Vale un viaggio

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Il pretesto del viaggio odierno è l’uscita del libro della giornalista e critica d’arte Beba Marsano: “Vale un viaggio. 101 meraviglie d’Italia da scoprire” (Cinquesensi Editore). Un libro che è al tempo stesso una guida di resoconti di viaggi e un testo antologico di divulgazione critica. Una collezione di inaspettati capolavori. Il volume è diviso in 20 capitoli, tanti quante le regioni italiane. Per ogni capitolo, un elenco di luoghi da visitare attraverso un percorso d’arte, senza dimenticare preziosi indirizzi gourmet e posti dove alloggiare. “ Non una semplice collezione di luoghi – racconta l’autrice Beba Marsano – ma un’antologia di emozioni che ho vissuto in prima persona quando in queste meraviglie mi sono imbattuta. A volte per caso, altre per scelta, altre ancora per una felice intuizione del cuore”. Dalla casa Museo di Luciano Pavarotti agli ex Seccatoi di Tabacco di Città di Castello. Dal quadro di Giuseppe de Nittis “Colazione in Giardino” al Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Tra le mete che da sole valgono un viaggio c’è anche Palazzo Biscari a Catania, splendido palazzo barocco che è anche il più importante palazzo privato etneo. Ce lo siamo fatto raccontare da Ruggero Moncada, il suo proprietario. Altra meta il Santuario della Madonna della Corona, descritto nell’ “Atlante dei Luoghi Insoliti e Curiosi“, di Alan Horsfield e Travis Elborough pubblicato da Rizzoli. E’ un volume che celebra la varietà degli scenari terrestri e le eccezionali capacità dell’immaginazione umana raccontando città perdute, regioni abbandonate, destinazioni remote, edifici visionari e isole sommerse. Il tutto accompagnato da fotografie e mappe appositamente realizzate. Infine, in occasione dei 150 anni di storia della Società Geografica Italiana, abbiamo incontrato il Prof. Franco Salvatori, Presidente Emerito della SGI. Tra le singole mete che valgono un viaggio anche la sede romana della SGI, presso il cinquecentesco Palazzetto Mattei in Villa Celimontana.

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Lanzarote, quando il paesaggio si fa architettura

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Lanzarote è un’isola vulcanica dell’arcipelago delle Canarie che dista 170 km dalle coste africane. Il viaggiatore milanese può raggiungerla tranquillamente in tre ore e mezza prendendo un volo diretto Ryanair dall’aeroporto di Bergamo-Orio al Serio. Bastano pochi chilometri  e ci si ritrova in un nulla spiazzante. “Spiazzante” perché non assomiglia a nessun nulla di cui abbiamo esperienza. Spiazzante perché questo nulla, in realtà, è già stracolmo di cose, ma inerti: pietre nere, colate di lava rafferma, sterpaglie già morte alla nascita… E vulcani, continui. E’ un paesaggio con pochi eguali al mondo, ma è una bellezza frutto di un dramma, di un disastro. In una notte terribile dell’anno 1730, la terra si aprì e spuntò all’improvviso una montagna. L’isola per giorni interi, per mesi, per anni, fu devastata da eruzioni incessanti che l’hanno lasciata ricoperta di lava solidificata, sassi sputati come bombe che hanno formato crateri imponenti. Al termine della fase eruttiva la fisionomia dell’isola sarà completamente diversa da quella fino ad allora conosciuta. E’ questa la Lanzarote che vediamo oggi. E se non la vediamo massacrata da grattacieli e bulimici centri vacanza bisogna ringraziare Cesar Manrique. Pittore, scultore, architetto, artista multidisciplinare, anima e grande coscienza critica dell’isola. Un artista che ha usato l’isola come tela su cui plasmare le proprie idee artistiche e di difesa dei valori ambientali. L’amore che provava per la sua terra e la sua travolgente personalità hanno fatto il resto. Grazie all’appoggio delle istituzioni, è riuscito a far promulgare una ferrea tutela ambientale dell’isola in cui gli interventi umani si armonizzano con l’unicità dei paesaggi. La natura, punto di partenza dei suoi progetti, è  anche il punto di arrivo. Per sincerarsene basta visitare la sua casa,  ricavata all’interno di 5 bolle vulcaniche (oggi sede della Fondazione Cesar Manrique ), o il Giardino dei Cactus, recente vincitore del Premio Internazionale Carlo Scarpa. Tra i numerosi ‘must’ dell’isola segnaliamo gli innumerevoli piccoli crateri dove si coltivano le uve utilizzate per i i vini locali (per visita e degustazione consigliamo la Bodegas Rubicón.  Il Museo Agricola El Patio, dove German vi racconterà di come si calmano i cammelli nervosi. La Caleta de Famara, un imperdibile paradiso per gli amanti del surf (scuola consigliata).  Il ristorante El Diablo, all’interno del Parco di Timanfaya, che per la preparazione dei piatti sfrutta  il calore geotermico del vulcano dormiente sul quale sorge la struttura. Il Nautilus Lanzarote, un complesso di appartamenti immersi in 1200mq di giardini impreziositi da numerose opere d’arte (l’unico sull’isola ufficialmente certificato dalla consultora Equalitas Vitae come libero da barriere architettoniche).

