banksy

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Bristol è una cittadina distesa sulla costa nord-orientale del Somerset, che vanta diverse originalità tra cui autobus che funzionano con le deiezioni umane e una pianificazione urbanistica rispettosa di ambiente e natura. E’ anche la città dove da 3 anni circola il Bristol Pounds, la prima moneta complementare inglese con cui si  possono fare acquisti nei negozi, ma anche pagare le tasse. Ed è la città che ha dato i natali a Banksy. Se, come era accaduto decenni prima con la musica rock, un fenomeno sovversivo come la street art è oggi anche una realtà di massa con ingenti risvolti commerciali, molto lo si deve proprio a Bansky. Fu lui uno dei principali protagonisti dell’evento che portò lo sguardo dei critici e degli addetti ai lavori sulle opere di artisti che come tele avevano adottato i muri urbani. Era il luglio del 1985 quando la Galleria Arnolfini inaugurò l’esposizione Graffiti art in Britain, documentando le forme d’arte giovanile  presenti sul territorio e dando voce, e spazio, a tutti quei giovani artisti che fino a quel momento avevano potuto esprimersi solo in strada. A tutt’oggi la Galleria Arnolfini continua ad essere un polo di riferimento per l’arte contemporanea inglese. Accanto a giovani artisti che affrescano muri a loro destinati, ragazzini e giovanotti ormai cinquantenni rovistano ogni vicolo del quartiere di Stoke Croft fotografando muri impreziositi da firme che ormai espongono anche nei musei di Los Angeles e Tokyo. Tappa imperdibile la parete del palazzo che ospitava il negozio Subway Records, dove campeggia “Mild Mild West”, una delle prime opere di Bansky. La realizzazione richiese tre giorni di lavoro: nel primo l’artista dipinse completamente il muro di nero utilizzando la vernice per le automobili, nel secondo disegnò l’orso Teddy con la molotov in mano e i poliziotti, mentre il terzo lo dedicò alle parti scritte. Molto apprezzato anche il murale risalente allo scorso ottobre, quando su una parete è apparsa una rivisitazione de “La ragazza con l’orecchino di perla”,  dipinta da Jan Vermeer nel 1665. L’ultima invenzione di Banksy è Dismaland, il bemusement park, aperto a Weston Super Mare, una sconosciuta cittadina inglese sul Canale di Bristol. E’ un parco dei divertimenti al contrario, una tetra allegoria dei parchi divertimenti Disneyland, una denuncia sociale. Aperto al pubblico dal 22 agosto al 27 settembre ha ospitato 150mila visitatori venuti da tutto il mondo. Al momento della chiusura sul sito web di Dismaland, Banksy ha pubblicato un’immagine del campo dei migranti di Calais, sull’altro lato della Manica, e ha sovrapposto il castello di Cerentola del suo parco, che ha rappresentato come fosse stato devastato da un incendio. Un messaggio per annunciare che Dismaland, o alcuni suoi segmenti, verrà rimontato nella zona della cittadina portuale francese dove circa 5mila siriani, libici ed eritrei si trovano accampati?

visitbritain.com  •  visitbristol.co.uk  •  banksy.co.uk  •  dismaland.co.uk

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Il sertão dei cangaceiros e di padre Cicero

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Il sertão è una regione semi-arida del Brasile che include molti stati del nord est: da quello di Bahia al Pernambuco, dal Cearà al Piauì. E’ costituito prevalentemente da bassopiani, piazzati ad una altitudine compresa tra 200 e 500 metri sul livello del mare. Qui regna la caatinga, un bioma unico del Nordeste brasiliano che deve il nome alla colorazione chiara delle piante che la compongono: caa (foresta)+ tinga (bianca). Dalla metà seconda metà del XIX secolo è stata terra di banditi, come Virgulino Ferreira da Silva, conosciuto da tutti come Lampião. Della sua donna Maria Gomes de Oliveira, detta Maria Bonita (Maria la bella). E di strani ‘santi’ come Padre Cicero, il Padre Pio del sertão. Erano gli anni dell’epopea dei «cangaceiros», i briganti brasiliani che divennero leggendari e spietati idoli popolari. Allo loro esperienza è legato il termine cangaço, che identifica un movimento sociale, le cui motivazioni e cause sono da ricercarsi nelle particolari condizioni socio-politico-economiche in cui si trovava il nordest del Brasile in quegli anni. Ebbe personaggi che assunsero un rilievo persino leggendario e che si guadagnarono un certo appoggio da parte della popolazione, che vedeva nei cangaceiros l’unica possibilità di proteggersi dallo strapotere dei grandi latifondisti, i cosiddetti Coroneis (Colonnelli). Il brigantaggio praticamente finì con la morte dei due capi storici, Lampiao e Corisco. Entrambi dopo la decapitazione furono portati in giro per le città di Bahia, del Pernambuco, di Alagoas e del Sergipe e solo nel 1969 i resti dei due banditi furono pietosamente sepolti. Oggi nel sertao, oltre a decine di leggende, sopravvive la ‘moda’ lanciata da Lampião e soci: abbigliamento di cuoio, cartucciere a tracolla, gilet ricamato, gambali e cappello a feluca, abbellito da stelle e croci.

(Un grazie particolare a Josè Louiz del Roio per la collaborazione)

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Alpe Adria Trail: la versione laica del cammino di Santiago

Val Rosandra

Lo scrittore e giornalista Marco Albino Ferrari ci racconta i 700 km dell’Alpe Adria Trail. Un cammino che collega tre regioni (Carinzia, Slovenia e Friuli-Venezia Giulia) in un susseguirsi di 43 tappe complessive. Questo cammino a lunga percorrenza conduce dai piedi della montagna più alta d’Austria, il Großglockner, attraverso i tratti più belli del paesaggio montano e lacustre della Carinzia, sino nei pressi del punto d’incrocio dei tre confini austriaco, sloveno e italiano per poi terminare sulle rive del Mar Adriatico, a Muggia. E’ un itinerario concepito preminentemente all’insegna del piacere di camminare. Il suo decorso si svolge in gran parte in bassa montagna e i dislivelli, per quanto possibile, sono minimi. Ciascuna tappa ha una lunghezza di circa 20 km, si completa pressappoco in 6 ore e presenta una segnaletica omogenea. Il percorso da seguire è ben definito e si può compiere in entrambe le direzioni. Lungo la via si trova almeno un punto di ristoro rinomato per la sua cucina e le località di arrivo sono sempre luoghi con possibilità di pernottamento. Il percorso, che si svolge su sentieri già preesistenti (l’Alpe-Adria-Trail si è ‘limitato’ a raccordarli), è promosso con lo slogan «Passeggiando per il giardino dell’Eden» e metaforicamente sottolinea la grande diversità paesaggistica presente sul versante meridionale delle Alpi e nella porzione di Alpe Adria interessata. Spostandosi dai ghiacciai degli Alti Tauri, costeggiando le sponde di laghi, ruscelli e fiumi, fino a giungere alla costa del Mar Adriatico si scopre la varietà culturale di tre paesi accomunati da una lunga storia.

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Gerusalemme: l’anima del mondo

Festival delle luci_Gerusalemme

C’è chi ci viene in pellegrinaggio, chi per semplice curiosità. Una volta qui però è impossibile non rimanere stregati dal suo fascino fatto di un mix di sacro e profano, genti e culture, modernità e archeologia. Le infinite magie di Gerusalemme concedono anche l’inimmaginabile: divorare una shakshuka(*) da Basti, ristorante che ha il pregio di stare in mezzo alla Città Vecchia, ma soprattutto di piazzare tavoli all’aperto proprio davanti alla terza stazione della Via Crucis, quella dove Gesù cadde per la prima volta. Gerusalemme è una città meticcia. Ma ogni comunità è chiusa nel suo quartiere: quasi scontato per chi vive in un territorio conteso. Il modo migliore per visitarla è seguire i suoi gatti, che si muovono da una zona all’altra della città vecchia. Possono passare allegramente da un quartiere all’altro, sfidando le telecamere di sorveglianza e le pattuglie israeliane: se ne infischiano delle restrizioni. Noi cerchiamo di attraversarla con Silvano Mezzenzana, che a Gerusalemme c’è stato un centinaio di volte accompagnando migliaia di pellegrini. Maurizio Principato ci racconta e ci fa ascoltare le sue musiche, a partire da quelle che hanno fatto da colonna sonora alla recente Jerusalem Season of Culture, tra cui il Jerusalem Sacred Music Festival. Stefano Cusin, allenatore di calcio ed ex calciatore italiano, oggi mister dell’Ahli al Khalil (il team che ha vinto lo scudetto della West Bank e, giocando allo stadio di Gerusalemme, ha appena vinto la supercoppa palestinese), ci racconta perchè per un palestinese è difficile anche giocare a pallone

(*) shakshuka: tipica colazione gerosolimitana: uova preparate in padella con pomodoro, cipolla e, volendo, anche peperoni. Si fa affogare nel sugo un bel po’ di pane e si è ricchi di energia per il resto della giornata.