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Rifugi montani: riparo collettivo o strutture “alberghiere” di qualità?

Rifugio Walter Bonatti (Val Ferret)

Il nuovo bivacco Gervasutti, installato su uno sperone roccioso a 2.835 metri di altezza, sotto le spettacolari pareti delle Grandes e Petites Jorasses. Il rifugio Oberholz a Obereggen, caratterizzato da un concetto contemporaneo di design legato a spazi aperti nel rispetto della Natura e realizzato con materiali eco-sostenibili. Strutture hi tech. Chef stellati. I menù e l’accoglienza “alberghiera” sono sempre più importanti nei rifugi di montagna. Una analisi contro cui si scagliano i cultori della ‘sobrietà alpina’: nostalgici dei tempi in cui erano semplici e spartane capanne di legno con il tetto in lamiera, mimetizzate tra le rocce e quasi invisibili agli alpinisti alla ricerca del bivacco per riposare, prima dell’assalto alla vetta. Bastano tavolacci di legno e una stufa, il resto meglio cercarlo a fondovalle. E accusano il CAI,  che tra rifugi e bivacchi è proprietario 774 strutture, di voler trasformare queste realtà in alberghi e ristoranti con cucina stellata. Mauro che da 23 anni gestisce il Rosalba – storico rifugio sulla Grigna meridionale, in posizione panoramica su un dosso naturale alla base della famosa Cresta Segantini – ci parla della sua esperienza come gestore di un rifugio alpino. E di come si sia trovato spiazzato quando il CAI gli ha comunicato che dal prossimo anno non avrà il rinnovo della gestione. Motivazione: non aveva presentato un piano accettabile per il potenziamento della funzionalità della struttura. Massimo Minotti, presidente del CAI Milano, è l’uomo accusato di voler trasformare i rifugi in quota in una macchina acchiappa soldi. Lui risponde che oggi i rifugi non sono prevalentemente frequentati da alpinisti, ma da escursionisti, e questi ultimi vogliono uno standard di un certo livello. E poi chiosa “Se oggi si va in montagna con attrezzature iper tecniche che anni fa ci si sognava, perchè le strutture d’ospitalità montana devono essere scomode?”.  Giorgia Battocchio, che ha curato molte delle interviste di questa puntata, ha sentito anche il gestore del Rifugio Brioschi, sulla cima del Grignone in Valsassina, che ci racconta la quotidianità di chi vive e lavora in un rifugio d’alta montagna. La sign.ra Mara, che lavora al Rifugio Walter Bonatti, invece ci racconta l’emozione del grande alpinista ed esploratore ogni volta che transitava dal rifugio che porta il suo nome.

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La Val Grande: l’Amazzonia alle porte di Milano

Dal Passo al bivacco, Vel Grande

Il Parco Nazionale della Val Grande si estende nel cuore della provincia del Verbano Cusio Ossola, tra creste dirupate e cime solitarie, ed è parte del Sesia-Val Grande Geopark, una più grande area di interesse geologico entrata a far parte della rete mondiale di geoparchi, patrocinata dall’Unesco. E’ l’area selvaggia più vasta d’ltalia, una wilderness a due passi dalla civiltà.  Un santuario dell’ambiente dove la natura sta lentamente recuperando i suoi spazi, dove boschi senza fine, acque trasparenti e silenzi incontrastati accompagnano ogni passo del visitatore. Ma la Val Grande è anche storia. Il lungo racconto di una civiltà montanara narrato dai luoghi e dalla gente dei paesi che circondano quest’area fra Ossola, Verbano, Val Vigezzo, Valle Intrasca e Cannobina. Percorrendo i sentieri della Val Grande si scoprono i segni lasciati dall’uomo nei secoli passati quando la valle era meta di pastori e boscaioli, tracce di una vita faticosa, testimonianza della capacità di adattarsi a un territorio impervio e inaccessibile. La verticalità era il principale elemento di sopravvivenza: tutta l’economia della comunità montana era basata sugli spostamenti altitudinali stagionali, in base ai ritmi della natura. Ne sono testimonianza le ciclopiche opere di terrazzamento destinate alla coltivazione ed una fitta rete di strade e sentieri che segnavano i versanti vallivi collegando il fondovalle ai maggenghi e agli alpeggi. Su queste montagne, inoltre, è stata scritta una pagina importante della Resistenza italiana. Nel giugno del 1944 la Val Grande e la Val Pogallo furono teatro di aspri scontri tra le formazioni partigiane e le truppe nazifasciste (nelle adiacenze va visitata la Casa della Resistenza -www.casadellaresistenza.it-, un importante luogo di memoria). Di questo e molto altro ne parlano Marco Albino Ferrari, direttore e giornalista, e Massimo Gocci, presidente del Parco Nazionale della Val Grande. Invece la naturalista Valentina Scaglia ci racconta del suo commovente incontro con Gianfry, l’eremita della Val Grande.