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La foresta degli alberi violino

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Il legno degli abeti rossi della Val di Fiemme,  il cuore incantato dei Monti Pallidi, custodisce l’antico segreto della fabbricazione di violini perfetti: maestri liutai, tra cui i celeberrimi Stradivari, si recavano fin qui da Cremona per acquistare i legni più pregiati e poi trasformarli in strumenti musicali di rara perfezione. Il legno dei pianoforti cede dopo mezzo secolo. Invece quello dei liuti – viole, violini e violoncelli – ha il diavolo in corpo. Invecchiando migliora. Si racconta che fosse Stradivari in persona ad aggirarsi nella foresta di Paneveggio alla ricerca degli alberi più idonei alla costruzione dei suoi violini, in particolare gli abeti di risonanza, quelli rossi plurisecolari. Il legno dell’abete rosso è, infatti, particolarmente elastico, trasmette meglio il suono e i suoi canali linfatici sono come minuscole canne d’organo che creano risonanza. Da sempre gli alberi si ascoltano da morti. I liutai scelgono i legni giusti già affettati sulle mensole della stagionatura. Li battono, li soppesano, ne misurano la risonanza con strumenti speciali. Nessuno aveva mai provato a far suonare alberi vivi. Ci ha provato il violoncellista Mario Brunello, uno che da piccolo voleva fare il guardiaboschi, che oggi ci racconta questa esperienza. Va anche ricordato che un trekking nel bosco, con un po’ di fortuna, consente di incontrare animali affascinanti come l’urogallo e il cervo. Un grande recinto permette di osservare da vicino un gruppo di questi grandi ungulati. Dal centro visitatori parte un percorso naturalistico con punti di osservazione guidati e illustrati.

La foresta dei violini può essere raggiunta dal Centro Visitatori di Paneveggio (tel. 0462 576283), situato poco lontano dal Lago di Forte Buso, lungo la statale N.50 che da Predazzo sale al Passo Rolle.

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Storie veneziane

Corto Maltese a Venezia

“Ci sono a Venezia tre luoghi magici e nascosti: uno in Calle dell’Amor degli amici, un secondo vicino al Ponte delle Meravegie, il terzo in calle dei Marrani, nei pressi di San Geremia in Ghetto Vecchio. Quando i veneziani sono stanchi delle autorità costituite, vanno in questi tre luoghi segreti e, aprendo le Porte che stanno nel fondo di quelle Corti, se ne vanno per sempre in posti bellissimi e in altre storie”

Così termina Favola di Venezia la 25esima delle avventure scritte da Hugo Pratt. Al di là dei luoghi comuni, Venezia città cara, triste, invivibile, Venezia e l’acqua alta… L’amore per questa città non può che essere passionale, una favola. Negli ultimi 25 anni è cambiata parecchio. Esistevano zone malfamate, periferiche, mal frequentate. Oggi sono diventate chic: Santa Marta, San Giacomo, Baia, Castello. C’erano i briganti della città: il Marziano, il Guappo, Cocis. C’erano più veneziani e meno soldi portati dal turismo. Qualcuno rimpiange i tempi andati. Ma il fascino di Venezia resta. Ne parliamo con Gualtiero Bertelli, cantastorie veneziano doc (tra gli anni ’60 e ’70 una delle più apprezzate voci del Nuovo Canzoniere Italiano), sfogliando le pagine del suo libro “Venezia e una fisarmonica” (Nuova dimensione). L’aristocrazia operaia che lavorava all’Arsenale. Le rovine neogotiche del Mulino Stucky (era uno dei più grandi d’Europa, impiegava circa 350 operai e, malgrado un’occupazione di 50 giorni e un’imponente manifestazione con barconi  sul Canal Grande, nel 1954 venne definitivamente chiuso). Le case popolari di Campo di Marte. Il discusso ponte di Calatrava.  Gli angoli verdi della città il vino prodotto con l’uva dorona a  Mazzorbo, un fazzoletto di terra sulla laguna di Venezia, collegata a Burano da un unico piccolo ponte. Bruno Zanzottera, fotografo dell’agenzia Parallelozero, ci parla del viaggio delle murrine, le perle di vetro prodotte a Burano…

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Mummie, mercati e due persone che Palermo non dimentica

Murales Falcone e Borsellino

Ballarò è un posto unico, fermo nella sua realtà di sempre, genuino nel bene e nel male, libero eppure chiuso in se stesso, un cuore che pulsa a un ritmo diverso, mentre tutto, lì attorno, scorre veloce e passa. La storia di questo quartiere non si trova tanto nei suoi monumenti, quanto nei suoi vicoli stretti e nei suoi angoli oscuri, sta scritta nelle pietre e negli anfratti, tra le palazzine più nascoste e tra le bancarelle del suo mercato. Un mercato vivo, vociante, colorato e meticcio. Al contrario di quello della Vucciria, che Renato Guttuso dipinse in una celebre tela. Le sue bancarelle di frutta e verdura hanno normali prezzi da supermercato. Ai ganci delle macellerie i quarti di bue hanno smesso di gocciolare per avvenuto dissanguamento: quelli di ieri erano gli stessi del giorno prima e vanno bene per lo scatto di qualche turista ma non per l’arrosto dei consumatori. La ‘riconversione’ commerciale ha portato birra a fiumi e fatto emigrare tonni e acciughe. Ha spostato in avanti le lancette dell’orologio. Un tempo alla Vucciria la vita cominciava all’alba e alle otto di sera c’era il coprifuoco. Oggi è il regno di una movida notturna a base di birra economica, bancarelle che vendono pani ca ‘meusa (pane imbottito con la milza di vitello) e locali, tra cui la leggendaria Taverna Azzurra, dove per un Euro si può bere un bicchiere di Sangue di Sicilia. Altra tappa imperdibile sono le Catacombe dei Cappuccini (catacombepalermo.it), dove migliaia di mummie hanno incantato o disgustato viaggiatori illustri, da Dumas a Maupassant. Queste catacombe violano almeno tre principi della tradizione occidentale: «Secondo le consuetudini, il cadavere dev’essere sepolto da solo; orizzontale e nascosto alla vista». Qui invece «viene esibito», «lo si colloca in posizione eretta, vigile, attenta» e lo si mantiene in gruppo. Lo ricorda Ivan Cenzi in La veglia eterna (Logos edizioni). E’ un ottimo libro per riavvicinarsi alla necropoli senza tenebrismi danbrowneschi o sbarazzine tentazioni pop. Un libro che spiega che trattasi di mummie perché i corpi venivano lavorati. Il rodato metodo dei Cappuccini era «bio»: zero additivi, niente rimozione di viscere e cervello… Invece alla Casa Teatro Ditiremmu (teatroditirammu.it), uno dei più piccoli teatri italiani, la scenografa Francesca Picone (Chicca) si travesta da cantastorie ‘fimmina’ e ci illustra i pannelli che raccontano la storia di Falcone e Borsellino.

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Sentieri partigiani

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Da tempo immemorabile le montagne sono luogo privilegiato per gli uomini che combattono. Se poi le guerre sono guerriglie e le forze in campo vedono milizie volontarie di irregolari, allora a maggior ragione le “terre alte” diventano rifugi, aree dove è più semplice nascondersi, effettuare imboscate, attaccare e sparire. Ci sono foreste, forre, vallate, malghe spesso vuote, morene impervie, ghiacciai e passi remoti, dove pochi uomini possono fermare intere brigate. In montagna la conoscenza dettagliata del territorio, l’allenamento, l’abitudine alla fatica, al freddo, ai bivacchi sulla nuda roccia, l’abilità di saper accendere fuochi senza fumo, fanno la differenza anche di fronte a nemici ben equipaggiati e persino sostenuti dall’aviazione.  Niente di strano quindi se nei mesi cruciali che vanno dall’autunno 1943 alla primavera 1945 la montagna divenne sinonimo di ribellione e volontà di rinascita. Lorenzo Cremonesi ci parla di uno dei 30 itinerari proposti da ‘I sentieri della libertà’ (Rcs Media Group),  una guida della memoria che accompagna gli appassionati di escursionismo lungo le vie della Resistenza , a 70 anni dalla Liberazione dal nazifascismo. Marco Albino Ferrari ci illustra il numero monografico di Meridiani Montagne dedicato a sentieri e cime della guerra partigiana, e ci racconta del territorio dove operò il maggiore britannico Bill Tilman: arrivato appeso a un paracadute con le tasche piene di lire, insieme a un marconista e a una potente radiotrasmittente per appoggiare la guerra partigiana, operò nelle alti valli del Cordevole e di San Lucano, nella Foresta del Cansiglio e tra le vette feltrine. Cecco Bellosi ci racconta della manifestazione antifascista del 28 aprile a Giulino di Mezzegra, dove venne giustiziato Mussolini.  E ci racconta di Michele Moretti, roccioso terzino destro della Comense, partigiano che il 27 aprile 1945 a Dongo partecipò alla cattura del Duce. Annalisa Corbo ci parla di “I ribelli della montagna – L’ultima notte di Montelupo”, un evento di larp (Live Action Role Play) che si svolgerà al Villaggio delle Stelle (Lusernetta – To) il prossimo luglio (date e info su www.grv.it/ribelli).