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Belgrado, la Berlino dei Balcani

Cinema Komunisto (02)

Vecchia capitale della Jugoslavia di Tito, crocevia di civiltà e imperi come quello Austro-Ungarico e Ottomano divisi qui solamente dalle acque del Danubio, Belgrado è oggi tra i centri più vivaci dell’Europa sud-orientale. “Città-fenice”, è risorta per l’ennesima volta dai conflitti degli anni novanta e dal tragico bombardamento Nato del 1999 grazie soprattutto alla creatività dei suoi abitanti. Il fascino retrò delle kafane, le vecchie osterie serbe in cui sorseggiare un bicchiere di slivovitz, un’acquavite ottenuta dalla distillazione del succo di prugne, convive con le più ricercate sonorità jazz o elettroniche provenienti dai numerosi localini nascosti nei cortili degli edifici del centro oppure adagiati lungo la Sava, che proprio qui confluisce nel Danubio sotto le mura della fortezza di Kalemegdan. Una vivacità che inizia a destare più di un appetito immobiliare (e non solo…).  E’ quello per esempio che sta succedendo a Savamala, all’ombra del ponte di Branko. E’ uno dei quartieri più interessanti della città, rivitalizzato negli ultimi anni da artisti e ragazzi che hanno aperto locali ed atelier in edifici vecchi e cadenti. Proprio alcuni di questi edifici sono stati espropriati con una legge speciale da parte del governo, obbligando i proprietari a sgomberare l’area per far posto ad una opera di “pubblica utilità”. Si tratta della costruzione del nuovo complesso “Belgrado sull’acqua”, operato dalla Eagle Hills di Abu Dhabi, controllata da uno dei più grandi colossi immobiliari al mondo: la Emaar Properties. Una decisione contro cui si batte il comitato “Non (affon)diamo Belgrado”, che cerca di impedire la distruzione di Savamala. In pieno centro città enormi cartelloni pubblicitari con i rendering del progetto “Belgrado sull’acqua” cercano di nascondere i capannoni fatiscenti dove centinaia di profughi pakistani e afgani sono ‘parcheggiati’ in attesa che cerchino di raggiungere l’Europa. Storie diverse che si incrociano e che meriterebbero un film che le racconti perchè Belgrado, e la ex Jugoslavia tutta, ha da sempre una passione per il cinema. Lo testimoniano il Museo della Cineteca Jugoslava di Belgrado (che non a caso si definisce ancora ‘jugoslava’) e i resti degli Avala Studios. Negli anni in cui Cinecittà era la Hollywood sul Tevere il maresciallo Tito creò la Hollywood dei Balcani, attirando investimenti e capitali stranieri: gli Avala Studios appunto. Vi iniziarono ad arrivare le star, da Alfred Hitchock a Sophia Loren e Carlo Ponti, da Alain Delon a Kirk Douglas, alloggiati all’Hotel Metropol di Belgrado e accolti nella residenza estiva di Tito e della moglie Jovanka a Brioni, con tutto lo sfarzo del caso. Un’epoca raccontata in Cinema Komunisto, un lavoro della giovane regista Mila Turajlic. E’  la storia di un’immagine. Di come sia costruita, di quanto sia potente, della memoria di sé che lascia un’immagine: in questo caso quella della Jugoslavia, un paese unito solo e soltanto sotto il governo di Tito, che è collassato rovinosamente poco dopo la sua morte.

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La traversata delle Alpi con Walter Bonatti

 

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Walter Bonatti, il tenente degli alpini Luigi Longo e alcuni compagni che via via condivisero tratti del percorso, tra il 14 marzo e il 18 maggio 1956, compirono un’impresa senza precedenti nella storia delle Alpi. Facendo affidamento solo sulle loro gambe e senza mai aver preso strappi da mezzi meccanici, Bonatti e Longo riuscirono in 66 giorni ad attraversare l’intero arco alpino. Partenza: Stolvizza (573 m), Alpi Carnie. Arrivo: Colle di Nava (934 m), Alpi Marittime. 1795 chilometri e 73mila metri di dislivello. Per quest’impresa Bonatti dismise i panni dell’alpinista estremo che tutti conoscevano, e divenne un viandante della neve. Rifare oggi, passo passo, questo percorso è impossibile: le Alpi sono troppo cambiate. Secondo il geografo Franco Michieli è difficile capire se le Alpi siano mutate di più da quando l’uomo le ha abitate dopo l’ultima glaciazione o negli ultimi sessant’anni. Fotografie, appunti  ed oggetti di questa impresa oggi sono reperibile al Museo della Montagna di Torino.