P.S. Pochi gli esempi di cinema sulla Resistenza ambientati in montagna. Forse Roma città aperta ha dato l’imprinting, e da lì non ci si è mossi per lungo tempo. Una delle poche eccezioni si chiama Noi Loro Noi. E’ un corto di 13 minuti di Massimo Schiavon, girato nel 50° della liberazione, da una troupe di ragazzi che all’epoca avevano la stessa età dei partigiani di cui raccontano le vicende.

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Parigi segrete

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Parisien d’un jour, Parisien Toujours
è un’associazione che si propone di far conoscere ai turisti il vero volto della città grazie a guide d’eccezione: i parigini stessi. Studenti, professionisti, pensionati. Tutti rigorosamente volontari (parisiendunjour.fr). Je suis Paris – Se Parigi potesse parlare (Mondadori) è il libro con cui Antonio di Bella, capo dell’Ufficio di Corrispondenza Rai a Parigi, va contro i numerosi stereotipi da cartolina che affliggono la Ville Lumière. Ci racconta la Parigi ebraica e quella araba. La rivincita italiana della moda che si consuma al 21 di Place Vendome e il piccolo Museo dell’Amore. Francesco Giorgini, corrispondente da Parigi per Radio Popolare da quasi  20 anni, ci porta nella sua Parigi. Un viaggio che inizia davanti alla tomba del poeta comunista Louis Aragon al cimitero Père Lachaise, e prosegue al cinema all’aperto del Parco de la Villette e sulla mongolfiera del Parco Andrè Citroen. Senza dimenticare una cioccolata nella più antica cioccolateria parigina: A la mère de famille (lameredefamille.com). Luisa Nannipieri, collaboratrice di Radio Popolare da Parigi, ci racconta i locali della Parigi by night. Tra questi un bistrot fuori dal tempo che propone artisti che vivono nei testi maledetti delle loro canzoni. Figli di una tradizione parigina del 19esimo secolo sono anche le goguette, melodie popolari su cui gli avventori del locale inseriscono un testo spesso a carattere socio-politico. Una liturgia laica che va in scena ogni lunedì da Limonaire (limonaire.free.fr), un bistrot au vins di Montmartre. Alla 19, durante l’aperitivo, si possono iniziare a comporre i versi che verranno poi interpretati dopo le 21 (e successivamente pubblicati sul blog del locale). L’ultimo consiglio è ancora di Giorgini: un elegantissimo sexy shop (ma serebbe meglio dire erotic boutique) per signore. E’ lo Yoba (www.yobaparis.com), all’11 di rue du Marchè Saint Onorè.

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Sciando nel Vallese

Panoramica

Da Verbier (situata su un altopiano soleggiato è la più cosmopolita delle stazioni sciistiche del Vallese, gode di un panorama unico sul massiccio dei Combins e sul Monte Bianco) a Nendaz (su un soleggiato altopiano affacciato sulla Valle del Rodano, non lontano da Sion, capoluogo del Vallese), attraverso il Mont Fort e le sue gobbe da malati di free ride. Onde Road fa tappa nel Canton Vallese, dove si parla francese e si scia come svizzeri. Oltre 400 chilometri di piste rendono il comprensorio 4Vallées uno dei più importanti di tutte le Alpi e chi non avesse voglia di calzare gli scarponi troverà fondue per i suoi denti.

myswitzerland.com – valais.ch

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Un viaggio nel profondo sud degli States