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Marsiglia è i suoi bar

Marsiglia_Bar des 13 coins

Marsiglia è da sempre una zuppa di popoli. Ogni quartiere ha un’anima diversa. E un bar dove fare tappa. Il nostro viaggio inizia dal Bar des 13 Coins, un locale riconoscibile per i suoi affreschi da graffittari degni di Keith Haring. Ubicato nel cuore del Panier, era uno dei locali amati da Jean-Claude Izzo, l’inventore del noir mediterraneo e dei gialli del commissario Montale. Entrambi però avrebbe guardato con raccapriccio la gentrificazione imposta al quartiere. Scendendo verso il porto vecchio si incontra Cup of Tea, il caffè letterario più bello del Panier. Una parete ostenta barattoli di caffè, tutte le altre libri, molti a tema musicale. Abbondano anche i vinili, mentre su una mensola sono accatastati una Stratocaster d’annata, una fisarmonica e un sax. Piegando verso destra si incomincia a vedere il bacino portuale, sede di recenti trasformazioni architettoniche che hanno portato alla nascita del MuCEM, il Museo delle Civiltà d’Europa, e della Villa Méditerranée, che ospita attività di ricerca e spazi di documentazione sul Mediterrano, e alla ristrutturazione dei vecchi docks. Tornati al Vecchio Porto, dopo una sosta a La Caravelle (titolare del miglior balcone sul Vieux Port e del miglior mohito della città) è obbligatoria una sosta a La Maison du Pastis, un negozietto che ha in vendita 95 etichette del liquore profumato d’anice che è la carta d’identita di Marsiglia. Sul lato opposto del quai c’è l’Unic: pareti rosso fuoco, ottima selezione di rhum e una grande foto in bianco e nero di Serge Gainsbourg. Per chi ama i profumi (e le avventure) marine c’è il Sunlight Social Club. E’ lungo la Corniche, all’altezza del promontorio di Malmousque e tra i suoi clienti abbondano i militari della legione straniera residenti nella vicina caserma. Visitando il Marchè des Capucins, l’enclave magrebina di Marsiglia, dopo un brick con le patate alla Patisserie Journo, bisogna fare un salto alla Maison Empereur, il “negozio più bello del mondo”: un buco spazio-temporale che è l’antitesi di un centro commerciale. Due bar anche alla Plaine, un gruzzolo di strade che Izzo in Solea definì “… il quartiere più alla moda di Marsiglia”. Di uno, il Bar des Maraichers, era un frequentatore il Commissario Montale. L’altro, il Bar de la Plaine, è amato dai musicisti: da Manu Chao ai Massilia Sound System, passando per il salentino Claudio Cavallo. Chiusura con il bar e il ristorante della Friche de Belle de May, un’antica manifattura di tabacchi che dal 1992 si è trasformata in uno spazio dedicato alla creazione artistica e alla sperimentazione contemporanea.

Letture consigliate:

“Jean Claude Izzo, storia di un marsigliese” di Stefania Nardini (2015, Edizioni e/o)

“Alcazar – Ultimo spettacolo” di Stefania Nardini (2013, Edizioni e/o)

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Tirolo sugli sci, in bici e a cavallo

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Se d’estate in Tirolo si può andare in bicicletta anche con l’e-bike, grazie a una vasta rete di percorsi, stazioni di noleggio e ricarica delle batterie che vi permetteranno di scoprire paesi da cartolina come Kirchberg, Schwarzsee e Kitzbühel, d’inverno si possono percorrere i suoi boschi, con un paio di sci di fondo ai piedi, battendo le piste di Seefeld. E’ la capitale alpina dello sport nordico, non a caso l’Olympiaregion Seefeld (con i suoi 262 chilometri per lo skating e lo stile classico) è stata tre volte sede dei Giochi Olimpici per le discipline nordiche – 1964, 1972 e in gennaio 2012 per i Giochi Olipici per la Gioventù. Per gli stakanovisti tra Seefeld e Mösern c’è una pista di tre chilometri dove si può sciare anche di sera: la pista è illuminata tutti i giorni dalle ore 17 alle 20. L’ A2 Loipe Lenerwieser invece è una pista di 1,9 chilometri  dove si può sciare insieme al proprio cane. Per chi agli sci preferisce i cavalli nella cittadina di Ebbs il Fohlenhof, un centro equestre che vanta la più antica e famosa scuderia di cavalli Avelignesi. E’ una razza di cavalli bicolor, con il mantello color zenzero, coda e criniera chiarissime. E una memoria impressionante: se gli viene insegnato qualcosa la ricorderanno per sempre, anche a distanza di molti anni. La vostra memoria potrebbe invece avere qualche attimo di crisi se vi intestardite nel provare tutti i gin in vendita allo Stollen 1930: un locale di Kufstein ricavato all’interno di una roccia. La selezione di bottiglie conta ben 811 etichette al mondo, la più ricca al mondo. Per la cena no problem: il menù tirolese è ricco e variegato. E se optate per le osterie e i ristoranti degli chef membri dell’associazione KochArt avrete la certezza che vengono utilizzati  solo prodotti contadini locali di origine controllata. Come colonna sonora non c’è discussione: musica targata Gregor Glanz, l’Elvis locale. Ascoltare per credere…

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Una pagina di lotta partigiana sulle Dolomiti feltrine

Vette Feltrine_Dalla cima del Diavolo il sole si nasconde dietro il monte Ramezza (1)

Intorno alla mezzanotte del 31 agosto 1944, il celebre esploratore Harold William «Bill» Tilman si fa paracadutare dagli Alleati sulle Dolomiti Bellunesi. Con due milioni di lire in tasca per finanziare la guerriglia partigiana, raggiunge il suo posto operativo a fianco dei partigiani della brigata “Gramsci” del comandante Bruno. Nato nel Cheshire nel 1898, Tilman è il continuatore di quella tradizione tutta britannica che ha portato a sventolare l’Union Jack negli ultimi luoghi inesplorati della Terra.

Negli anni trenta insieme ad Eric Shipton divennero la punta di diamante delle esplorazioni coordinate dalle Società Reali inglesi. Nel dopoguerra Tilman si dedicò alle esplorazioni negli angoli più remoti dell’Asia. Quasi sessantenne scoprì il fascino del mare dedicandosi all’esplorazione dei fiordi e dei canali Patagonici, dell’Antartide, di sperdute isole come le Kerguelen e le Spitsbergen. Nel 1977, alla soglia degli 80 anni, scomparve con il suo cutter durante una traversata da Rio de Janeiro a Port Stanley nelle Falkland. Con Marco Albino Ferrari, autore di “Il sentiero degli eroi – Dolomiti 1944. Una storia di resistenza” (Rizzoli Editore), raccontiamo la storia di questo inglese imperturbabile, di poche parole, sempre con il bocchino della pipa tra i denti. Sa muoversi di notte attraverso foreste, valli secondarie e sentieri nascosti, ma è davanti all’accerchiamento finale dei nazisti che il suo spirito combattivo si manifesta. Insieme a quindici uomini trova un nascondiglio sulla parete nord del Monte Ramezza, dove rimarrà tre giorni senza mangiare, sotto la tormenta, senza potersi muovere, e con le vie di uscita bloccate. Quelle montagne meravigliose diventano una trappola mortale, che la neve contribuisce a rendere perfetta. Le montagne (oggi ‘protagoniste’ del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi) sono sono quelle feltrine: un segmento di Dolomiti ingiustamente trascurate, come ci confermano Marcella Morandini (direttore Fondazione Dolomiti Unesco) e Enrico Bacchetti (direttore dell’Isbrec Istituto Storico Bellunese della Resistenza e dell’Età Contemporanea). Per chi volesse seguire le orme di Tilman e degli uomini che erano con lui Roberto Mezzacasa ha ‘inventato’ l’ Alta Via Tilman. Partenza da Falcade, segnata da un bassorilievo dello scultore Franco Murer. Si raggiunge Caviola, poi Forcella della Stia, la valle di Garés e di San Lucano. Si entra quindi nel Parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi attraversando la Riserva naturale Piani Eterni – Erera – Val Falcina, quindi verso il Cimonega e le Vette Feltrine. Raggiunto il Monte Grappa si cala fino a Valstagna. Si sale quindi verso l’Altopiano dei Sette Comuni percorrendo i 4.444 scalini della Calà del Sasso, poi Col del Rosso, Cima Ekar, contrada Bertigo a Gallio, Zocchi per terminare al sacrario militare di Asiago. Un percorso che può essere suddiviso in 10 tappe, tutte di un certo impegno.

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Oriente cubano

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Santiago è la capitale dell’Oriente cubano. E’ una città nera. I discendenti degli schiavi africani qui sono molto più numerosi che nel resto dell’isola. Una città meticcia anche nelle sue bevande, come dimostra la Pru: un refresco la cui storia può essere fatta risalire al 1800, dopo la rivoluzione haitiana, quando i coloni francesi, i loro schiavi e gli schiavi liberati si insediarono nelle terre a est di Isla Mayor portando seco usi e costumi. Secondo le tradizioni orali degli haitiani che vivono a Cuba oggi, è la pru a dar loro la forza di completare le dure attività agricole sollevando i loro spiriti e guarendo le loro malattie. Par raggiungere Baracoa, da Santiago, bisogna percorrere una strada che, dopo Guantanamo, si arrampica sui monti. E’ la mitica “Farola“, un regalo di Fidel Castro agli abitanti di Baracoa per l’aiuto ricevuto durante la rivoluzione. Matthew, l’uragano che si è abbattuto su Baracoa lo scorso ottobre, non ha fatto regali. Ha portato solo distruzioni: case scoperchiate, altre sventrate, centinaia di palme (il petrolio locale) decapitate… Il lavoro di prevenzione delle autorità cubane e dei comitati popolari ha impedito che ci fossero vittime anche qui, come è  accaduto nella vicina Haiti. Prima di partire avevamo chiesto agli ascoltatori di Radio Popolare di aiutarci a dare una mano agli abitanti di Baracoa, lanciando l’operazione “Una cazzuola per Cuba”. Avevamo chiesto materiale utile per i lavori di ricostruzione. La generosità dei ns ascoltatori, ancora una volta, non si è fatta attendere e in redazione sono arrivate non solo cazzuole, ma  trapani, pinze, tenaglie, pappagalli, chiodi… La sosta a Baracoa è stata l’occasione per consegnare il materiale raccolto. La visita alla Comandancia de la Plata, sulla Sierra Maestra, è stata invece l’occasione per una immersione nella storia. E’ il cuore di Cuba:  monti di un verde brillante e rigoglioso, le cui vette regalano scorci del mar dei Caraibi. Al belvedere di Alto de Naranjo, nel Parque Nacional Turquino, sopra il villaggio montano di Villa Santo Domingo, i cartelli indicano due sentieri. Il primo porta al Pico Turquino, che con i suoi 1974 metri è la montagna più alta dell’isola. Il secondo conduce alla Comandancia de la Plata. Sono tre chilometri aspri e sconnessi che portano  nel cuore della Sierra, là dove Fidel Castro e Che Guevara per due anni diressero la guerriglia contro le forze di Fulgencio Batista. A poco meno di metà sentiero  c’è la spartana area di sosta Medina. Il nome è mutuato da Osvaldo Medina, un campesino che negli anni della rivoluzione viveva lì in una baracca. Medina, assieme ai suoi figli, faceva parte del Quinteto Rebelde, un gruppo che suonava per i barbudos che vivevano sulla Sierra.  Al termine del sentiero c’è la sede della mitica Comandancia. La capanna-comando di Castro, con il suo letto, le librerie in legno e il frigo a cherosene impreziosito dal buco di una pallottola su un fianco. La baracca dove il medico-comandante Ernesto Guevara de la Serna visitava i feriti e la “Casa de la Prensa”, teatro delle interviste con i giornalisti che si arrampicavano quassù. La nostra ascesa si è avvalsa della competenza di Isaia, un campesino che fa la guida su quei sentieri. Il suo era un eloquio emozionante, dove nelle pause dei racconti, tra i rumori del bosco e i nostri ansiti per le ripide salite, avevamo l’impressione di poter ascoltare la musica del Quinteto Rebelde e la voce di musica del Quintetto Rebelde e la voce di Fidel…