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Un viaggio per vedere com’è cambiata l’America che 50 anni fa, con la marcia di Selma, iniziò la battaglia per i diritti civili degli afro-americani. Un viaggio che inizia a Cairo, Illinois. Ferguson, nella contea di St. Louis, la cittadina del Missouri dove è infiammata la protesta dopo l’uccisione di un giovane nero disarmato colpito con sei colpi dalla polizia, è poco lontana. Cairo alla fine degli anni Sessanta è stata teatro di scontri causati da un episodio molto simile a quello accaduto nel sobborgo di St. Louis. Per tutto il Novecento era uno degli snodi commerciali più importanti del Midwest, oggi è una “città zombie”. L’ospedale è chiuso, la piscina è chiusa, la stazione dei bus è chiusa, l’ultimo treno della City of New Orleans si è fermato a Cairo nel 1988, mentre c’è ancora la Central Station ma i treni tirano via veloci, non degnano Cairo neanche di uno sguardo sdegnato, neanche di un fischio di scherno. Oggi Cairo è un cumulo di ruggine. Dopo l’estate del 1967 divenne maledetta, una città da cancellare dalla coscienza americana. Benedetta non è nemmeno East St Louis, città gemella di Saint Louis lungo il Mississippi. St Louis e East St Louis sono due mondi distanti,  che si guardano in cagnesco. Sulla costa orientale del fiume, c’è East St Louis, dove si trovano fabbriche, cementifici, ex prati ricoperti di detriti e immondizia, palazzi semidistrutti e disabitati. Qui gli uomini sono neri, malvestiti, sguardo diffidente e lontano. Di là dall’Eads Bridge invece c’è  la “vera” St Louis, una classica città americana. Qualche centinaia di chilometri più sotto, seguendo il Mississippi, c’è Memphis. Era la città del cotone, storicamente una delle più alte concentrazioni di popolazione nera degli States. E’ qui che nel 1960 vennero organizzate le prime marce per l’integrazione razziale. Ed è sempre qui che, su un balcone del Lorraine Motel, è stato assassinato  Martin Luther King. Era il 4 aprile del 1968 e, visitando oggi la città, sembra che tutto si sia fermato quel giorno. A partire dal Lorraine Motel, il cui aspetto esteriore non è più stato toccato ed internamente è diventato sede del National Civil Rights Museum  (www.civilrightsmuseum.org). Anche ad Atlanta, la città natale di Martin Luther King, abbondano monumenti e musei che ricordano le lotte capeggiate dal reverendo nero. Ma sentendo la storia del medico condotto di Edwards, Mississippi, un vecchio quasi novantenne, che riceve i suoi pazienti in auto (non ha né soldi né voglia per riaprire lo studio dove la moglie gli aveva fatto da infermiera prima di andarsene tre anni orsono: e questo è tutto quello che la sanità americana, la più avanzata, tecnologica, ricca  e costosa può offrire ai residenti di Edwards, Mississippi) ci si rende conto che il viaggio iniziato da  M L King è ancora lungo…

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Ragusashire

Donnalucata

Un viaggio nello spigolo di Sicilia più a sud di Tunisi, quella che corre sull’asse Ragusa-Modica-Scicli. Da queste parti la notte, sulle frequenze fm dell’autoradio, senti parlare più in arabo che in italiano. Un pezzo di Europa del sud che, come ci dice il regista Vincenzo Cascone, vede la vicinanza con il nord dell’Africa come una possibilità di arricchimento per i popoli di entrambe le sponde del Mediterraneo. E’ la Sicilia più lontana, e quella più incantata. Palazzi barocchi, cattedrali bianche, scalinate e tripudi di capitelli e chiostri. Qui, dove il mare andrebbe protetto con un copyright, le spiagge sono vivibili anche a ferragosto e puoi camminare sulla sabbia per ore…
Ma puoi anche perderti per ore in una campagna che da sempre è la vera ricchezza di questa terra. Per i britannici, da tempo, questo è il Ragusashire. Per molti ora sta diventando il Montalbanoshire.
I luoghi dove vengono girate le scene dello sceneggiato televisivo tratto dalle pagine dei fortunati romanzi di Camilleri sono visitate da decine di migliaia di turisti di mezzo mondo (sono sessantacinque i paesi dove la serie televisiva sta spopolando). Più di 200 mila i turisti catapultati quaggiù da quando è entrato in funzione lo scalo intitolato a Pio La Torre. Peccato che quando debbono ritornare all’aeroporto di Comiso per tornarsene a casa non trovano nessun mezzo pubblico… E l’Italia baby: c’è ancora molta strada da fare per capire che il nostro petrolio si chiama turismo (e relative infrastrutture). Per fortuna da queste parti a tavola si dimenticano tutti gli inconvenienti… La cucina del sudest siciliano è tra le più stupefacenti d’Italia. E non solo… Per un ripasso fate un salto sul sito.

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