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Dalla Sierra Maestra di Fidel alle nevi del Trentino – Alto Adige

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La puntata di oggi non può che iniziare con un’escursione sulle montagne di Fidel. Nei giorni scorsi, con alcuni viaggiatori di Radio Popolare, abbiamo battuto le pietre a saliscendi del Sentiero de la Plata, sulla Sierra Maestra. E’ il cuore di Cuba: monti di un verde brillante e rigoglioso, le cui vette regalano scorci del mar dei Caraibi. Al belvedere di Alto de Naranjo, nel Parque Nacional Turquino, sopra il villaggio montano di Villa Santo Domingo, i cartelli indicano due sentieri. Il primo porta al Pico Turquino, che con i suoi 1974 metri è la montagna più alta dell’isola. Il secondo conduce alla Comandancia di Fidel. Sono tre chilometri aspri e sconnessi che portano nel cuore della Sierra, là dove Fidel Castro e Che Guevara per due anni diressero la guerriglia contro le forze di Fulgencio Batista. Un’ascesa faticosa compensata da una natura bulimica, durante la quale con un pizzico di fortuna si può avere un incontro ravvicinato con un tocororo, l’uccello nazionale. Emozioni, anche se di altra natura, vengono regalate anche dalla Val d’Ultimo, nei pressi di Merano in Sudtirolo. E’ la meta ideale per i cultori dello sci di fondo. La pista, adiacente al lago di Zoccolo, percorre il fondovalle da Santa Valburga (1190 m) passando sotto alla montagna sino ad arrivare a San Nicolò (1256 m) e a Santa Gertrude (1519 m), per poi tornare lungo il bosco. Per lo sci alpino hanno già riaperto le piste di Obereggen, a meno di mezz’ora di macchina da Bolzano. 48 km, che da gennaio 2017 diventeranno 90 grazie al nuovo Tour panoramico delle Dolomiti: una opportunità unica per un safari sulla neve tra Catinaccio e Latemar, vivendo così il meglio delle due aree sciistiche della Val d’Ega sul versante soleggiato delle Dolomiti. Centinaia di chilometri con gli sci ai piedi anche nelle numerose piste del Trentino (alcune scelte da anni per importanti competizioni internazionali, come nel caso del mitico canalone Miramonti: “il letto” della 3-Tre di Madonna di Campiglio. In più grazie alla proposta Trentino Skisunrise si può sciare all’alba, su neve freschissima e con una luce incredibile (il primo appuntamento sarà il prossimo 6 gennaio a San Martino di Castrozza, info). Per i cultori dello sleddog la Mecca trentina è a Millegrobbe, in Alpe Cimbra (www.alpecimbra.it) dove ci si può inoltrare nei boschi su una slitta in compagnia di una muta di bellissimi Husky. Infine per chi, dopo una giornata nella neve, vuole tirare il fiato con un bagno o un massaggio a giorni aprirà i battenti un centro benessere a Pozza di Fassa, dove ci si potrà rilassare illuminati dalla vista del Catinaccio e, in lontananza, del meraviglioso Sassolungo.

valdultimo.orgobereggen.comvisittrentino.it

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Le due Glasgow

Glasgow, Scotland - Street photography black and white

Oggi Glasgow ha quasi terminato il processo che l’ha trasformata da una città mercantile ed industriale ad una città legata al turismo culturale. Oltre alla rinata Kelvingrove Art Gallery and Museum e ai numerosi edifici griffati Charles Rennie Mackintosh, in questi anni Glasgow si è dotata di nuovi spazi museali e di arene per concerti ed eventi. Nel lato occidentale della città, dove una volta c’era il porto commerciale, oggi sorgono costruzioni impensabili solo qualche lustro fa. E’ il caso dello Shag, acronimo di Scottish Hydro Arena Glasgow: una struttura circolare in vetro e acciaio, simile ad una gigantesca astronave, un’arena futuristica in grado di ospitare circa 12.000 spettatori. Targata Norman Foster, sorge sulla riva del Clyde, lungo il Pacific Quay. A poche decine di metri c’è il Clyde Auditorium, familiarmente conosciuto come “The Armadillo”, un centro congressuale dal tetto in titanio firmato Norman Foster. Sull’altro lato del fiume il Glasgow Science Center, una sorta di mall dedicato alla scienza e la Glasgow Tower da cui si gode una vista strepitosa sulla città. Poco più a valle il Riverside Museum, il museo dei trasporti targato Zaha Hadid. Una rivoluzione architettonica congegnale ad nuova economia, costruita con la cultura e il turismo. La parte orientale della città, East Glasgow, invece è rimasta ferma a qualche lustro fa. Ex dipendenti del porto da anni senza lavoro, in balia di un welfare che lascia molto a desiderare, vivono in questo lato della città. I locali pubblici sembrano fermi a certe cartoline di realtà anglosassoni targate anni Ottanta. E’ qui che si raggiungono i vertici britannici delle classifiche per il tasso di disoccupazione, per i morti di overdose, per il cancro ai polmoni e per omicidi all’arma bianca. Qui le Charity hanno un sacco di lavoro. E pochi anni fa l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha pubblicato un’indagine da cui emerge che la differenza nella speranza di vita tra un bambino nato in un quartiere ricco – nel sud e nell’ovest – e un altro messo al mondo in un quartiere povero della stessa città -nell’est- raggiunge i 28 anni: 54 anni per gli uomini, 75 per le donne. Una incredibile dicotomia. Da un lato la città si propone come una delle tre capitali europee dell’arte contemporanea. Si accaparra riconoscimenti (per esempio quello di ‘città britannica dell’architettura e del design’), attira i maggiori eventi sportivi e i turisti abbienti. E’ quindi logico che sulla stampa europea appaiano lusinghieri reportage, che però sistematicamente dimenticano di citare lo scarto nella speranza di vita tra gli autoctoni. Di come si vive a East Glasgow ce lo racconta un avventore di The Tolbooth, è un pub attivo dal lontano 1906.

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Un percorso cicloturistico sull’Adda

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“È Pescarenico una terricciola, sulla riva sinistra dell’Adda, o vogliam dire del lago, poco discosto dal ponte: un gruppetto di case, abitate la più parte da pescatori, e addobbate qua e là di tramagli e di reti tese ad asciugare…” (Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Capitolo IV). Inizia qui, sulla riva sinistra dell’Adda, in un borgo racchiuso tra le ultime propaggini del ramo lecchese del lago di Como e il piccolo lago di Garlate, un percorso per cicloturisti che porta sin nel centro di Milano. Pare che il Manzoni, abituale flâneur tra questi vicoli, abbia partorito il nome del protagonista del suo celebre romanzo guardando le reti dei pescatori (tramagli) stese ad asciugare. Quello che è certo è che l’odierno itinerario cicloturistico, lungo 80 chilometri, e con un modesto dislivello (100 metri scarsi), regala la scoperta di una terra abitata per secoli da contadini e pescatori d’acqua dolce. Un territorio che, nascosti da una natura rigogliosa, a tratti ancora selvaggia, conserva gelosamente echi dei fasti delle corti rinascimentali, la religiosità popolare dei santuari, le filande della rivoluzione industriale e le sfide ingegneristiche del primo Novecento. Un percorso cicloturistico che è stato percorso da Paola Piacentini e Giorgia Battocchio, che qui ci raccontano questa loro esperienza.

Fotografie di Umberto Isman

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In crociera sul Danubio serbo

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Uccelli pescatori, campagne ricche di colture, reperti archeologici, città pregne di storia, musiche a iosa e rakija che scorre a fiumi. Questi alcuni degli ingredienti della crociera lungo il Danubio serbo a cui, lo scorso agosto, hanno partecipato una trentina di ascoltatori di Radio Popolare. Meno di cento chilometri a bordo del Kovin, un battello storico datato 1922. Il nome è mutuato da una città della Vojvodina a 80 km da Belgrado, famosa perché ospita un ospedale psichiatrico, a tal punto che nel linguaggio comune, in Serbia, dire “Sei di Kovin” equivale a dire “Sei matto”. Ed è probabile che proprio per questo motivo sia stato adottato da Emir Kusturica per le riprese di Underground. Tuttora appartiene alla marina fluviale jugoslava, una delle rare istituzioni serbe che ancora portano il nome “Jugoslavia”. Ha solo il ponte di coperta, tra l’altro diviso in due dalla cabina di comando. Quindi metà viaggiatori a poppa, e l’altra metà a prua. Il più delle volte con le gambe sotto due grandi tavoloni dove non mancava mai qualcosa da mangiare, e men che meno da bere. Numerosi anche gli ospiti: scrittori, pittori, giornalisti, ornitologi, musicisti, ballerine… La partenza della crociera è da Novi Sad, che si distende sotto la fortezza di Petrovaradin. E’ la capitale della Voivodina e un vero e proprio crogiolo di etnie. Un crogiolo vitale e operoso che nemmeno Milosevic, nemmeno la guerra, nemmeno le bombe Nato e i nostri pregiudizi sono riusciti a intaccare. L’università funziona, sforna i migliori esperti d’informatica d’Europa. Laboratori producono film, musica, editoria. Comincia qui il mondo ortodosso, con le icone e i pope nerovestiti. Una città multiculturale, oltre che una città con tante culture, è una città con tante musiche. Ce lo testimonia una delle nostre guide, Roni Beraha che con il quartetto d’archi Panonija ci regala un concerto di musica klezmer all’interno della locale sinagoga. Molta musica anche a bordo del Kovin, tra cui quella di Aleksandar Vasov, un pastor / agricoltor / musicista che vive in una fattoria a cavallo tra Serbia, Bulgaria e Macedonia. E’ membro del popolo Šopi, gente divisa tra tre nazioni ma unita da una cultura antica e da una musica altrettanto antica. Sono loro a detenere il copyright della Šopska salat, un’insalata di pomodori, cetrioli, cipolla e un formaggio simile alla Feta con cui iniziano i pranzi nella regione balcanica. A Belgrado incontriamo Dragan Petrovic, giornalista dell’Ansa e corrispondende per Radio Popolare dalla Serbia. Eugenio Berra di Viaggiare i Balcani ci racconta del progetto “Belgrade on the Waterfront” per il quale sono stati stanziati 3.5 miliardi di dollari e 30 anni di lavori. E ci racconta anche delle lotte del gruppo civico “Non facciamo affondare Belgrado”, belgradesi che non vogliono Abu Dhabi sulla Sava. Mirjana Ostojic, di Slow Food Serbia, invece ha curato i frequenti incontri ravvicinati con l’enogastronomia locale: dai presidi alimentari in essere a quelli in arrivo, dall’invenzione di un ‘pranzo neolitico’ presso il sito archeologico di Vinča alle degustazioni di vini e rakjia…

Per un resoconto dettagliato consultate macondoexpressblog.com, il blog del ‘Marco Polo de noartri’: Piero Maderna, un nostro ascoltatore che ha timbrato molti dei viaggi targati Radio Pop.

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La Miami che Bobo Vieri non frequenta

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Nella lingua di sabbia e di paludi tropicali che sta fra il Golfo del Messico e l’Atlantico, dove solo un secolo fa i bambini dell’unico popolo indiano mai sconfitto dai bianchi, i Seminole, cacciavano gli alligatori e dove oggi i coccodrilli delle immobiliari danno la caccia ai pensionati, si staglia quella che è la più grande città latina degli States. Come conferma basta sfogliare la guida del telefono, dove gli Antonio battono gli Antony 4 a 0. Alla lettera “a”, a fronte degli anglofoni Allan, Arthur, Andy e Ariel, lo stesso cognome trova Abel, Adela, Agapito, Alejandro, Amarillis, Ana, Alfredo, Alvaro, Amanda, Amparo, Arcadio, Audalia, Aurora… Quella dei cubani è la comunità latina più importante di Miami-Dade, la Miami metropolitana. Sono state tre le migrazioni di massa da Cuba verso la Florida. La prima iniziò con la lotta dei barbudos per deporre Batista, tra il 1953 e il 1959: la meta degli anticastristi fu Miami, il punto della Florida più facile da raggiungere. Era praticamente una città gemella dell’Avana: identica per clima, flora e fauna. Questi esuli, prevalentemente benestanti, non riuscivano a dimenticare la vita da ricchi che conducevano nell’Avana prerivoluzionaria. ma nonostante la saudade hanno fatto fortuna, politicamente ed economicamente. Di diversa estrazione sociale i cubani arrivati con le due altri grandi ondate migratorie: quella dei marielitos (1980) e quella dei balzeros (1994). La comunità cubana di Miami per anni è stata Repubblicana, con forti accenti conservatori e anticomunisti. Il loro apporto è stato fondamentale per l’elezione di Ronald Reagan prima, e di George W. Bush poi. Ma già nel 2012 più del 40% degli elettori cubano- americani ha votato per Obama. Tre i motivi di questo cambiamento: i dubbi sempre maggiori sull’efficacia della strategia dell’embargo, la preoccupazione che i Repubblicani possano ostacolare il desiderio degli esuli di mantenere i contatti con i familiari rimasti sull’isola e la speranza che, normalizzando i rapporti, con Cuba si possa fare business. Cambiamenti anche nella storica enclave cubana di Little Havana, oggi abitata prevalentemente da nicaraguensi e honduregni. Imperdibile però una tappa nel ristorante Versailles: ai suoi tavoli, dove si sono ordite tutte le trame per invadere Cuba e uccidere Fidel, è garantito h24 il miglior incontro ravvicinato con la cucina cubana. Altro must Ocean Drive, la ‘vasca’ di Miami Beach. Un nastro d’asfalto lungo un chilometro abbondante, dove da un lato c’è una strepitosa spiaggia chilometrica e dall’altra una serie di locali che fanno a gara l’uno con l’altro per chi vende il cocktail più annacquato. In mezzo una folla che ha una sola mission: farsi notare. Vale tutto: dall’affittare per mezz’ora una Ferrari con cui percorrere a passo d’uomo Ocean Drive a vestirsi con abiti che un brianzolo non oserebbe indossare nemmeno a carnevale. Imperdibili anche i musei cittadini, tra cui spicca il PAMM, il Perez Art Museum Miami: uno tra i primi di una nuova generazione di musei che integrano arte e ambiente. Per gli amanti di street art invece ci sono i muri del Wynwood District: Solo pochi anni fa era un distretto desolato pieno di magazzini vuoti, oggi è uno dei più importanti quartieri artistici degli Stati Uniti. I murales sono dappertutto e il secondo sabato di ogni mese le strade si riempiono per le Wynwood Art Walk, “passeggiate artistiche” che richiamano intere folle. Per rifocillarsi il consiglio è un salto da SuViche: menù che incrocia il sushi con il ceviche.

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